Di Simone Giancristofaro e Sacha Biazzo

A Barzana, in provincia di Bergamo, in via Sorte non si sente più volare una mosca. Eppure fino a pochi mesi fa era tutto un rombo di macchinari che si alternava al via vai dei camion. Qui infatti sorgevano gli stabilimenti della Tecnochem, l’azienda che ha prodotto i materiali per la costruzione del ponte dell’autostrada A4, una delle più importanti opere infrastrutturali di Expo2015. Ma non solo.

Tecnochem ha partecipato alla costruzione della galleria di Cascina Merlata, fornendo non solo i materiali, ma anche la manodopera. Adesso però la produzione è ferma e dei circa 60 dipendenti, all’ora di chiusura si vede uscire solo una persona, la collaboratrice del curatore fallimentare, l’avvocato Claudio Maroncelli, che dal 6 aprile ha in mano le redini dell’azienda: “Il fallimento è legato al credito rilevante che abbiamo nei confronti di Expo, – ha detto a Fanpage.it l’avvocato Pietro Donadoni, collaboratore del curatore Maroncelli – ma non possiamo dire altro perché c’è un procedimento penale in corso presso la Procura di Milano ”.

“Expo avrebbe dovuto pagarci a maggio, in concomitanza con l’apertura del sito espositivo, – ci ha spiegato Maria Luisa Rosignoli, l’ormai ex titolare della Tecnochem – poi i pagamenti sono slittati di volta in volta prima a giugno, poi a luglio, poi abbiamo capito che qualcosa non andava. Di questi 2 milioni di euro di credito che noi pensavamo di ricevere in quell’anno non abbiamo visto nulla, e il mancato introito di una cifra del genere nella nostra azienda ha scombussolato tutto. All’estero non si vede mai che tu fornisci materiali e lavoro e non ti pagano, ci sono procedure molto più semplici per riavere i crediti. Poi guardi alla televisione che all’Expo ci sono le code, la folla, tanta enfasi, uno si aspetta che nelle loro casse abbiano i soldi per pagare soprattutto i fornitori. Se ci avessero pagato i 2 milioni di euro che avanzavamo noi non saremmo stati costretti a chiudere. Circa 65 persone, più gli agenti, che perdono il lavoro è un dramma per la società”.

Gara beni servizi Expo 2015

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Com’è possibile che un’azienda come Expo non saldi i suoi debiti? Soprattutto verso chi maggiormente ha contribuito al suo successo? Sbirciando nel resoconto dei pagamenti, Fanpage.it ha scoperto che la società non ha certo lesinato su alcune note di spesa quantomeno marginali, come si evince dai documenti che qui pubblichiamo per la prima volta. Parliamo di 1 milione di Euro alla Movie People per la realizzazione di un progetto cinematografico, 400 mila euro alla Reggio Children Srl per l’elaborazione dell’idea dell’area tematica rivolta ai bambini, 160 mila euro alla Mondadori per la realizzazione del Progetto “Women For Expo”, 125 mila euro in orologi brandizzati per omaggiare ospiti importanti, 100 mila euro alla Fiat per l’affitto durante IPM 2013 di una sala del Centro Congressi Lingotto, 78 mila euro per acquistare cravatte e foulard, 80 mila euro per dei power bank, i caricatori portatili dei cellulari, 65 mila euro per dei tablet, 38 mila euro per dei ritratti dei capi di Stato in 3d, 22 mila euro a Sergio Conforti (in arte Rocco Tanica degli Elio e le storie tese) per la realizzazione di 22 sceneggiatirue da 2 minuti l’una, più di 14 mila euro per la prenotazione di uno spazio pubblicitario sul periodico Polizia Moderna, nell’edizione aprile/maggio, e così via.

“C’è molta confusione nel bilancio di Expo ed uso il termine ‘confusione’ per non dire altro, – ha detto Marco Tizzoni, vicepresidente della Commissione bilancio in Regione Lombardia – il fatto che Expo non paghi i suoi debiti è solo la goccia di quello che è successo in quel bilancio lì, in qualsiasi azienda si può fare in pochi secondi lo stato del bilancio attuale, rimandare il quadro del bilancio di mese in mese vuol dire che sicuramente c’è qualcosa che non va. Non è normale che delle aziende debbano ricorrere in Tribunale contro un gigante come l’Expo, una piccola azienda alla fine preferisce perdere anche 100 mila euro pur di non dover affrontare un processo del genere, perché gli costa di più fare causa, oppure fallisce prima, come è successo alla Tecnochem”.

È stato proprio il consigliere Tizzoni che insieme alla consigliera Carolina Toia hanno portato in Regione il caso delle aziende del Distretto 33, un consorzio di imprese che per Expo hanno partecipato alla realizzazione di una delle opere più importanti: l’Open Air Theater, una delle poche strutture permanenti, che è ancora in funzione e viene sfruttato ancora per eventi e concerti. Quindici di queste aziende non sono ancora state pagate e avanzano un credito di 1,2 milioni di euro.

“Una sentenza del Tribunale civile di Padova – ci ha spiegato l’avvocato Alessandro Cortesi, il legale che sta seguendo il Distretto 33 in questa difficile partita – ha stabilito che i miei assistiti possono rifarsi anche su Expo per i crediti non corrisposti e non solo sull’intermediario dell’appalto: la Consortile per Expo 2015 scarl”. Questo significa che da un giorno all’altro questi imprenditori potrebbero pignorare l’Albero della vita, il simbolo dell’esposizione universale, l’opera più apprezzata dai 21 milioni di visitatori e adesso famosa in tutto il mondo. “Il nostro intento non è quello di non far lavorare le altre persone, ma essere regolarmente pagati per i lavori che abbiamo fatto, – ci ha detto Enrico Parolo, un piccolo imprenditore che da Expo avanza 200 mila euro – bloccare l’Albero della vita e l’Opern Air Theater è una cosa che potremmo fare, ma noi siamo gente che lavora”.

Un’altra azienda che poteva mettere in seria difficoltà Expo è la Stratex, un’azienza di Palazzolo dello Stella, in provincia di Udine, anch’essa fallita dopo i mancati pagamenti di Expo. Grazie alla Stratex sono stati costruiti i padiglioni direzionali e il padiglione della Cina, di cui hanno seguito sia l’ideazione che lamessa in opera. “Pensate quante competenze ci sono volute per realizzare il padiglione cinese, – ci ha raccontato Francesco Gerin, segretario della Fillea Cgil del Friuli Venezia Giulia – il ragazzo che ha fatto il progetto c’ha lavorato giorno e notte per finirlo in tempo, solo un’azienda come la Stratex poteva realizzare in Italia una struttura di quel tipo. Adesso degli 80 lavoratori non lavora più nessuno e gli stabilimenti sono tutti chiusi”.

Anche a loro la legge permetteva di aggredire i beni di Expo, come gli incassi dei biglietti, ma hanno preferito provare a fare un accordo, come ci racconta il curatore fallimentare, Maurizio Variola, secondo il quale, però, Expo non c’entra niente: “La Stratex aveva numerosi problemi già prima di Expo, sarebbero falliti anche senza questo mancato incasso”. Avremo voluto sentire anche l’opinione degli operai rimasti a casa, ma uno dopo l’altro si sono rifiutati di incontrarci. Una voce ci ha riferito che gli sarebbe stato intimato di non parlare con noi, le trattative con Expo sono ancora in corso e sono molto delicate.

A sentire Gerin che ha seguito la trattativa sindacale le cose sono andate diversamente da come racconta il dottor Variola: “La Stratex è entrata in crisi proprio con il cantiere Expo, si sono sbilanciati a livello finanziario con la società perché hanno dovuto acquisire tutti i materiali e le forniture per portarli su Expo. Si sono trovati esposti per milioni di euro. Certo se hai incassi regolari puoi compensare l’esposizione con le banche, ma i problemi di Expo e di Maltauro si sono riverberati su di loro, con la conseguenza che i pagamenti si sono dilatati e questo ritardo è stato fatale. Se loro non avessero preso quel cantiere non avrebbero chiuso, quello è stato il colpo di grazia, sicuramente non avrebbero chiuso, Expo li ha messi in ginocchio”.

Rispetto a tutte queste accuse come risponde la società Expo? Abbiamo girato la domanda a Beppe Sala, ex ad di Expo e ora candidato del centrosinistra a Sindaco di Milano, già al centro delle polemiche per quanto riguarda il bilancio della società non ancora reso pubblico. “Non posso rispondere su cose che non gestico oramai da mesi, – ha detto Sala a margine di un incontro elettorale con il premier Matteo Renzi – quello che mi han detto è che sono stati fatti stanziamenti per pagare tutti i crediti, ma per poter pagare dei crediti la società deve avere il parere dell’avvocatura e dell’Anac per una questione di totale regolarità, quindi quando ci saranno gli ok di questi due enti pagheremo tutti”.

Nel frattempo, però due aziende sono già fallite e altre in attesa di ricevere i soldi hanno iniziato a pignorare i loro intermediari, come il caso della Lacs  di Rubano che, come subappaltatore della Mantovani, ha realizzato gli asfalti colorati di Piazza Italia e i percorsi all’interno del maxi quartiere espositivo di Rho-Pero, e che su un appalto di 1,5 milioni di euro deve ancora incassare 900 mila euro. Ma sono molte altre le aziende ancora non venute allo scoperto che per quello che doveva essere l’orgoglio e il vanto dell’Italia hanno dato il meglio per ricevere in cambio solo promesse.