"Sono Marica Mosti, vi scrivo in merito alla storia del signor Franciosi, io sono la madre dei suoi unici due figli, e sono stata la sua compagna e convivente per ben 14 anni, dal 1997 al 2010. Credo che sia ora di dire la mia versione di tutta questa storia, visto che l'ho vissuta dall'inizio".

Comincia così la mail che, assieme al collega Davide Arcuri, ci proietta, di nuovo, ad Ameglia (La Spezia), e porta a questa intervista esclusiva in cui emerge un ritratto diverso di Gian Franco Franciosi, il famoso presunto testimone di giustizia infiltrato nei narcos a cui è ispirata la fiction Gli Orologi del Diavolo, di quattro puntate, in onda su Rai Uno, con Beppe Fiorello che sullo schermo è Marco Merani ovvero Gian Franco Franciosi.

Il racconto di Marica, che nella fiction è la co-protagonista Flavia, interpretata da Nicole Grimaudo, è un racconto preciso, coerente, lucido. Un quadro che va ben oltre quello descritto da ex amici ed ex soci: consumatore di cocaina, maltrattante nei confronti della compagna, menefreghista verso i figli e verso la madre. A sua volta trafficante di cocaina dalla Spagna all'Italia, con lo stupefacente nascosto nell'auto con a bordo i suoi figli.

Marica ha 47 anni e non naviga nell'oro, tutt'altro. Sono dieci anni che bada ai suoi due figli da sola. Oggi fa la badante, sette giorni su sette, per 1100 euro, paga affitto e bollette e aiuta i figli che vivono con lei. Marica oggi è una donna stanca, che ha deciso di dire basta: "Non mi piace che il Franciosi passi per un eroe, perché non è un eroe, ha fatto male a tanta gente – racconta davanti alla telecamera – . Se vuoi essere un eroe, la storia la devi raccontare tutta e dall'inizio. Devi raccontare il lato oscuro della tua vita". Affittiamo un mini appartamento in un residence ad Ameglia e la incontriamo.

Marica Mosti, perché parla solo ora?

"Io quando ho visto il servizio delle Iene e quello di Presa Diretta, li ho contattati, ma non mi hanno mai richiamato. Non mi hanno chiesto niente. Nessuno ha dato voce a noi altri, solo voi. E questo mi ha fatto molta rabbia. Nessuno si è preoccupato di chiedere ad altri e di verificare le date dei racconti di Gianni".

Per esempio?

"Proprio in questi giorni, ha risposto al vostro servizio dicendo che querela tutti che lui è stato infiltrato dal 2001 al 2010: ma lui stesso ha sempre raccontato un'altra storia, che tutto iniziò nel 2007. Che poi in realtà lui, Elías Piñeiro Fernandez, il narcotrafficante galiziano (l'Aurelio della fiction, ndr), in realtà lo conosceva già dal 2005. E io lo so perché c'ero. La ditta era intestata a me. Io facevo e ricevevo ordini e pagamenti. Gli vendeva soprattutto grossi motori da barca modificati e barche molto potenti".

Andiamo con ordine. Chi è davvero Gian Franco Franciosi?

"Una persona vittima di se stessa, un narcisista patologico con una gran parlantina. Dipendente dalla cocaina, che assumeva tutti i giorni, a tutte le ore, in quantità enormi. Se ne accorgeva anche mia mamma. E poi mi tradiva, non so neanche quante volte. So per certo che se la faceva con delle prostitute russe, tra fiumi di coca e champagne, su una barca in darsena, sotto gli occhi di tutti".

Marica, quello che sta dicendo è grave.

"Io non sono una santa, i miei errori li ho fatti anche io. Ma ci provi, lui, a querelarmi, che se andiamo davanti al giudice ti garantisco che io esco libera e lui vai in galera e buttano la chiave. Quando siamo tornati dalla Spagna, dove abbiamo vissuto dal 2001 al 2004, a Salamanca, perché dovevamo scappare perché lo cercavano dei siciliani che lo volevano fare fuori non so per quale sgarro, abbiamo fatto il viaggio con i nostri due figli e l'auto, un Mercedes Viano, riempita di cocaina. Io l'ho scoperto dopo: se ci avessero fermato, ci avrebbero arrestati entrambi e mi avrebbero tolto i bambini".

Sta dipingendo un mostro.

"Non è una persona totalmente cattiva, quando aveva i soldi in tasca era molto generoso con me e i nostri figli, ma ha fatto tanto male. Mi ha messo le mani addosso, una volta in particolare mi ha spintonato contro i mobili e il muro. Avevo la schiena piena di lividi perché gli dissero che lo avevo tradito, ma non era vero. Un'altra volta, in Spagna, mi ha preso per il collo e mi ha attaccato al muro, lì gli ho tirato una ginocchiata nei testicoli e mi sono divincolata".

Perché non lo ha mai denunciato?

"Non voglio il suo male, è sempre il padre dei miei figli. Che poi una volta l'ho pure fatto, perché non pagava gli alimenti, ma in tribunale si sono persi tutto il fascicolo mi disse l'avvocatessa …".

C'è dell'altro?

"Potrei parlarti per giorni di Gianni. Quando eravamo in Spagna, trafficava con le auto con la Germania e in chissà cos'altro, tanto che, successivamente, sua mamma si è trovata l'appartamento che possedeva a Salamanca, dove avevamo vissuto, occupato da dei gitani a cui lui lo aveva dato in garanzia per un debito mai pagato. Ma costruiva anche pistole, sai? Le faceva piccole, a forma di penna, con il tornio. Era molto bravo".

Della storia che racconta da sempre, quella a cui è ispirata la fiction e il libro, e ripetuta da centinaia di servizi giornalistici, cosa c'è di vero?

"Delle cose vere ci sono, ma tante sono state modificate o spostate nel tempo. Tortellino, per esempio, (Giuseppe Valentini, uomo della banda della Magliana ucciso a Roma nel 2005, ndr), Giannino non lo conosceva quasi, non è vero che era un nostro cliente. Lui ha sempre raccontato che quando uccidono Tortellino (nella fiction è Ugo Poletti, detto Polverone, ndr), Gianni si convince ad andare dalla polizia, dicendo che lavorava per lui e lo credeva un proprietario di centri diving. Ma tutti, Gianni compreso, sapevano che trafficava con la cocaina. La portava dalla Spagna nascosta nelle scatolette del cibo per il cane".

E dell'arresto in Francia cosa sa?

"Mi chiamò dal gommone e mi disse che avevano finito il gasolio, lui e lo spagnolo che lo accompagnava, ed erano rimasti alla deriva. Poi si era avvicinato un peschereccio e gli avevano chiesto se li poteva trainare al porto, erano al largo della Francia. Ma questi invece chiamarono la gendarmerie e furono arrestati probabilmente anche per il furto del gommone: Giannino lo aveva rubato a un suo cliente all'Isola d'Elba e lo voleva portare da Elías Piñeiro Fernandez che gli aveva promesso 250mila euro in cambio. Ci saremmo comprati casa nostra con i soldi, mi disse".

Poi cosa succede?

"Lo Sco di Genova lo raggiunge in carcere in Francia e gli propone di collaborare per cercare di arrestare Elias in cambio della libertà. E lui dice di no, così lo Sco viene da me a chiedermi se volevo collaborare io con la giustizia e che loro avrebbero aiutato Gianni a uscire, ma io non sapevo dove fosse Elias e non avevo contatti diretti con lui".

Quando Franciosi esce dal carcere che accade?

"Torna a casa, ed era molto peggiorato. Le pillole che si vedono nella fiction gliele davano davvero in carcere. Non lo riconoscevo più. Poi un giorno bussano alla porta dei poliziotti della questura di Genova, gli devono notificare un mandato di cattura della polizia spagnola per una vecchia denuncia di alcune auto che doveva consegnare e che, come le barche anni dopo, non aveva mai consegnato. E così lo portano in carcere a La Spezia, dove resta 45 giorni, e poi un periodo a domiciliari".

Quindi Franciosi è andato due volte in carcere, una in Francia e una a La Spezia?

"Sì, andavo a portargli da mangiare e i vestiti ogni settimana e gli mettevo 50 euro nel conto del carcere. Io ho fatto cose per lui che sfido chiunque. L'ho sempre aiutato e sostenuto".

Ma almeno che sia stato lui a far prendere la Nave Madre, e sequestrare le sei tonnellate di cocaina, è vero?

"Sì, quello sì. Ma quel giorno lui non era su quella nave come racconta, era con me in Italia".