Sono ore di grande fibrillazione. Servono risposte urgenti per poter ripartire e passare alla cosiddetta fase 2. Nella battaglia contro il coronavirus alle spalle ci sono giornate terribili ma l’andamento discendente di decessi e nuovi contagi, seppur con numeri assoluti che in diverse regioni restano ancora alti, lascia intravvedere uno spiraglio di luce. Dati che la Protezione Civile fornisce ogni giorno e verranno presto affiancati dai numeri dell’analisi epidemiologica su scala nazionale che permetterà di sapere quante persone sono entrate in contatto con il virus senza però avere sintomi della malattia, consentendo così di identificare i soggetti che hanno sviluppato gli anticorpi contro il virus. La valutazione avverrà attraverso test sierologici che, come spesso accade in Italia, in alcune regioni sono già partiti in ordine sparso, dando però una parziale indicazione su chi ha sviluppato o meno l’immunità. Ma cosa si intende per immunità? E quali dovranno essere le percentuali per poter considerare il nostro Paese fuori pericolo? Lo abbiamo chiesto all’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, una delle personalità più autorevoli del mondo scientifico, professore di Igiene e Medicina Preventiva dell’Università di Pisa e Coordinatore della task force della Regione Puglia per l’emergenza Covid-19.

Quindi Professore, che cos’è l’immunità?

La parola immunità, di per sé, ci dice poco, perché dobbiamo capire di cosa stiamo parlando. La risposta immunitaria è quella risposta che il nostro sistema immunitario mette in atto quando entra in contatto con un microrganismo che scopre essere estraneo, come un virus o un batterio. Si tratta di una risposta complessa perché si divide in diverse fasi, c’è una risposta innata, c’è una risposta immediata e c’è una risposta a lungo termine.

Se parliamo della risposta immunitaria a questo virus, ad esempio, abbiamo ancora moltissime incertezze perché è particolarmente complessa e non è analoga a quella di tanti altri virus. Per tanti altri virus, la prima risposta a una nuova infezione sono le immunoglobuline M, le IgM, che sono i primi anticorpi ad essere sviluppati, e questa risposta scende molto velocemente. Nel frattempo si sviluppano le immunoglobuline G, le IgG, che poi rimangono più a lungo nel sangue e dicono che questo soggetto è stato in contatto con il virus in passato.

Per la maggior parte delle infezioni, la presenza di IgG significa anche immunità, cioè non essere più suscettibili all’infezione, quindi anche protezione. Questa, che è la risposta normale a tante malattie virali e batteriche, per quanto riguarda il nuovo coronavirus sembra non essere quella canonica. Quindi, per esempio, la sola presenza di immunoglobuline di tipo G nel sangue non è di per sé un segno di immunità di infezione, per cui si capisce bene che questo complica molto tante cose.

I primi test sierologici, anche se per ora su piccoli campioni, sembrano indicare una percentuale che oscilla dal 3% al 10% di soggetti immuni. 

In questi giorni si è parlato molto di sierologia, del fatto di ricercare le IgG e di dare questo famoso “patentino” di immunità. Ecco, la semplice presenza di IgG non vuol dire avere questo “patentino di immunità” cioè un patentino di refrattarietà all’infezione. Non parlerei però di “soggetti immuni”, ma di soggetti che hanno sviluppato anticorpi, che è un’altra cosa. È importante utilizzare le parole giuste, perché un test positivo, che sia per IgM o per IgG, non vuol dire essere immune, ma vuol dire aver sviluppato anticorpi. Se poi, questi anticorpi effettivamente mi proteggono da una reinfezione, è tutto da vedere.

Quali dovrebbero essere queste percentuali per ritenersi al sicuro?

Per ritenersi al sicuro da una nuova ondata pandemica, queste percentuali dovrebbero comunque salire almeno al 60%. Ci dovrebbe quindi essere una quota di popolazione molto alta per evitare una crescita epidemica della malattia perché, nel caso in cui ci sia un infetto nella popolazione, almeno più della metà delle persone con cui questo soggetto verrà in contatto ha sviluppato gli anticorpi, quindi non dovrebbe prendere la malattia. Per questo la quota dovrebbe essere molto alta. Fino a quando non avremo questa quota, la circolazione del virus l’avremo sempre. E non solo, con una quota del 10-15% ma anche del 20% il rischio di una nuova ondata pandemica è dietro l’angolo.

Il Prof. Pier Luigi Lopalco
in foto: Il Prof. Pier Luigi Lopalco

Quanto dura l’immunità? In Corea del Sud, ad esempio, un gruppo di 51 persone è risultato nuovamente positivo al test dopo essere guarito. Vuol dire che l’immunità ha una durata breve?

Al momento non abbiamo un dato certo sulla durata dell’immunità. L’esempio della Corea del Sud, però, non credo abbia a che vedere con l’immunità. È più il caso di un gruppo di persone che ha un tampone negativo e poi, dopo qualche giorno, risulta di nuovo positivo al test. Segnalazioni di questo genere non sono rare, anche noi ne abbiamo quotidianamente, e le possiamo spiegare in due modi: o che questo tampone è un falso negativo, cioè che il virus c’era ma il tampone non l’ha rilevato, oppure che effettivamente, ad un certo punto, l’organismo ha in qualche maniera eliminato dalla gola e dal naso, cioè dai tessuti dove si va a cercare il tampone, la presenza del virus nonostante continui a rimanere comunque nel soggetto infettato. Poi, dopo qualche giorno, questa presenza diventa di nuovo manifesta. Non credo quindi che si tratti di reinfezione, e questa è l’opinione anche della maggior parte degli esperti. Parlerei più che altro di una riattivazione.

Cosa dobbiamo fare per ripartire in sicurezza?

Per aprire in sicurezza bisogna continuare a mettere in atto delle misure di prevenzione del contagio. Non possiamo affidarci assolutamente né su sierologia né su tamponi negativi. Bisogna prevenire il contagio.

L’isolamento domiciliare dei positivi, nella stessa casa con familiari o conviventi che non hanno contratto il virus, è una misura corretta per prevenire il contagio?

L’isolamento domiciliare deve essere prescritto là dove è possibile farlo, cioè l’isolamento domiciliare vuol dire che la persona sta a casa ma è isolato dal resto della famiglia, quindi avere una stanza propria e possibilmente avere un proprio bagno. Se queste condizioni non sono garantite, perché si vive in un piccolo appartamento, non si ha un doppio bagno, oppure l’appartamento è affollato perché il nucleo familiare è grande, bisogna prevedere altre modalità.

Sono allo studio e in fase di implementazione i famosi alberghi, dove mettere le persone che non hanno bisogno di assistenza, perché sono senza sintomi oppure hanno appena un po’ di febbre. Così possono essere tenute separate dal nucleo familiare, messe in isolamento, in maniera che non contagino il resto della famiglia.

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