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Femminicidio di Letizia Girolami, ergastolo per Mohamed Irfan Rhana: la uccise con un colpo di zappa

La Corte d’assise di Arezzo ha condannato all’ergastolo Mohamed Irfan Rhana per l’omicidio di Letizia Girolami, riconoscendo i futili motivi e respingendo attenuanti e sconti di pena.
A cura di Davide Falcioni
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Ergastolo. È la condanna inflitta dalla Corte di assise di Arezzo a Mohamed Irfan Rhana, 37 anni, di origine pakistana, ritenuto responsabile dell’omicidio aggravato di Letizia Girolami, la psicoterapeuta di 72 anni uccisa il 5 ottobre 2024 nella sua proprietà di Foiano della Chiana, in provincia di Arezzo.

La vicenda sconvolse la comunità toscana. Rhana era stato accolto nel casolare dopo la relazione con la figlia, poi conclusa. Il corpo senza vita di Letizia Girolami, psicoterapeuta di origini romane ma da tempo trasferita nel piccolo borgo alle porte di Foiano, fu trovato in un terreno vicino al casolare. Ad ucciderla un colpo molto violento alla testa sferrato con una zappa. Un diverbio, alla base della tragedia.

Il verdetto è stato pronunciato al termine di circa un’ora di camera di consiglio e letto in aula dalla presidente Annamaria Loprete. I giudici hanno accolto l’impostazione dell’accusa, riconoscendo l’aggravante dei futili motivi e respingendo, invece, quella della crudeltà. Nessuna attenuante è stata concessa, né sono state riconosciute riduzioni di pena, come richiesto dalla difesa.

Oltre alla condanna al carcere a vita, la Corte ha disposto il risarcimento delle parti civili, fissando una provvisionale immediatamente esecutiva di 100mila euro.

Rhana, amico di famiglia della vittima, era in aula al momento della lettura del dispositivo. Presenti anche il marito di Letizia Girolami, Peter, e la figlia Eileen Alice, che ha affidato a poche parole il proprio commento: “La sentenza non farà tornare mia madre”, ha detto, aggiungendo di essere “stanchi della definizione dell’imputato come mio ex fidanzato o ex genero, circostanze che non corrispondono alla realtà. Io e mio padre lo abbiamo spiegato mille volte: leggere certe notizie è stata un’ulteriore violenza”.

Per i legali dei familiari, Stefano Del Corto e Tommaso Ceccarini, l’esito del processo rientrava tra quelli possibili. “Considerato il capo d’imputazione e le aggravanti contestate, l’ergastolo era uno degli epiloghi possibili del processo. Ergastolo è un pronunciamento di non ritorno – hanno sottolineato – vedremo se reggerà nel giudizio di appello”.

Subito dopo la lettura della sentenza, l’avvocata difensore Maria Fiorella Bennati ha raggiunto il proprio assistito. “Gli ho spiegato che ora attenderemo le motivazioni della sentenza – ha dichiarato – Per Irfan è necessaria una perizia psichiatrica. Valuteremo successivamente il ricorso in appello”.

Durante la requisitoria, il pubblico ministero Angela Masiello aveva ricostruito l’omicidio come “un’azione violenta scaturita da futili motivi”, individuando l’origine del litigio nella morte di alcuni pulcini di pavone, considerata dall’accusa un semplice pretesto. La pm aveva chiesto anche il riconoscimento dell’aggravante della crudeltà e l’esclusione di qualsiasi attenuante, richiamando i depistaggi e il comportamento dell’imputato dopo il delitto, richieste accolte solo in parte dalla Corte.

Di segno opposto l’arringa della difesa, che aveva sollecitato l’assoluzione per incapacità totale o parziale di intendere e di volere al momento dei fatti. Secondo la tesi difensiva, Rhana sarebbe affetto da un disturbo bipolare, qualificato come schizoaffettivo, con “episodi maniacali e perdita del contatto con la realtà quando sotto stress”. In subordine, erano state chieste le attenuanti, l’esclusione delle aggravanti e la riduzione della pena per il rito abbreviato inizialmente scelto.

Con l’esclusione della sola aggravante della crudeltà, la Corte di assise ha sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio, chiudendo in primo grado un processo che ha profondamente segnato la comunità della Valdichiana. Ora la parola passa alle motivazioni della sentenza e, con ogni probabilità, al giudizio d’appello.

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