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Colpita da un lacrimogeno a un corteo a Bologna perde la vista da un occhio: “Un colpo e il buio, ora sono Lince”

Lince è una lavoratrice di 34 anni che il 2 ottobre scorso ha perso la vista da un occhio a causa di un lacrimogeno. A Fanpage.it racconta il trauma, le operazioni e la nascita della sua campagna di denuncia.
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La copertina creata da Zero Calcare per la campagna Lince: occhi sugli abusi!
La copertina creata da Zero Calcare per la campagna Lince: occhi sugli abusi!

Mentre intorno il mondo diventava un groviglio di urla, sirene e fumo urticante, Lince cade a terra con il bulbo oculare esploso e l'osso orbitale frantumato: è il 2 ottobre scorso, siamo a Bologna. È in corso una delle tante manifestazioni che in quelle settimane stavano bloccando le strade italiane per la Palestina, a un certo punto il sibilo di un lacrimogeno taglia l’aria ad altezza uomo. Pochi secondi precedono l’impatto, poi un colpo secco, e infine il buio improvviso. Lince, pseudonimo scelto per tutelare la propria vita privata, ha 34 anni, è una lavoratrice bolognese e quel pomeriggio ha perso per sempre la vista da un occhio. Lince è il fermo immagine di una frattura insanabile tra gestione dell’ordine pubblico, repressione violenta e diritto al dissenso, e per questo oggi si è trasformata in una campagna chiamata "Lince: occhi sugli abusi" e nata per denunciare la violenza della polizia nelle manifestazioni italiane.

Chi è Lince, cosa fai nella vita e perché hai scelto questo nome per la tua battaglia e per la tua campagna di denuncia?

Lince è una ragazza di 34 anni, cittadina e lavoratrice bolognese dal 2012. Lo pseudonimo, scelto per tutelare la mia identità, nasce dall’espressione “occhio di lince” e vuole sottolineare la capacità di vedere cose che sfuggono agli altri. Svelando la violenza subita, la perdita della vista da un occhio, per estendersi poi al significato di una rete di occhi sugli abusi di potere. Gli eventi del 2 ottobre superano la retorica della “mela marcia”, della brutalità poliziesca e dell’incidente. Sono il risultato diretto e tangibile di scelte politiche e operative che vogliono trasformare lo spazio pubblico eliminando il dissenso anche attraverso strumenti ad alto potenziale lesivo contro manifestanti e passanti andando a cancellare la linea di demarcazione tra “ordine pubblico” e violenza istituzionale. Da qui la necessità di aprire una campagna collettiva di raccolta di testimonianze e fondi al fine di garantire la presenza di una rete solidale e di denuncia. La raccolta fondi mi garantirà, inoltre, accesso a cure specialistiche e tutela legale.

Tornando a quel 2 ottobre a Bologna, puoi descriverci che tipo di manifestazione era e che atmosfera si respirava in piazza prima che la situazione precipitasse?

La manifestazione, molto partecipata da cittadini e cittadine bolognesi nonché sindacati, si inseriva nelle numerose piazze di denuncia al genocidio in Palestina e all’illegittimo abbordaggio alla Global Sumud Flotilla che hanno attraversato l’Italia tra settembre e ottobre. Io arrivo in Viale Masini qualche ora dopo l’inizio della manifestazione perché prima mi trovavo a lavoro. Raggiunte le mie compagne, era già distintamente percepibile nell’aria l’odore dei gas lacrimogeni provenienti dalla stazione centrale. In viale Masini dove mi trovavo la situazione invece era tranquilla.

Cosa ricordi è successo prima che venissi colpita? 

C’è stata una pioggia di lacrimogeni improvvisa e rapidissima in viale Masini che non è stata annunciata. Ci siamo trovati improvvisamente in pericolo con le forze dell’ordine che avanzavano e sparavano lacrimogeni a diverse distanze, molti ad altezza persona, tanto che ricordo altre persone prima di me venire colpite all’altezza del torace. Arretro velocemente per mettermi in sicurezza, non c’erano molte vie di fuga e nel momento in cui stavamo cercando di evitare di venire coinvolte nella carica un lacrimogeno mi colpisce in pieno volto. L’impatto è così forte che cado a terra e per un tempo che non riesco a quantificare sono completamente ovattata, non sento e non vedo. Provo molto dolore all’occhio colpito e mi viene da coprirlo e sento le mie mani bagnate, capisco che è sangue e inizio ad urlare che ho bisogno di un medico ma non sono sicura che gli altri mi sentano, per una attimo temo di essere rimasta sola ma la mia amica mi prende dalle mani, mi faccio rialzare e accompagnare da lei in un posto più sicuro, percepisco che tutte le persone attorno a noi stanno correndo ma io faccio molta fatica anche a camminare. Continuiamo a chiedere soccorso. In questo frangente veniamo raggiunte dalle forze dell’ordine che continuavano ad avanzare. Sento la mia amica urlare e cadere a terra, io mi chiudo a riccio sull’erba e veniamo colpite da manganellate alle spalle, testa e schiena da 3/4 agenti delle forze dell’ordine, c’è un video che testimonia questo frangente.

Io e la mia amica rimaniamo lì a terra, circondate da uno scenario dominato da un uso indiscriminato e sproporzionato di lacrimogeni che continuavano a colpire la folla. L’unico aiuto che riceviamo è da parte di altri manifestanti. Solo quando riusciamo ad alzarci e arrivare sotto i portici di Viale Masini entrambe ferite e io nel procinto di perdere coscienza siamo state aiutate da testimoni e passanti ed è stata chiamata l’ambulanza.

Da allora cosa è successo? Quante operazioni hai subito e come si è evoluta la tua condizione medica?

Da allora la mia autonomia e indipendenza sono state fortemente compromesse. Sono stata operata d’urgenza al Sant’Orsola, dove i medici hanno fatto un gran lavoro per cercare quantomeno di permettermi di non perdere l’occhio. Le sue funzionalità erano già gravemente compromesse: arrivo in ospedale con uno scoppio del bulbo oculare e una fuoriuscita della retina, diverse fratture craniche, la più grave quella dell’osso orbitale. Ho subito due operazioni nell’arco di 15 giorni. La prima è durata circa otto ore e mezza. A distanza di quasi 5 mesi sto decisamente meglio, ma ancora non sono rientrata al 100% alla mia routine. Nello specifico non sono ancora tornata a lavoro e a guidare, mi è stata prescritta una cura farmacologica e ho emicranie che sto provando a gestire attraverso un’ulteriore terapia.

Come è cambiata la tua vita da quel giorno? 

Dopo che la fase di dolore fisico più acuta è passata, sto metabolizzando anche l’aspetto psicologico della violenza fisica ricevuta. Sono seguita da una psicoterapeuta e dal CSM (centro di salute mentale) perché ho sviluppato dei disturbi di adattamento post traumatici legati soprattutto alla vulnerabilità del mio nuovo corpo e al “lutto” legato alla perdita di parte di esso. Faccio molta fatica a uscire da sola con il buio, a stare in situazioni dove c’è molta gente e sono ipervigilante quando ci sono rumori improvvisi come scoppi, sirene e boati. La mia visibilità è ridotta, ma piano piano l’altro occhio sta aprendo sempre di più la visuale e questo mi permette, anche se a piccoli passi, di recuperare un po’ di sicurezza e indipendenza.

La tua vicenda avviene in un clima di forte inasprimento delle pene per chi manifesta. Cosa pensi del nuovo Decreto Sicurezza e del rischio che queste norme, unite a pratiche di repressione violenta come quella da te subita, annientino il dissenso in Italia?

La problematica della gestione del dissenso in Italia non è una novità. Ma se prima dell’ondata dei cortei nazionali e globali per la Palestina si concentrava in particolar modo sui gruppi sociali subalterni, le periferie e gli spazi sociali autogestiti ora con il nuovo Decreto Sicurezza si vuole colpire anche cittadini e cittadine che esprimono dissenso in piazza. Questo atteggiamento in poco tempo sta sfaldando il tessuto sociale e mira a svuotare di significato termini come collettività e solidarietà. La strada e il quartiere non sono più luogo di scambio e discussione ma diventano luoghi militarizzati e sorvegliati e chi manifesta viene dipinto come violento. La campagna Lince occhi sugli abusi ha come obiettivo anche quello di decostruire questo stigma. Nel farlo vuole denunciare anche gli abusi subiti a seguito di questo nuovo apparato normativo e l’assenza percepita dello Stato. Esprimere il proprio dissenso è un diritto costituzionale inalienabile, il tentativo apparente è quello di privare cittadine e cittadini di questo diritto e di rendere potenzialmente pericoloso il contesto in cui viene esercitato.

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