ICE e proteste, gli Stati Uniti hanno rischiato la guerra civile a Minneapolis?

Se per le strade di Roma o di Milano i carabinieri si scontrassero con l’esercito assisteremmo alla miccia di una guerra civile. Ecco, negli Stati Uniti nelle scorse settimane si è rischiamo qualcosa di pericolosamente simile.
Quello che è successo a Minneapolis era già stato scritto, circa un anno e mezzo fa. Lo avevano raccontato dei ricercatori dell’Università della Pennsylvania in una simulazione. Una simulazione su come comincia una guerra civile.
La simulazione su come scoppia una guerra civile
Una precisazione: non parlavano dell’ICE e del Minnesota, ma lo scenario era esattamente quello. Nello studio si raccontava di un presidente che decideva di mettere in atto un’operazione di forze di polizia estremamente impopolare a Philadelphia. Sapendo che i cittadini avrebbero opposto resistenza, il presidente decideva di prendere il controllo della Guardia nazionale, per evitare lo scontro. Ma la Guardia nazionale restava fedele allo stato, al governatore della Pennsylvania, anche lui molto critico di questa operazione. A quel punto allora il presidente decideva di mandare l’esercito. E così si arrivava a un conflitto armato tra forze federali e delle forze statali. La guerra civile, appunto.
A Minneapolis abbiamo assistito solo alla prima parte di questo scenario, per fortuna. Donald Trump ha solo minacciato di appellarsi all’Insurrection Act e di mandare l’esercito, ancora non l’ha fatto. Anzi, ha parlato di ritirare gli agenti dell’ICE dalla città, consapevole che la sua operazione non ha avuto, anche in termini di consenso personale, il successo che sperava.
Ma c’è una domanda che rimane senza risposta: è solo questione di tempo? L’ICE rischia di essere la miccia di una guerra civile negli Stati Uniti, che è solo rimandata?
La polizia, le agenzie federali e l'esercito negli USA
Per capire come potrebbe scoppiare una guerra civile negli Stati Uniti dobbiamo analizzare bene come funzionano le forze di polizia, i corpi di sicurezza e le varie agenzie, sia a livello statale che federale. Questa distinzione è importantissima: da un lato ci sono degli attori federali, che rispondono al governo centrale e operano in tutto il Paese, mentre dall’altro ci sono quelli statali, quindi diversi da stato a stato. Ogni stato ha il suo corpo di polizia che opera all’interno di quello stato, dalla California, al Montana, al Texas e così via.
Insomma, ci sono due livelli, che ovviamente non devono entrare in contrasto tra di loro. Generalmente i corpi statali svolgono compiti di polizia, dalle indagini sui casi giudiziari alle attività di contrasto alla criminalità. A livello federale, invece, esistono diversi organi con compiti diversi: ad esempio c’è il federal law enforcement che deve far rispettare le leggi a livello federale, ci sono le agenzie del Dipartimento della Giustizia – come l’FBI o la DEA, che si occupano di campi più specifici come in questi esempi l’intelligence interna o i traffici di droga – e poi le agenzie del Dipartimento di Sicurezza interna.
L'Homeland Security e l'ICE
Quando parliamo di Homeland Security stiamo parlando di numerosi organi di polizia a livello federale, tutti volti a garantire appunto la sicurezza interna: ad esempio il Border Patrol e appunto l’ICE. Questo acronimo sta per Immigration and Custom Enforcement ed è l’agenzia che con il ritorno di Trump alla Casa Bianca è diventata conosciuta a livello mondiale per le sue retate nelle città statunitensi alla caccia dei migranti. A differenza del Border Patrol, che pattuglia i confini, gli agenti dell’ICE possono condurre operazioni ovunque nel Paese per scovare chi vi risiede in modo irregolare.
Ma l’ICE non era nata esattamente con questo scopo. Inizialmente aveva un compito un po’ diverso, dato anche dal contesto in cui era stata formata. Torniamo indietro di oltre vent’anni. Il DHS, il Dipartimento per la sicurezza interna, nasce nel 2002 in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre. E con il dipartimento nascono anche le sue agenzie, ICE compresa. All’inizio le sue operazioni erano sì legate al controllo delle leggi sull’immigrazione, ma soprattutto in chiave antiterroristica: ci si doveva accertare, cioè, che chi entrava nel Paese non ponesse una minaccia alla sicurezza interna. Del resto gli attentatori dell’11 settembre erano tutti arrivati negli Stati Uniti tra la fine del 2000 e la primavera del 2001, avevano vissuto per mesi nel Paese. Avevano preso le lezioni di volo che sono poi servite per dirottare gli aerei della United Airlines e dell’American Airlines e schiantarli contro le Torri Gemelle e il Pentagono.
Post 11 settembre: come era nata l'ICE
Erano gli anni in cui gli Stati Uniti erano stati colpiti al loro interno come mai prima, gli anni in cui George W. Bush lanciava la lotta al terrorismo. L’ICE, i suoi compiti e i suoi obiettivi, riflettevano questo contesto. Ma le cose sono cambiate. L’ICE di Donald Trump è uno strumento attraverso cui il presidente sta concretizzando una delle sue principali promesse elettorali. Quella di attuare la più grande deportazione che gli Stati Uniti abbiano mai visto, cacciando dal Paese tutti i migranti irregolari, descritti come violenti criminali, persone di cui liberarsi.
La realtà è ben diversa. Gli agenti dell’ICE non danno tanto la caccia ai criminali. Arrestano famiglie intere, portano anziani e bambini nei centri di detenzione. Da un anno, dal ritorno di Trump al potere, migliaia di persone hanno denunciato gli abusi dell’ICE: detenzioni oltre ciò che prevede la legge, cittadini statunitensi fermati e trattenuti solo su un sospetto arbitrario, magari legato alla carnagione o tratti somatici, violenza per le strade, con persone sbattute a terra. Uccisioni, come quella di Renee Good e Alex Pretti.
Come un'agenzia è diventata strumento di Trump
E in tutto questo l’amministrazione Trump, dai funzionari fino allo stesso presidente, non hanno fatto altro che difendere gli agenti federali, garantendo loro quasi una sorta di immunità.
Non è un caso che l’ICE sia l’agenzia federale più finanziata della storia statunitense. Non svolge solo dei compiti molto pratici e concreti. È investita di una missione politica. E, allo stesso modo, non è un caso che sul suo operato si sia infiammato lo scontro con l’opposizione Democratica. Più che a Washington, nel Congresso, lo abbiamo visto a livello locale. Nel Minnesota, precisamente a Minneapolis. Sia il sindaco della città, Jacob Frey, che il governatore dello stato, Tim Walz, sono dei Democratici che sono stati molto critici di Trump e dell’azione dell’ICE.
Il video di Frey in cui diceva all’ICE di “get the fuck out” da Minneapolis subito dopo l’omicidio di Renee Good ha fatto presto il giro del mondo. Così come le immagini della National Guard, mobilitata da Walz, che è scesa nelle strade della città per dare assistenza ai manifestanti: infatti migliaia di persone hanno marciato per giorni nonostante le temperature rigidissime, anche a 20 o 30 gradi sotto lo zero. E allora i militari riservisti, che sono appunto organizzati a livello statale, sono stati attivati per dare assistenza: distribuivano tè e cioccolata calda, portavano coperte se c’era bisogno.
Una società polarizzata e divisa: il conflitto è inevitabile?
Ma, e qui torniamo al punto iniziale di questo video, immaginiamo cosa sarebbe potuto accadere se invece di versare tazze di bevande fumanti, i militari fossero intervenuti per difendere i cittadini dagli agenti dell’ICE. Immaginiamo un contesto in cui ci sono due entità diverse, una forza di polizia federale e un corpo militare statale, che si scontrano tra di loro. Il primo risponde al governo centrale, il secondo al singolo stato, che si rifiuta di piegarsi alle direttive che arrivano da Washington.
Ecco, è esattamente così che scoppierebbe una guerra civile. E a Minneapolis ci si è andati decisamente vicini. Forse troppo e potrebbe essere anche per questo che Trump ha deciso di fare un passo indietro: forse si è reso conto che la sua operazione non solo non gli stava portando consensi, ma avrebbe anche potuto creargli problemi da cui non si torna più indietro.
La vera domanda è: è solo questione di tempo? Gli Stati Uniti di Trump, un Paese sempre più polarizzato, sono destinati a implodere in uno scontro tra le sue anime?