Opinioni
Cambiamenti climatici
19 Febbraio 2022
08:00

Cosa sta succedendo con le bollette e perché c’entra con la crisi climatica

Ecco in che modo la crisi climatica ha a che fare con l’aumento dei prezzi che stiamo vivendo in questo periodo.
A cura di Fabio Deotto
Un gasdotto in Germania (foto di Katja Buchholz/Getty Images)
Un gasdotto in Germania (foto di Katja Buchholz/Getty Images)
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Cambiamenti climatici

Sono passati quasi due anni dal primo lockdown, quando, una volta che l’affaccendata quotidianità che davamo per scontata è stata congelata, un irragionevole ottimismo ha iniziato a farsi strada tra gli ululati delle ambulanze, portandoci a dire che non solo sarebbe andato tutto bene, ma anche che le emissioni avrebbero continuato a calare anche dopo la pandemia, che avremmo sfruttato quell’infausta occasione per cambiare passo, operare una transizione ecologica, scalzare finalmente la nostra locomotiva dai binari che stavano conducendo questo sistema economico e produttivo al collasso.

Le cose, come sappiamo, sono andate diversamente. Com’era prevedibile, una volta passata la fase di stop, ci siamo impegnati a riavviare gli stessi motori di prima, cercando di farli correre a maggiore velocità. Risultato: nel 2021 la domanda di energia ha registrato un +6%, un’impennata che non si vedeva dai tempi della crisi finanziaria del 2007, e questo anche per via di un aumento diffuso dei consumi legato a un’estate straordinariamente calda. E siccome la transizione ecologica è ancora agli inizi (per usare un eufemismo), questo si è tradotto in un aumento della produzione di gas e carbone, determinando un drammatico aumento delle emissioni e, come abbiamo ben chiaro tutti, un drammatico aumento del costo dell’energia.

La transizione ecologica non è la causa, ma la soluzione

Chi in questo periodo mette le mani a coppa per urlare al mondo che l’aumento dei prezzi dell’energia è dovuto alla transizione ecologica o è in malafede, oppure non conosce il problema. La produzione di energia da gas e carbone nel 2021 è aumentata rispettivamente del 2% e del 9%. Ma se il costo dell’energia è salito così tanto è principalmente per via dell’incremento del costo del gas, che nel giro di un anno è aumentato di ben 6 volte. Questo a causa della riduzione del gas in stoccaggio in Europa, di un aumento della richiesta da paesi che stanno sostituendo il carbone con il gas (come la Cina), di una minore capacità della Norvegia di sopperire all’aumento di domanda, e anche di un aumento dei consumi legati a eventi metereologici estremi come gelate e ondate di calore.

Se c’è una cosa che la crisi energetica di questi mesi rende lampante, è quanto paralizzante sia la nostra dipendenza dai combustibili fossili. E questo vale in particolare per l’Europa, dove le importazioni di gas e petrolio sono rispettivamente il 90% e il 97%, con un buon 40% del gas che arriva dalla Russia. Come ha fatto notare Gianluca Ruggieri, ingegnere ambientale e professore dell’Università dell’Insubria, sebbene molti suggeriscano di aumentare le estrazioni di gas per calmierare il caro-bollette, un simile approccio potrebbe rivelarsi inutile, oltre che dannoso per il clima: "I dati ci dicono che negli anni d'oro dell'estrazione di gas nazionale – scrive Ruggieri – quando attorno al 1994-1995 si arrivava a 20 miliardi di metri cubi annui, la dipendenza energetica dell'Italia non scendeva sotto l'80%".

La cosa curiosa è che l’Italia ha un potenziale enorme, in fatto di fonti rinnovabili. Per rendersene conto basta dare un’occhiata ai dati ufficiali forniti da Terna, proprietario della rete di trasmissione nazionale italiana (RTN): tra il 2018 e il 2020 le richieste di connessione alla rete di nuovi impianti da rinnovabili è cresciuta a dismisura, arrivando a un totale di 2658 richieste, che sommate a quelle degli anni precedenti, portano la quota potenziale di fonti rinnovabili a 110 gigawatt; dunque ben più dei 70 GW necessari per arrivare a ridurre del 55% le emissioni entro il 2030, come previsto dal Green Deal Europeo.

Eppure, negli ultimi dieci anni, le installazioni di nuovi impianti per lo sfruttamento di energia rinnovabile hanno aumentato la quota di rinnovabili di poco più di 1 gigawatt. Qualcosa non torna, e quel qualcosa è il fatto che le richieste per quei 110 GW di impianti oggi sono bloccate. Come ben spiega il report Scacco matto alle rinnovabili, pubblicato a inizio 2022 da Legambiente, gli ostacoli sono principalmente di natura burocratica, ma non solo: una buona fetta di questi impianti, infatti, non riceve il via libera per colpa dell’azione di comitati NIMBY (dall’inglese Not In My Backyard: “non nel mio cortile”) e NIMTO (Not In My Terms of Office: “Non durante il mio mandato”). Naturalmente è fondamentale che le proposte di nuovi impianti vengano vagliate con attenzione, onde assicurarsi che tutto venga realizzato nel rispetto dell’ambiente e del paesaggio, ma in molti casi a prevalere sono argomentazioni di natura politica, che spesso travisano il concetto di “bene comune”.

L’atroce canto del cigno dell’industria degli idrocarburi

Anche volendo provare a mettersi nell’ottica di chi nega la necessità di una drastica transizione alle rinnovabili, rimane il fatto che le scorte di combustibili fossili stanno diminuendo, e questo già di per sé è sufficiente a prospettare un futuro aumento dei prezzi. Oggi l’Unione Europea sfrutta i combustibili fossili per coprire il 70% del proprio fabbisogno, e se è vero che l’impiego di carbone sta diminuendo, parallelamente si registra un investimento maggiore nel gas fossile. Il problema è che, invece di velocizzare una transizione alle energie rinnovabili, molti paesi, come quelli OPEC e altri storicamente legati alla produzione di combustibili fossili, stanno cercando di spremere fino all’ultimo un settore che ha ormai una data di scadenza sempre più vicina. Abbiamo visto come l’Europa sia pesantemente dipendente dai combustibili fossili, e dal gas in particolare: questo significa che chi attualmente dispone di giacimenti di idrocarburi è nella posizione di sfruttare questa dipendenza; ed è quello che probabilmente sta facendo la Russia.

Prima del conflitto tra Mosca e Kiev del 2014, per il territorio ucraino passava l’80% del gas proveniente dalla Russia. Oggi questa quota è calata (siamo intorno al 30%), ma è ancora abbastanza elevata da impensierire la Russia, che non a caso ha già pronto un nuovo gasdotto, il Nord Stream 2, che consentirebbe di rifornire l’Europa passando per la Germania. Berlino però ancora non ha dato le autorizzazioni necessarie a questo nuovo gasdotto, un po’ perché significherebbe aumentare la dipendenza europea da Mosca, un po’ perché sarebbe in contraddizione con il tanto sbandierato impegno a favore della transizione ecologica. Putin è al corrente di ciò, e secondo molti ne sta approfittando, centellinando il gas nella speranza che questa pressione sia sufficiente a sbloccare la situazione.

In una congiuntura simile, è sempre più chiaro che una transizione verso le rinnovabili è non sia solo una soluzione etica, ma anche pratica; soprattutto considerando che la crisi climatica sta diventando sempre di più un problema economico.

La cosiddetta “inflazione verde”

Nel frattempo, si è ricominciato a parlare di inflazione. Il che è a sua volta indicativo del periodo che stiamo attraversando, anche perché, fino a prima della pandemia, il problema sembrava essere quello opposto. Dagli anni ‘80 alla crisi finanziaria del 2007 l’inflazione era infatti costantemente diminuita, e dopo la crisi aveva cominciato ad assumere i connotati di una rischiosa de-flazione. Con la pandemia, però, questa tendenza sembra essersi ribaltata, e non è comunque una buona notizia. Sappiamo come la pandemia abbia influito sulle filiere produttive, con una conseguente riduzione dell’offerta e un aumento dei prezzi, a questo si aggiungono (e si aggiungeranno nei mesi a venire) le ricadute di una crisi climatica sempre più manifesta: basti pensare agli eventi climatici estremi che incidono sulla domanda di energia e sulla produzione agricola, oltre a creare miliardi di euro di danni ogni anno; a come temperature elevate e fenomeni estremi incidano su salute e produttività; ai costi legati all’adattamento e alla mitigazione; e naturalmente, a quelli scaturiti dal temporaneo aumento del prezzo dell’energia di cui abbiamo parlato sopra. Tutti questi elementi concorrono a prospettare un aumento dell’inflazione significativo, che secondo la BCE potrebbe assestarsi sull’1% ogni due anni – nel caso la situazione non cambi -, oppure avere un impatto solo temporaneo, a patto che si avvii una transizione ecologica senza troppi indugi.

È infatti indubbio che, nel breve termine, la transizione ecologica porterà a un aumento dell’inflazione e del costo dell’energia; ma si tratta appunto di un aumento temporaneo, che è necessario affrontare per evitare di andare incontro a una situazione ancora peggiore. Come abbiamo ripetuto più volte: non si tratta di decidere se abbandonare o meno i combustibili fossili (quella è una scelta che prima o poi sarà obbligata), si tratta di decidere quando vogliamo operare questa transizione e quanto veloce vogliamo che sia. Le ricadute della crisi climatica stanno colpendo ogni aspetto della vita umana sul pianeta Terra, economia compresa, più aspettiamo a scalzare la locomotiva dagli scellerati binari di cui parlavamo a inizio pezzo, più sarà difficile rallentare in tempo da evitare il disastro.

Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Ha pubblicato i romanzi Condominio R39 (Einaudi, 2014), Un attimo prima (Einaudi, 2017) e il saggio-reportage sul cambiamento climatico “L’altro mondo” (Bompiani, 2021).  Insegna scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Vive e lavora a Milano.
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