Un piccolo sacco di terra nera. E' quanto è stato riconsegnato a Valeria Patrizia Livigni, moglie di Sebastiano Tusa, l'archeologo siciliano che il 10 marzo scorso era a bordo del volo Boeing 737 Max 8 di Ethiopian Airlines con 157 persone a bordo precipitato poco dopo il decollo nello scalo di Addis Abeba. Quel sacchetto consegnato dai funzionari della Farnesina però non è altro che terriccio, e non si tratta invece dei resti dell'uomo potrebbero anche non arrivare mai. "Un simbolo. Qualcosa da tenere in mano, in attesa di quanto potrà arrivare solo dopo l’esame del Dna su poveri resti…", ha spiegato al Corriere la dottoressa Livigni, indignata per i ritardi accumulati ma comunque grata all’ufficiale della Guardia di Finanza che l’ha accompagnata all'aeroporto di Fiumicino.

La consegna del sacchetto, che altro non sarebbe se non terriccio raccolto nell'area del disastro, è stata invece evitata dai parenti di altri vittime come Flaminia Buzzetti, sorella di Maria Pilar, trentenne  volontaria con Medici Senza Frontiere, o  i familiari di Virginia Chimenti, consulente finanziario del programma alimentare delle Nazioni Unite. Nel frattempo tutti hanno dato mandato all’avvocato Fabrizio Arossa di Roma e agli studi legali "Kreindler & Kreindler LLP" di New York e "Power Rogers & Smith LLP" di Chicago di denunciare per omicidio colposo  la Boeing. I parenti delle vittime faranno inoltre causa per "omesso controllo" a coloro che, a vario titolo, avrebbero dovuto bloccare l'installazione di strumentazione  che si presume sia la responsabile dell'incidente. Per questo è stata anche avanzata una richiesta al ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi affinché l’Italia faccia sentire la sua voce chiedendo la massima chiarezza. Il pilota che ha disperatamente cercato di governare il velivolo, bloccato da un nuovo congegno elettronico, avrebbe ancora dovuto addestrarsi nel nuovo simulatore del Boeing 737 Max che la compagnia aveva comprato a gennaio, seguendo invece un corso di circa cinquanta minuti sull’iPad.