Raffaele Bruno, direttore dell’Unità operativa complessa Malattie infettive, e Francesco Moioli, responsabile terapia intensiva del Policlinico San Matteo di Pavia.
in foto: Raffaele Bruno, direttore dell’Unità operativa complessa Malattie infettive, e Francesco Moioli, responsabile terapia intensiva del Policlinico San Matteo di Pavia.

"In quel momento avevamo la responsabilità professionale verso il singolo paziente, ma anche quella simbolica di salvare quella persona, che dal punto vista mediatico era un simbolo". Si sono trovati da un giorno all'altro in prima linea nella lotta al coronavirus, con il compito di curare Mattia M., il 38enne di Codogno ‘paziente 1' dell'epidemia italiana. I medici del Policlinico San Matteo di Pavia hanno dovuto costruire dal nulla una nuova unità dedicata al covid-19, sperimentare farmaci e trovare la strada per salvare quel primo paziente, la cui guarigione darebbe un segnale di speranza a tutti. "Ora sta meglio e vediamo la luce in fondo a questo tunnel".

I medici del San Matteo di Pavia: la nostra lotta contro l'ignoto per salvare il paziente 1

"Questa emergenza per noi è nata tra giovedì 20 e venerdì 21 febbraio, quando abbiamo saputo del primo caso. Tutto si è concretizzato la notte successiva quando i miei colleghi della rianimazione sono andati a Codogno a prendere il paziente. Da lì è partita questa avventura che dura ormai da 25 giorni", racconta Raffaele Bruno, direttore dell'Unità operativa complessa malattie infettive della Fondazione Irrcs Policlinico San Matteo, intervistato da Fanpage.it. Dall'arrivo di Mattia è partita la battaglia contro il virus. Un viaggio nell'ignoto, senza protocolli certi e senza medicinali efficaci. "Curiamo tutti con la massima dedizione, con impegno e abnegazione – sottolinea Bruno -. Lui è stato il primo ed era fondamentale salvarlo, come lo è per tutti gli altri".

Una nuova unità di terapia intensiva costruita in poche ore

"Ci siamo trovati a dover gestire un paziente positivo al nuovo coronavirus e per lui abbiamo costruito in poche ore una nuova unità speciale di terapia intensiva", ricorda Francesco Moioli, responsabile terapia intensiva, ai microfoni di Fanpage.it. "Per le prime 48 ore siamo stati l'unico ospedale a poter ricoverare pazienti in condizioni così gravi. Poi altri centri lombardi hanno seguito il nostro esempio creando delle unità speciali. A oggi abbiamo trattato in terapia intensiva un po' più di 40 pazienti" .

Sperimentazione con i farmaci anti Hiv ed Ebola

Tra le difficoltà c'è anche quella di dover sperimentare nuovi farmaci senza certezze sugli effetti. "Tutti i farmaci che stiamo utilizzando sono in parte sperimentali, non sappiamo quanto siano realmente efficaci. Proviamo farmaci usati in passato contro Hiv ed Ebola e altri per ridurre l'infiammazione a livello polmonare", spiega Moioli. Con il passare delle settimane "stiamo adattando e aggiustando il tiro, per curarli sempre meglio e in modo sempre più veloce".  Oltre all'approccio farmacologico la cosa fondamentale è il supporto alla respirazione, spiega il rianimatore: "Servono tempo e tenacia, se si evitano complicanze questi pazienti possono essere tirati fuori. È chiaro che è più facile nei soggetti giovani e che non avevano altre patologie".

Medici e infermieri sotto pressione, "ma cerchiamo di essere ottimisti"

Tutto il team di medici, infermieri e operatori sanitari è sottoposto da quasi un mese a una pressione straordinaria. "Sono giorni di grandissimo lavoro e impegno", conferma Bruno. "Sto chiedendo loro sempre di più, ma ho un gruppo fantastico, di cui sono orgoglioso, e stiamo affrontando la situazione nel miglior modo possibile". In corsia si cerca di mantenere il morale sempre alto. "Io per definizione non devo essere preoccupato, perché ho la responsabilità e guido chi cura queste persone", è la riflessione del direttore dell'Unità operativa. "Sono ottimista, la situazione è molto seria ma è ovvio che dobbiamo guardare avanti e affrontare i problemi giorno per giorno. Non posso permettermi di essere depresso o pessimista".