Prelevato in strada al Cairo da agenti dei servizi segreti egiziani, ammanettato e portato in una cella ben precisa usata per le torture dove è stato privato di ogni diritto, incatenato e torturato con lame e mazze per giorni fino alla morte, è la drammatica ricostruzione degli ultimi giorni di vita di Giulio Regeni emersa dall’inchiesta della Procura di Roma che ieri ha emesso quattro avvisi di garanzia per conclusione indagini a carico di altrettanti ufficiali egiziani accusati dei reati di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in omicidio aggravato e concorso in lesioni personali aggravato.

Regeni seguito da settimane dagli 007 egiziani

Una ricostruzione possibile solo grazie alla grande volontà della famiglia Regeni che attraverso i legali, coordinati dall’avvocata Alessandra Ballerini, sono riusciti a rintracciare alcuni testimoni chiave aggirando gli ostacoli, le reticenze e i depistaggi messi in atto per anni dal governo e dalle autorità egiziane. Secondo quanto illustrato il sostituto procuratore di Roma Sergio Colaiocco alla commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e la morte di Regeni, gli 007 avevano nel mirino il ricercatore italiano da settimane quando hanno deciso di intervenire rapendolo. A rivelarlo è il teste Gamma, uno dei tre principali testimoni cla cui identità è stata tenuta nascosta per evitare rappresaglie.

Il sequestro di Regeni e il trasferimento nel palazzo delle torture

Il blitz il 25 gennaio del 2016 al Cairo dove Giulio Regeni stava svolgendo ricerche socio politiche per conto dell'Università di Cambridge. Viene portato nella stazione di polizia di Dokki, ma gli viene subito negato un avvocato e ogni contatto con l’esterno, come ha raccontato uno dei testimoni, nome in codice Delta per proteggerne la sicurezza. “Ero nella stazione di polizia di Dokki, potevano essere le 20 o al massimo le 21, è arrivata una persona… Avrà avuto tra i 27 e i 28 anni, aveva una barba corta, indossava un pullover, verosimilmente tra blu e grigio, se non ricordo male con una camicia sotto… Si esprimeva in italiano e ha chiesto un avvocato… Sono sicuro che si trattasse di Giulio Regeni. Nelle foto che ho visto su internet aveva la barba più lunga” ha rivelato la fonte, aggiungendo: “Mentre percorreva il corridoio, chiedeva di poter parlare con un avvocato o con il Consolato. In quel frangente ho visto bene il ragazzo italiano, che arrivava con quattro persone in abiti civili. Uno di questi aveva un telefono in mano”.

I depistaggi delle autorità egiziane

“Mentre Regeni chiedeva un avvocato un altro arrestato, che provava ad aiutarlo, riceveva una gomitata al volto da un poliziotto che disse che il ragazzo italiano parlava anche arabo” ha raccontato ancora il testimone Delta. Poi il trasferimento nel palazzo delle torture. “È stato fatto salire su un’auto modello Shine, è stato bendato e condotto in un posto che si chiama Lazoughly. Uno dei poliziotti che si trovavano lì veniva chiamato Sharif… un altro si chiamava Mohamed, ma non so se è il vero nome”. Da quel momento son partiti i depistaggi. Quando l’ambasciata è stata interessata del caso della scomparsa di Regeni, due giorni dopo, probabilmente il ricercatore era già nella stanza della tortura nonostante nel commissariato di Dokki facessero finta di non averlo mai visto.

Regeni incatenato e torturato per giorni

Il palazzo della tortura è la sede della National security egiziana dove Regeni è stato visto da un testimone il 28 gennaio. L’Italiano è stato condotto nella stanza 13, e lì torturato barbaramente per nove giorni fino alla morte. “Ho lavorato 15 anni nella sede dove Regeni è deceduto. È una struttura in una villa che risale ai tempi di Nasser, poi sfruttata dagli organi investigativi. Sono quattro piani e il piano d’interesse è il primo, la stanza è la numero 13. Quando viene preso qualche straniero sospettato di tramare contro la sicurezza nazionale viene portato lì” ha rivelato un altro testimone chiave, la fonte Epsilon. Drammatica la descrizione di Giulio da parte del testimone:Ho visto Regeni nell’ufficio 13 e c’erano anche due ufficiali e altri agenti, io conoscevo solo i due ufficiali. Entrando nell’ufficio ho notato delle catene di ferro con cui legavano le persone… Lui era mezzo nudo nella parte superiore, portava dei segni di tortura e stava blaterando parole nella sua lingua, delirava… Era un ragazzo magro, molto magro… Era sdraiato steso per terra, con il viso riverso… L’ho visto ammanettato con delle manette che lo costringevano a terra… Ho notato segni di arrossamento dietro la schiena, ma sono passati quattro anni, non ricordo bene i particolari. Non l’ho riconosciuto subito, ma cinque o sei giorni dopo, quando ho visto le foto sui giornali, ho associato e ho capito che era lui”.

La scoperta de cadavere e i depistaggi

Il successivo 3 febbraio il ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni in un fosso lungo l'autostrada per Alessandria dove il corpo era stato gettato. Un corpo su cui erano evidenti i segni di tortura come tagli, bruciature ed ematomi. I successivi esami hanno evidenziato più di due dozzine di fratture, segni di coltellate e violentissimo colpo al collo che sarebbe la causa della morte. Segnali che hanno scatenato l’immediata richiesta di chiarimenti da parte della famiglia che però fin da subito si è scontrata con un muro di bugie depistaggi di ogni genere e reticenze che proseguono ancora oggi rifiutandosi di fornire gli indirizzi del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi e del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, tutti accusati in Italia e protetti dal governo egiziano.