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25 Novembre 2016
11:58

Giallo di via Poma, i punti oscuri della sentenza che assolse Raniero Busco

Il 7 agosto 1990 Simonetta Cesaroni fu trovata morta negli uffici al civico 2 di via Poma. Solo nel 2008 il test del Dna ha permesso di aprire un processo per il suo omicidio: imputato, Raniero Busco, il fidanzato dell’epoca della ragazza. Dopo una condanna a 24 anni di carcere la sentenza di appello ribaltò il verdetto giudicando Busco “non colpevole”. Restano, nelle motivazioni della sentenza, quelli che la stessa corte definiscono “punti oscuri”. Dal morso sul seno di Simonetta, alle tracce di Dna, ecco quali sono le ombre sul caso Cesaroni.
A cura di Angela Marino
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Assolto per non aver commesso il fatto. Con questa formula granitica e inappellabile il 48enne Raniero Busco fu prosciolto, nel 2012, dall’accusa di omicidio nel processo per il delitto di via Poma. A 22 anni dall’omicidio di Simonetta Cesaroni l’ex fidanzato della segretaria festeggiò l’assoluzione con la moglie e i due figli: "La fine di un incubo". La sentenza rovesciò completamente le conclusioni del primo grado che condannavano Busco a 24 anni di reclusione con l’accusa di omicidio aggravato dalla crudeltà. Un coupe de theatre inaspettato in quel processo che l’Italia seguiva con il fiato sospeso, assetata di verità, ma anche morbosamente attratta da quel giallo della stanza chiusa andato in scena in pieno giorno fra le quattro mura del palazzo signorile di via Carlo Poma, nel cuore di una Roma deserta di inizio agosto. L’Italia colpevolista che voleva l’ex fidanzato dagli occhi di ghiaccio autore del massacro rimase delusa, ma anche attonita: dalla condanna all’assoluzione piena. Come era possibile? Alla fine del processo, nondimeno, l’accusa chiese di annullare la sentenza perché era mancata una “corretta elaborazione delle prove”.

Già le prime indagini sul caso Cesaroni mostrano lacune e carenze. Nelle prime battute di indagine al giovane fidanzato della vittima non viene chiesto un alibi. Poi, quando gli viene richiesto, il giovane afferma di aver passato il pomeriggio in compagnia di un amico, tale Simone Palombi. Questi, però, smentisce, quel giorno era da tutt'altra parte. Successivamente Busco fornisce altri due alibi diversi, coinvolgendo altre persone. Alcune versioni collimano perfettamente con le notizie divulgate di volta in volta dalla stampa. Il secondo alibi lo vede intento a riparare lo stereo dell'auto di un suo amico. Non è possibile stabilire con certezza questa versione. Successivamente due amiche di sua madre riferiscono di averlo visto lavorare nel cortile di casa sua ma, le intercettazioni dimostrarono che le due avevano concordato alcuni punti della versione. Infine una vicina di casa disse di averlo visto con suo figlio in casa Busco, ma anche questa versione non trovò conferme. Dopo oltre vent'anni accertare con esattezza dove fosse Raniero Busco quando è morta Simonetta Cesaroni (in appello l'ora della morte verrà collocata tra le 18 -19, ndr.) diventa un vero e proprio rebus. I giudici della Corte d'Appello, infine, accettano l'ultima versione proposta da Busco: si trovava a casa, a riparare l'auto del fratello, dalle 17 alle 18. Chi lo conferma? Sua madre. Mentre alle 19 e 15 Busco si sarebbe trovato insieme ad alcuni amici.

Il capitolo Dna dovrebbe essere quello che inchioda l'ex fidanzato. E invece no. All'epoca dei fatti la prova del Dna consisteva solo nella determinazione del gruppo sanguigno. Fu proprio l'evoluzione della tecnica che oggi porta alla determinazione del profilo genetico dell'individuo a consentire la riapertura del processo nel 2008, per analizzare nuovamente i reperti alla luce di nuove prove. Sui vestiti di Simonetta i periti della Corte d'Appello e i consulenti della difesa furono concordi nel riconoscere due soli profili genetici: quello della vittima e quello di un ignoto. Come nel caso di Yara Gambirasio, anche in quello di Simonetta si cercò un "ignoto 1", anche se all'epoca la dicitura non era nota ai giornali. Il codice genetico fu confrontato con quello di 29 sospettati, tra cui Raniero Busco, che risultò corrispondente, proprio nella traccia a livello del seno sinistro sul reggiseno trovato abbassato sul corpo della vittima, dove era presente una singolare lesione. Il processo d'appello, però, declassa la prova del Dna a "circostanziale", Un lungo esame delle modalità di lavaggio dei vestiti in casa Cesaroni, infatti, porta i giudici a ritenere che la traccia potesse essere presente da giorni sugli indumenti di Simonetta, avendo resistito a un delicato lavaggio a mano. A questo proposito, esiste una perizia richiesta dalla parte civile e realizzata dalla psicologa forense, Laura Volpini, sull'analisi delle modalità di cambio abito a cui era generalmente abituata Simonetta e la sua famiglia e le modalità di lavaggio, che però non è mai stata  ammessa in Tribunale, in quanto non riguardava l'imputato, ma le abitudini igieniche della vittima. Respinta anche l'analisi della stessa consulente sulla relazione tra Simonetta e Busco dalla quale emergeva una dinamica conflittuale. Nelle lettere che Simonetta scriveva alle amiche, la ragazza si lamentava di non essere amata e di essere considerata quasi solo un oggetto sessuale. “Ti calpesterebbe, se potesse” le scriveva in risposta l’amica Donatella, spiegandole i motivi per cui non voleva più uscire con la stessa compagnia frequentata da Raniero Busco. La consulenza evidenzia in Simonetta "una sensibile vulnerabilità affettiva, che va oltre l'amore per se stessa e il proprio rispetto: un meccanismo psicologico – si legge nel documento –  riscontrabile nelle vittime di violenza e nell’omicidio di prossimità".

Ma è sulla lesione localizzata sul capezzolo sinistro di Simonetta che si combatte la battaglia più aspra. Il primo processo stabilisce che è un morso e che è del Busco. In appello, un team di consulenti composto da Chantal Milani, odontologo forense e da Fabio Boscolo esperto di ricostruzioni di scene del crimine, ribadisce il concetto dimostrando la tesi con le tecniche scientifiche normalmente applicate a livello internazionale in casi analoghi. La perizia dal medico legale Corrado Maria Cipolla d'Abruzzo, tuttavia, declassa il morso a lesioni di altro tipo ma non identificabili. La Cassazione, infine, conferma. Le 26 pagine della consulenza firmata da Chantal Milani, nominata dalla famiglia Cesaroni, invece, raccontano un’altra storia: dallo studio delle foto l’esperta stabilisce che quella ferita, inferta con tale violenza da causare una deformazione ‘a goccia', è un morso umano corrispondente all’arcata dentaria del Busco. Il lavoro della ondontologa contesta quello fatto dal medico legale Corrado Maria Cipolla d'Abruzzo che, all'epoca dei fatti, sottolinea Milani, non fu affiancato da un odontologo forense, competente in materia. Tuttavia, in sede di dibattimento, a tali analisi non fu data la possibilità di essere discusse dai tecnici che le avevano prodotte, ma solo attraverso i legali della famiglia Cesaroni. I periti della Corte, alla fine, stabiliscono che quello non è un morso, sminuendo così anche il valore di quel Dna trovato sul reggiseno.

Si conclude così, tra mille contestazioni e la richiesta di invalidare la sentenza da parte dell'accusa, il primo tra i grandi processi mediatici della storia della cronaca nera italiana. La sentenza stessa fa riferimento ai "punti oscuri" che restano nella vicenda. L'omicidio di Simonetta, dopo oltre vent'anni, resta senza colpevole.

Il delitto di via Poma

7 agosto 1990. Simonetta Cesaroni torna a casa dopo aver lavorato tutta la mattina negli uffici di via Maggi, a Roma. Simonetta Cesaroni pranza velocemente a casa con la madre e poi sale in auto con a sorella Paola, che la accompagna alla fermata della metropolitana. Sono le 15. Simonetta è sul posto di lavoro, negli uffici dell’Aiag in via Carlo Poma. Alle 17 e 25 la ragazza parla al telefono con una sua collega di lavoro. Dalle 18 in poi, di Simonetta non ci sono notizie. Dopo ore di silenzio in casa Cesaroni comincia il travaglio. Passate le venti, Paola decide di andarla a cercare con il fidanzato. Raggiungono Salvatore Volponi, il datore di lavoro, che a sua volta fa alcune telefonate per sapere dove fossero ubicati gli uffici in cui in quei giorni Simonetta lavorava in sostituzione di un’altra persona. Paola, Antonio, Volponi e suo figlio partono alla volta di via Poma, per cercare Simonetta. Giunti sul posto chiedono aiuto alla portiera, Giuseppa De Luca, che prima non ha le chiavi, poi, però, le trova. Li scorta al piano dove si trovano gli uffici e apre la porta. È Volponi a scoprire la sagoma di una cadavere nella stanza opposta a quella in cui la giovane segretaria lavorava. È Simonetta: è stata trafitta con 29 pugnalate inferte con un arma da punta e taglio. È stata colpita ovunque: sul seno, agli occhi, all’inguine e, mortalmente, sul ventre. È seminuda, indossa solo i calzini bianchi, il reggiseno abbassato sotto i seni. Non ha subito violenza carnale. Su un capezzolo ha un vistosa lesione. I vestiti sono spariti, così come le chiavi dell’ufficio e alcuni effetti personali, ma c’è di più: l’assassino, oltre ad aver portato via l’arma del delitto – che non verrà mai più ritrovata – ha ripulito la scena. Il sangue che la vittima ha perso copiosamente è stato asciugato. Questa la fotografia di una scena sulla quale gli investigatori lavoreranno per i successivi 20 anni.

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