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Covid 19
3 Luglio 2020
10:30

Covid colpisce i più deboli: mortalità più alta fra le persone meno istruite

Il rapporto annuale dell’Istat mette in luce quella che è stata l’Italia durante e dopo l’emergenza Covid: un Paese coeso, ma in cui le diseguaglianze diventano sempre più pesanti. E lo si vede anche nei dati sulla mortalità: tra le persone con livello di istruzione più basso le vittime da Coronavirus sono state di più. Il report traccia anche il quadro della situazione economica e di quella sanitaria dell’Italia.
A cura di Stefano Rizzuti
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L’Italia post-Covid è un Paese in cui le diseguaglianze sono aumentate. E la dimostrazione arriva anche da quanto successo durante l’emergenza sanitaria, con un tasso di mortalità più elevato tra le persone meno istruite. Il rapporto annuale 2020 dell’Istat traccia il quadro della situazione socio-economica dell’Italia in quest’anno caratterizzato dall’emergenza Covid. Un report che ruota attorno a due elementi: le persone (e quindi la famiglia) e l’economia (ovvero le imprese). Ma tra i tanti aspetti negativi dell’epidemia ci sono da registrare due fattori positivi: da una parte il sistema sanitario che ha retto nonostante importanti tagli subiti negli ultimi anni e una situazione non al livello di quella europea, dall’altra la dimostrazione di un Paese coeso, che ha fiducia nelle istituzioni e nel personale medico e che mette al centro la famiglia.

Come sta l'Italia dal punto di visto socio-economico

Il rapporto si divide in cinque grandi capitoli. Il primo è quello riguardante la situazione economica e sociale del Paese, che non può che essere disastrosa. L’inflazione è negativa, gli occupati sono in calo, la forza lavoro è in diminuzione. Ma si intravede una prima risalita del clima di fiducia, con una reazione positiva a maggio e giugno. A tenere in piedi il sistema durante l’emergenza, però, ci ha pensato una “forte coesione” mostrata dagli italiani, a partire dall’alta fiducia verso le istituzioni come il personale medico e la Protezione Civile. I cittadini, poi, hanno seguito le regole igieniche e sul distanziamento fisico, trovando nei parenti e negli affetti un’ancora di salvezza. Sono anche cambiate le abitudini: gli italiani si sono dedicati più del solito alla cura dei figli, alla preparazione dei pasti (anche come momento di svago), alle telefonate con i parenti, alla lettura e non hanno rinunciato all’attività fisica.

Il disastro sanitario e l’alta mortalità dei meno istruiti

Come risaputo, il Covid non ha colpito tutti nello stesso modo. Sono stati più colpiti gli uomini, gli anziani, ma non solo. Perché dal report Istat emerge come siano stati rilevanti anche altri fattori come l’estrazione sociale e il titolo di studio, con una mortalità maggiore tra chi ha un titolo più basso. In generale l’impatto sulla mortalità è stato significativo soprattutto a marzo (+48,6% rispetto alla media degli anni precedenti) e ad aprile (un terzo in più rispetto alla media). Gli aumenti più consistenti si sono registrati in Lombardia ed Emilia-Romagna e nelle province di Bergamo e Cremona. L’incremento riguarda soprattutto gli uomini tra i 70 e gli 89 anni, meno le donne. E come conseguenza avrà una discesa della speranza di vita di quasi un anno, secondo le stime dell’Istat.

L’impatto sull’assistenza ospedaliera, certifica l’Istat, è stato comunque limitato. Ma l’Italia soffre di un “ridimensionamento” delle risorse per la sanità tra il 2010 e il 2018, con un aumento della spesa solo dello 0,2% a fronte di una crescita ben maggiore. Il problema principale riguarda la diminuzione del personale sanitario: in Italia ci sono solo 39 medici ogni 10mila residenti, contro i 42,5 della Germania. E ancora peggio va per gli infermieri, che sono la metà rispetto alla Germania, se consideriamo sempre il rapporto con il numero di abitanti. Nel tempo si è ridotta l’offerta di posti letto ospedaliera: nel 1995 erano 356mila, cioè 6,3 per mille abitanti; nel 2018 sono solo 211mila, cioè 3,5 per mille abitanti. In Ue la media è 5, in Germania 8. Sono state ridotte l’assistenza territoriale e anche quella ambulatoriale. Ma nonostante questo, l’Italia e il sistema sanitario sono riusciti a fare fronte all’emergenza con strutture sanitarie fortemente ridimensionate e meno attrezzate di altri paesi come la Germania.

Occupazione, a rimetterci sono lavoratori giovani, donne e del Sud

Il terzo capitolo del report è dedicato alla mobilità sociale e al mercato del lavoro. L’Istat segnala che è cresciuto il tasso di mobilità assoluta negli anni, il che vuol dire che sta diminuendo il peso della classe di origine rispetto alla classe di appartenenza dei figli. Per il mercato del lavoro crescono invece le diseguaglianze territoriali, generazionali e per titolo di studio, mentre quelle di genere sono diminuite per la qualità di occupate ma aumentate per la qualità del lavoro, che è peggiore per le donne, i giovani e i lavoratori del Sud. Per le donne si segnalano anche altre criticità, come il lavoro notturno o nei festivi e nel fine settimana, che rendono più difficile la conciliazione con la vita privata.

Il tasso di occupazione è calato in maniera significativa a marzo e aprile e un po’ meno a maggio. Mentre il tasso di disoccupazione, sceso a maggio per l’incremento di chi non cerca lavoro, è risalito di oltre un punto a maggio. Altro problema segnalato dal rapporto è che i giovani, le persone del Sud e i meno istruiti non hanno recuperato i tassi di occupazione del 2008, prima della crisi economica globale: al Centro-Nord si è tornati a livelli superiori al 2008, al Sud no. Ora il Covid ha peggiorato ulteriormente la situazione di donne e giovani. Così come dei lavoratori irregolari, anche in questo caso soprattutto donne e del Mezzogiorno. Altro problema segnalato è quello della rigidità del lavoro, con la difficoltà di ottenere permessi per motivi personali. Infine, si sottolineano le potenzialità dello smart working, che potenzialmente riguarda più le donne che gli uomini e soprattutto gli over 50, le persone del Centro-Nord e i laureati. Gli ambiti in cui può essere maggiormente applicato sono le professioni dell’informazione e della comunicazione, l’attività finanziaria e i servizi alle imprese. Ma le criticità dello smart working sono emerse durante l’emergenza, come dimostra il fatto che il 40% di chi ha lavorato da casa è stato contattato fuori dall’orario di lavoro troppo spesso.

La crisi delle imprese e la mancanza di liquidità

Il problema delle imprese italiane, sottolinea l’Inps, nasce prima del Covid: negli ultimi anni c’è stato un calo delle piccole imprese, mentre sono cresciute le grandi aziende. Non è stata ricostituita la base produttiva esistente prima della recessione e ci sono meno imprese e meno addetti rispetto al 2011. E con il lockdown i tempi per tornare a quei livelli non possono che allungarsi. Durante l’emergenza le grandi imprese hanno chiuso meno, tanto che ben il 60% del sistema in termini di fatturato è sempre rimasto aperto, come sottolinea ancora l’Istat.

Il problema principale per le aziende, già prima dell’emergenza, è quello della scarsa liquidità. Da una simulazione si è cercato di capire l’effettiva caduta del fatturato di marzo ed aprile e gli effetti che può aver avuto: la preoccupazione – confermata poi dai pareri forniti dalle imprese – è che ci siano rischi per un terzo delle imprese, che potrebbero trovarsi senza liquidità. Il che può portare a fallimenti o alla compromissione della capacità di recupero delle imprese. Secondo le stime dell’Istat, a fine aprile quasi due terzi delle 800mila società di capitale italiane potrebbero operare fino a fine 2020, mentre un terzo non riuscirebbe a farlo, se non in condizioni molto precarie.

Cosa potrebbe ostacolare la ripresa: dall’ambiente alla natalità

L’Istat sottolinea nell’ultimo capitolo quelle che definisce delle criticità strutturali che potrebbero mettere a repentaglio la ripresa: l’ambiente, l’istruzione e la “permanente bassa fecondità”. Sui dati ambientali il report parla di performance positive per l’Italia in materia di emissioni negli ultimi anni, ma non basta. Anche la popolazione è sensibile ai problemi ambientali ma a questo non fa poi seguire comportamenti coerenti. Passando all’istruzione, si segnala la problematica del digital divide e gli scarsi livelli di istruzione e di investimento in conoscenza, soprattutto se confrontati agli altri paesi Ue, che hanno un livello di scolarizzazione mediamente molto più alto. Una maggiore conoscenza, però, servirebbe anche al sistema economico, che chiede sempre più una maggiore istruzione.

L’ultimo problema, su cui si sofferma approfonditamente l’Istat, è quello della fecondità. Una situazione già difficile che potrebbe precipitare con l’emergenza Covid, con un calo delle nascite stimato in 10mila unità in meno tra il 2020 e il 2021. Rimane, per gli italiani, un alto desiderio di genitorialità (la maggior parte delle persone vorrebbe avere due figli) ma non c’è poi un effettivo riscontro. Negli anni è aumentato il ricorso alla procreazione medicalmente assistita e ciò che sottolinea l’istituto di statistica è che servono politiche incisive per rimuovere gli ostacoli per la formazione di nuove famiglie, perché il desiderio di avere figli ancora c’è e anche in molte fasce d’età.

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