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4 Novembre 2022
08:20

I tre rintocchi della campanella del Sollievo: come è nato il rito per i bambini che sconfiggono il cancro

La storia dei tre rintocchi della campanella del Sollievo, quella che nei giorni scorsi ha suonato il piccolo Simone dopo due anni di battaglia contro la leucemia e che prima di lui hanno fatto tanti piccoli pazienti del reparto di Pediatria Oncologica dell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo.
A cura di Antonio Palma
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Tre rintocchi di campanella, il primo a esprimere il passato, quella che c'era prima del ricovero, il secondo a ricordare il momento della diagnosi e della terapia e infine il terzo, quello della guarigione e del ritorno a casa dall'ospedale che sancisce la vittoria sulla malattia. Sono i tre rintocchi della campanella del Sollievo, quella che nei giorni scorsi ha suonato il piccolo Simone dopo due anni di battaglia contro la leucemia e che prima di lui hanno fatto tanti piccoli pazienti del reparto di Pediatria Oncologica dell'ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo.

Un rito di gioia per i bimbi che lasciano l'ospedale foggiano ma anche per i loro genitori e che sancisce la fine di un periodo di trattamento di cura, sofferenza e di dolore e il ritorno alla vita normale di tutti i giorni. Una festa però anche per tutti gli operatori sanitari che vivono con i loro piccoli pazienti la loro lunga battaglia dall'arrivo pieno di paura e un po' spaesati  in quel posto nuovo, fino alla gioia dell'addio e della rinascita.

"I tre rintocchi che il piccolo Simone ha così energicamente fatto rappresentano il passato, il presente e un futuro radioso che noi auguriamo a ogni bambino" ha raccontato a Fanpage.it la dottoressa Raffaela De Santis, pediatra e direttrice del reparto di Ematologia Oncologica dell'Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza ripercorrendo la storia della campanella del Sollievo.

Tutto è partito circa un anno fa dall'idea di una mamma di una piccola paziente dell'ospedale a cui era stata diagnosticata una patologia molto grave, una psicologa. "Erano ancora i tempi della pandemia e la donna era entrata in ospedale da sola con la piccola e l'impatto con la malattia era stato molto forte, le prime parole che disse furono  ‘Questi nostri figli sono nati da un atto di amore e devono rinascere vincendo una prova di coraggio'" ha ricordato la dottoressa De Santis.

Da qui la ricerca di una idea che potesse rappresentare un traguardo, un rito di passaggio per i piccoli, poi individuata in una usanza in voga nei centri di oncoematologia pediatrica statunitense, appunto il rito della campanella. Una idea condivisa dall'ospedale e dai medici che si son attivati per recuperare lo strumento adatto, individuando infine una ditta abruzzese che non solo l'ha costruita ma ha deciso di donarla gratuitamente all'ospedale.

Da allora ogni volta che un bambino che conclude il suo percorso di terapia, durato anche anni, la campanella risuona in tutto il reparto rappresentando il rito di addio che si trasforma in una sorta di festa collettiva. "Un evento gioioso, bello, un evento che il nostro reparto si merita perché non ci deve essere solo la cura e la paura della malattia ma anche la speranza e la gioia della guarigione".

 

Per quel giorni i genitori si organizzano come se stessero celebrando una vera e propria festa, c'è chi porta regalini, chi dolcetti e il reparto si riempie di gioia. "La mamma di Simone ha portato un biscotto a forma di arcobaleno a indicare come nel lockdown che insieme ce l'abbiamo fatta. Ma ogni oggettino che portano ha un significato: che è la gioia della guarigione" ha spiegato la dottoressa.

In quel giorno il genitore del piccolo, che è stato al suo fianco durante il ricovero, scrive i propri sentimenti, tutto quello che ha vissuto e trascorso nel reparto, su una rubrica allestita sotto la campanella e che si è trasformato in un lungo racconto, un diario della vita di reparto.

La lettera di mamma Alessandra (da operapadrepio.it)
La lettera di mamma Alessandra (da operapadrepio.it)

"Giovanni Paolo II diceva ‘ciascuno di noi porta in sé una campana, molto sensibile. Questa campana si chiama cuore. Questo cuore suona, suona e mi auguro che il vostro cuore suoni sempre delle belle melodie'. È quello che ogni bambino vive nel nostro reparto il giorno della guarigione insieme ai genitori" ha spiegato la dottoressa De Santis, concludendo: "Spesso si stratta di genitori giovani come quelli di Simone  la cui gioia per il primo figlio viene subito cancellata da una malattia gravissima. E anche loro devo essere sostenuti e devono avere una speranza. Il desiderio di suonare la campanelle quanto prima è una cosa che riempie di gioia tutti".

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