Bici dai Murazzi a Torino, le motivazioni della condanna a Sara Cherici: “Nessun pentimento né emozione”

La Corte d’Appello riduce la pena, ma non attenua il giudizio. Nei motivi della condanna a 14 anni inflitta a Sara Cherici, componente del gruppo che la sera del 21 gennaio 2023 lanciò una bici elettrica dal parapetto dei Murazzi, ferendo gravemente lo studente Mauro Glorioso, i giudici spiegano con chiarezza perché, nonostante la parziale riforma della sentenza di primo grado, la sua posizione resti connotata da una responsabilità piena e priva di elementi attenuanti.
Il punto centrale della decisione è l’assenza di qualunque segnale di ravvedimento. "Alla Cherici è mancato del tutto un percorso che potesse anche solo far ipotizzare reale resipiscenza a fronte di un fatto di enorme gravità", si legge nelle motivazioni. Una valutazione che la Corte fonda non solo sui fatti, ma anche sull’atteggiamento tenuto dall’imputata durante il processo, nel corso del quale "si è mostrata priva di reale emozione, di effettivo pentimento, dando anzi al collegio l’idea di voler recitare una parte al solo scopo di tentare di ottenere un meno grave trattamento sanzionatorio".

La condanna, come detto, riguarda quanto accaduto la sera del 21 gennaio 2023 ai Murazzi di Torino, quando una bici elettrica fu lanciata dal parapetto contro Mauro Glorioso, studente che stava aspettando di entrare in discoteca con gli amici. L’impatto, causato da un mezzo di 23 chili che secondo la Corte "viaggiava a 43 chilometri orari", gli provocò gravissime lesioni alle vertebre cervicali. L’autore materiale del lancio, Victor Ulinici, è stato condannato in via definitiva a 16 anni, insieme a due minorenni. Ma per i giudici di secondo grado l’episodio non fu il frutto di un gesto improvviso.
La sentenza insiste sulla pianificazione dell’azione. "La realizzazione dell’azione in tempi molto rapidi – scrive la Corte – era prova certa che la stessa fosse stata decisa e pianificata prima", anche alla luce dei comportamenti precedenti, come gli sputi rivolti ai giovani che si trovavano in basso. Decisivo è il dato temporale: i 27 secondi necessari per sollevare e scagliare l’e-bike rappresentano, secondo i giudici, un "tempo troppo breve per concludere che il tutto fosse stato conseguenza di una scelta estemporanea".
È in questo quadro che viene valutato il ruolo di Sara Cherici. La Corte ritiene che abbia sostenuto l’azione "non attivandosi in alcun modo per scoraggiarla così come sarebbe stato suo preciso compito stante il maggiore senso di responsabilità per la maggiore età". Un’omissione che, per i giudici, integra il concorso morale nel reato e giustifica una pena severa, seppure ridotta rispetto ai 16 anni inflitti in primo grado.
Alla conferma della condanna contribuisce anche il comportamento successivo ai fatti. Come già il tribunale, la Corte d’Appello nega le attenuanti generiche, richiamando l’atteggiamento tenuto dall’imputata durante le indagini e il processo. In particolare, viene evidenziato il rifiuto iniziale di "indicare per nome e cognome gli altri giovani che con lei si erano resi protagonisti del fatto", motivato dal timore di essere considerata infame nel proprio ambiente. A questo si aggiunge una ricostruzione dei fatti mutata nel tempo: prima la negazione di aver visto qualcosa perché di spalle, poi l’ammissione di aver assistito al lancio da lontano, infine il racconto di aver visto anche il "prelevamento della bicicletta".