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in foto: immagine di repetorio

"Finalmente Luciano Scibilia è in carcere dove si merita di essere, ma il trattamento delle vittime da parte dello Stato deve migliorare. Mi porterò dietro il trattamento da parte della polizia e sistema giuridico italiano, che invece di proteggere me e le altre vittime hanno fatto completamente l’opposto". Gemma è solo una delle "molte" ragazze abusate dal 74enne arrestato qualche giorno fa a Santo Domingo, l'uomo inserito nella lista Europol dei 19 più pericolosi sex offender ricercati in campo internazionale. Oggi ha 30 anni, vive a Londra e lavora nella polizia locale. "Conosco bene il rapporto che le autorità dovrebbero avere con le vittime. So bene l’importanza di tenere le vittime aggiornate sulle investigazioni, e dare loro tutto il supporto che si meritano. Nel mio caso la polizia è sparita completamente" ci racconta.

Lo ‘zio preferito di casa' diventa pedofilo

Dopo aver trascorso l'infanzia nella capitale inglese, Gemma si trasferisce in un paesino della provincia di Viterbo all’età di 11 anni. "Mi sentivo diversa, sola, isolata e non capita. Soprattutto mi mancava mio padre rimasto a Londra. Avevo 16 anni quando conobbi Luciano Scibilia. Era il 2005/2006 e h0 conosciuto due ragazze che si erano appena trasferite da Roma nel paese di Monterosi nella provincia di Viterbo. Luciano era il compagno della loro madre. Inizialmente andavamo a scuola insieme, quindi dopo scuola molto spesso le sue due figliastre venivano a casa mia oppure io andavo a casa loro, ed insieme ad altre ragazze si era instaurata una bella amicizia" ricorda la donna. Pian piano Scibilia si guadagna la fiducia della giovane Gemma: "Ero una ragazza molto riservata ed insicura. Luciano era una persona che si prendeva molta confidenza, baciava ed abbracciava le sue figlie e le amiche delle sue figlie senza problemi, entrava nel letto con le figlie, come fosse normale, si prendeva confidenze come fosse lo ‘zio preferito' di casa".

Conosco bene, questo tipo di atteggiamento adesso come “Grooming”. Mi stava manipolando, preparando, addestrando – come un bravo predatore. Ero la sua prossima preda.

Poco dopo sono iniziate le chiamate ed i messaggi, poi i consigli sull’alimentazione, e sul fitness. "Inizialmente nessuno ci voleva vedere la malizia nel suo comportamento. Ed anche se a 16 anni mi ero accorta che in quel tipo di vicinanza c’era qualcosa che non andava avevo paura di dire qualcosa, quasi come se io mi dovevo vergognare di vederci del marcio. Mi diceva anche che ero diversa dal gruppo di amiche delle figlie, che ero molto intelligente, che avevo una sensibilità diversa dalla loro, che io ero ‘speciale', che le altre ragazze erano stupide in confronto a me. Avevo 16 anni. Sentivo quella vocina dentro di me che mi diceva questo atteggiamento non è normale, quella bandiera cosi rossa che mi urlava di scappare. Quella voce che 15 anni dopo ancora mi tormenta" ammette Gemma.

Poco dopo sono arrivate anche le minacce: “Se dici qualcosa a qualcuno ti ammazzo tutta la famiglia”, “Ti ritroverai orfana".

Raccontare una violenza sessuale

Quel che è accaduto dopo per certi versi è stato ancora peggio. "È difficile spiegare gli effetti di un abuso sessuale – spiega la donna – È ancora più difficile denunciarlo, in una società che si preclude a difendere i sospetti ed a umiliare le vittime. Non esisteva il movimento ME TOO. Non era il periodo post Harvey Weinstein, Epstein e Nassar. Questo era il 2006. Non avevo il supporto di nessuno. Camminavo per il mio paese, per andare a scuola, per uscire con le mie amiche sotto gli occhi di tutti, sotto gli sguardi, pettegolezzi e chiacchiere di tutti. Quasi come io mi dovessi vergognare di quello che avessi subito. Quello non era il posto in cui nessuna sedicenne si sarebbe dovuta trovare. So bene che adesso è molto diverso.

La denuncia e il nuovo calvario

A 16 anni, Gemma decide di andare a denunciare quanto subito alla Questura di Viterbo. Qui inizia un altro calvario. Non le è concesso di raccontare la sua drammatica esperienza a un agente donna ("opzione che in Inghilterra e molti paesi del mondo è persino LEGALE"). Le viene poi chiesto di descrivere nuovamente tutto ad una psicologa nominata dalla polizia. "Alla fine di varie sedute mi viene detto che ero una ragazza troppo intelligente, e siccome non stupida sarebbe stato difficile ottenere una condanna a favore di Luciano Scibilia in tribunale. Fossi stata una ragazza ‘ stupida' non ci sarebbero stati problemi ad ottenere una condanna. Io ed i miei genitori siamo rimasti sconvolti – perché lo stupro non discrimina l’intelligenza". Non è finita. La 16enne viene sottoposta ad una visita ginecologica: il medico è un uomo, "quando avevamo RIPETUTAMENTE richiesto una donna – e ho dovuto raccontare di nuovo quanto mi fosse accaduto, siamo a quota 3".

L’arresto di Luciano Scibilia a Santo Domingo
in foto: L’arresto di Luciano Scibilia a Santo Domingo

Il primo arresto di Scibilia e i continui rinvii del processo

Luciano Scibilia viene arrestato un anno dopo la denuncia di Gemma. Fa un anno di carcere, e dopo diversi mesi inizia il processo. In realtà le udienze si trasformano in rinvii visto che il pedofilo non si presenta mai in aula. "Potete immaginare lo stato d’animo di ogni vittima che si alzava la mattina del processo per anni per scoprire semplicemente – evidenzia – che il processo non andava avanti perché l’imputato non c'era. Rabbia e Dolore e di nuovo Rabbia e Dolore versa il sistema giuridico Italiano. Questo non sarebbe proprio accaduto in Inghilterra, se un sospetto non si presenta in corte, in tribunale, al processo, c’è l’arresto immediato".

La testimonianza sotto gli occhi del predatore sessuale

"Quando si è finalmente presentato, io, le figlie della compagna, ed altre vittime siamo state costrette a dare le nostre testimonianze sotto gli occhi di Luciano che era seduto a 2 metri da noi" ricorda la donna nella sua testimonianza a Fanpage. "on ci è stato permesso o concesso di state in una stanza protetta e dare la nostra testimonianza in privato. Di solito quando la vittima da una testimonianza. l’imputato viene spostato in un altra sezione dell’aula del tribunale se la vittima non si sente sicura, o è agitata dalla presenza dell’imputato. Questo è un diritto della vittima. Di nuovo, ci sono molte opzioni in Inghilterra – addirittura può esserci una testimonianza data via Zoom o FaceTime, la vittima non deve vedere l’imputato se non vuole vederlo. Può essere gravissimo per l’effetto dello stato d’animo della vittima. Mi ricordo che una delle sue due figliastre si è messa a piangere, singhiozzava, tremava ed era terrorizzata".

Quel giorno persi ogni stima nel sistema giuridico italiano.

Il latitante con il profilo Facebook

Scibilia viene condannato a sette anni e mezzo in primo grado nel maggio 2012 e a quel punto sparisce entrando nella lista dei 19 sex offender più pericolosi e ricercati del mondo. Dopo l’arresto di 13 anni fa, dovrebbe scontare ancora 5 anni e 2 mesi. "NESSUNA VITTIMA sapeva che Luciano fosse diventato latitante, e questo è un nostro diritto. Non sapevamo che fosse entrato nella lista dei 19 sex offender più pericolosi e ricercati" dice Gemma, che poi si chiede: "Come ha fatto ad arrivare a Santo Domingo? Da quanto è latitante? E come è possibile che ad un pedofilo è consentito  avere Facebook? E sono stata io a segnalarlo, cercano di contattare la Questura di Viterbo senza successo. Solo dopo sono scattate le indagini… solo quando ho reso noto che un pedofilo avesse Facebook…" ci spiega.

Le critiche alla polizia e al sistema giuridico

Gemma ora è una poliziotta è conosce bene il rapporto tra una vittima e un agente. "Sono diventata Ispettrice di Polizia perché avrei voluto una Poliziotta come me quando denunciai 15 anni fa. Una Poliziotta che sta dalla parte della vittima, offrendo opzioni e tenendola aggiornata per ogni parte dell’investigazione. Soprattutto quando una persona decide di denunciare non è mai facile. Non ha bisogno di giudizio, ha solo bisogno di conforto e di qualcuno che gli da opzioni. In Inghilterra quando una vittima di abuso domestico, abuso sessuale o harassment decide di denunciare, è  sufficiente la denuncia e testimonianza che da alla polizia quando decide di denunciare. Non lo deve fare 4 volte e so lo vuole rifare in corte l’opzione è tutta sua. Non sono stata protetta ne tutelata" denuncia.

Sono molto delusa perché so bene che erano tempi diversi, ma l’effetto di quello che ho subito me lo porterò dietro per tutta la vita.Mi porterò  anche dietro il trattamento da parte della polizia e sistema giuridico italiano, che invece di proteggere me e le altre vittime hanno fatto completamente l’opposto. Tutt’ora adesso non sono riuscita a parlare con i commissari che si occuparono del mio caso per chiedere un semplice aggiornamento. Devono migliorare i sistemi, le procedure e soprattutto i rapporti tra vittima e polizia e vittima e sistema giuridico. C’è molto lavoro da fare, molti miglioramenti. Soprattutto quando una vittima di abuso decide di denunciare, non deve farlo fino a 4 volte se non di più’ come e’ successo a me. Se la vittima non ha il vostro supporto, non ha veramente nessuno..

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