Il picco dell'epidemia di coronavirus in Italia si sta avvicinando, ma non ci siamo ancora. È quanto ha spiegato oggi a Roma il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità (Iss), Silvio Brusaferro, nella conferenza stampa organizzata dal suo istituto per fare il punto sull'emergenza coronavirus. Dal 20 marzo abbiamo visto un'apparente riduzione della curva contagi, ma "non siamo in una fase calante, ma di rallentamento della crescita".

"Quello che vediamo oggi è un'onda la cui genesi risale per i morti a più di 15 giorni fa, per gli infetti a una settimana fa. Dobbiamo valutare quante persone poi continuano a infettarsi. R con 0 – ha continuato Brusaferro – è un numero che oggi conosciamo tutti, ma quando è uguale a 1 vuol dire che la trasmissione continua nel rapporto 1 a 1: per interromperla occorre scendere significativamente sotto l'1 e ora siamo ancora sopra l'1. Ma non basta scendere sotto l'1: l'obiettivo è fare in modo che l'epidemia si fermi. Quando ci avvicineremo al livello 1 bisogna ragionare sulle strategie per poter andare avanti – ha ribadito – questo tocca in parte il Comitato tecnico-scientifico, che però sta già ragionando sugli impatti che ci potrebbero essere. Ora però occorre scollinare e non lo abbiamo fatto, ci stiamo avvicinando alla cima".

"A livello nazionale – ha spiegato – ci sono delle aree con una fortissima circolazione, il Lombardia così come in Emilia, Piemonte, ma ci sono altre aree del Paese con circolazione limitata dove in realtà la scommessa è fare in modo che non diventino aree rosse". Su una possibile proroga delle misure restrittive dopo il 3 aprile ha detto: "Noi dobbiamo ancorarci su modelli previsionali solidi, le misure stano avendo effetti, ma guardiamo ogni ora le curve. Questo è il passaggio chiave, una previsione è difficile. Di certo dovremo convivere con il virus nelle prossime settimane".

"Se dovessimo decidere con i dati di oggi ritengo che sia inevitabile prolungare le misure. Non siamo in una fase marcatamente declinante, siamo in una fase di contenimento importante e incoraggiante, ma sarebbe contraddittorio proprio ora allentare le misure", ha aggiunto il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Franco Locatelli, che è anche direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia e Terapia Cellulare e Genica dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Per quanto riguarda i tamponi, ad oggi non sono disponibili test più rapidi per effettuare la diagnosi. Il professore ha infatti spiegato che tutti questi test non possono essere utilizzati. "Il Comitato tecnico-scientifico si è espresso più volte in maniera chiara: a oggi i test che vanno alla ricerca dell'RNA disponibili sono affidabili, anche se lunghi e complicati. Gli altri, cosiddetti rapidi o sierologici, a oggi non hanno ancora raggiunto livelli di affidabilità tali da poter essere utilizzati e quindi non ne viene raccomandato l'utilizzo. Questo non vuol dire che quelle tecnologie non si sviluppino rapidamente, anzi ce lo auguriamo tutti, ma a oggi questo non è".

Ci sono persone positive al coronavirus ma asintomatiche, che quindi sfuggono alle analisi, ma "non è possibile un monitoraggio di tutti i positivi possibili", non per il momento almeno, ha affermato Brusaferro. Si sta procedendo con ipotesi di stime dei possibili asintomatici. "Credo che l'attenzione più grande debba essere laddove il numero di positivi è più basso: è importante intercettare queste persone" che possono essere veicolo di contagio. Il presidente del Consiglio superiore di Sanità, professor Locatelli, ha aggiunto che un tampone potrebbe dare un risultato negativo per un soggetto che, dopo qualche giorno, potrebbe essere contagiato. Anche per questo si mantiene la raccomandazione di fare i test ai soli soggetti sintomatici.

Per quanto riguarda il contagio dei bambini è stato chiarito che i più piccoli potrebbero avere "un sistema immunitario più plasmabile e più pronto a montare una risposta contro patogeni non conosciuti". A esprimersi sulla risposta dei bambini all'infezione è il professor Locatelli. Per conoscere il funzionamento del sistema immunitario dei bambini, e delle donne, di fronte al virus, andrà eseguita "tutta una serie di studi biologici e soprattutto immunologici che avranno un interesse di prospettiva, per cercare di capire se, come credo, la risposta immunitaria giochi un ruolo importante, nelle donne come nei soggetti pediatrici". Il direttore dell'Istituto superiore di sanità ha poi aggiunto che "dal punto di vista della letalità, non solo in Italia, muoiono più uomini, anche le donne anziane hanno una letalità più bassa, ed è uno dei temi che stiamo cercando di esplorare perché è un elemento importante. Per ora censiamo" questi dati.