“Ho bisogno di soldi. Mio figlio è malato terminale”, ma non era vero: indagata per truffa la madre a Verona
Aveva chiesto aiuto per salvare la vita del figlio, raccontando di un tumore in fase terminale e di cure costose che la famiglia non poteva permettersi. A mobilitarsi erano state anche alcune associazioni del territorio, che avevano condiviso gli appelli nella speranza di contribuire alle spese mediche. Dietro quelle richieste di solidarietà, però, secondo la Procura di Verona, ci sarebbe stata una storia molto diversa. Haidi Zanaboni, la madre che tra il 2024 e il 2025 aveva organizzato diverse raccolte fondi a Isola della Scala e sulle piattaforme online, ha ammesso di aver mentito sulle condizioni di salute del figlio. Ebbene, ora è indagata per cinque episodi di truffa e altrettanti di falsificazione di documenti sanitari.
La vicenda era diventata pubblica nel giugno del 2025, quando il Corriere del Veneto aveva raccontato l'appello della donna per finanziare un ciclo di adroterapia destinato al figlio, allora quattordicenne e affetto da un carcinoma intestinale. Zanaboni aveva spiegato che le cure tradizionali erano diventate difficili da proseguire a causa di alcune reazioni allergiche ai farmaci e che l'intervento chirurgico avrebbe comportato conseguenze importanti per il ragazzo. Per questo aveva chiesto un aiuto economico, sostenendo che il trattamento non fosse interamente coperto dal Servizio sanitario nazionale.
Proprio sulla necessità di quella raccolta erano però emersi i primi dubbi. Il Centro nazionale di adroterapia oncologica di Pavia aveva chiarito che, per i pazienti candidabili, il trattamento è completamente gratuito. Alle richieste di chiarimento del quotidiano, la donna non aveva fornito ulteriori elementi e la campagna era stata successivamente chiusa. Non era, tuttavia, l'unica iniziativa promossa da Zanaboni. In un'altra occasione aveva chiesto denaro per finanziare una presunta terapia staminale mirata, mentre altre raccolte erano state diffuse anche attraverso associazioni locali, che avevano aderito agli appelli in buona fede.
Le indagini condotte dalla polizia locale di Isola della Scala insieme alla Guardia di Finanza, sotto il coordinamento della magistratura veronese, avrebbero permesso di ricostruire cinque distinti episodi di truffa. Secondo gli investigatori, la documentazione sanitaria utilizzata per convincere i potenziali donatori sarebbe stata contraffatta e le prestazioni mediche e le relative spese descritte negli appelli non corrisponderebbero al vero. Ogni raccolta avrebbe fruttato somme comprese tra i 2mila e i 6mila euro. Tra gli episodi contestati c'è anche una somma ricevuta da una conoscente che per un periodo aveva aiutato la donna nell'assistenza ad alcuni suoi familiari. L'importo complessivo ottenuto non è stato ancora reso noto.
Nel frattempo, Zanaboni ha scelto di scusarsi pubblicamente, sottoscrivendo una dichiarazione diffusa dalla sua avvocata, Claudia De Mori. La donna ha riconosciuto di aver aggravato ingiustificatamente le condizioni del figlio, descrivendolo falsamente come un malato terminale. Ha attribuito il proprio comportamento a un periodo di grave indigenza economica e a una condizione psicologica profondamente compromessa, precisando però che nulla di tutto questo può giustificare l'inganno.
Nella stessa dichiarazione ha annunciato l'intenzione di effettuare una donazione alla Fondazione Airc per la Ricerca sul Cancro, definendola un primo gesto concreto di pentimento e un modo per provare a risarcire la comunità scientifica e i pazienti oncologici. La donna ha anche riconosciuto di aver tradito la fiducia di chi aveva contribuito alle raccolte fondi, consapevole che le sue scuse non potranno cancellare il dolore e l'indignazione provocata.
L'inchiesta della Procura di Verona, coordinata dal sostituto procuratore Mauro Leo Tenaglia, non è comunque ancora conclusa. Per Zanaboni, che è tuttora sottoposta alle indagini, resta quindi da chiarire la responsabilità per i dieci episodi contestati.