Aumentano le telefonate al Telefono amico e gli psichiatri lanciano l’allarme suicidi, ma nessuno fa niente

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Il 10 settembre è la giornata mondiale per la prevenzione al suicidio. In Italia solo nel primi mesi del 2026 sono arrivate più di 4mila chiamate al Telefono Amico. È il segnale di un allarme che non possiamo più far finta di non ascoltare: c’è bisogno di qualcuno che agisca, che si occupi della salute mentale dei cittadini, prima che sia troppo tardi.

Che rumore fa un corpo che cade dall’alto? Non lo so, ma da quando ho saputo la notizia non faccio altro che pensarci. Un rumore sordo? Uno schianto? Un tonfo che rimbomba? Non lo so, non credo che ora farebbe differenza. Non posso fare a meno di pensare che anche quello, quel rumore che non so descrivere, amplifica il dolore di qualcosa che non si può spiegare, che non ha ragioni, o forse ne avrebbe ma sono troppo difficili da accettare.

Quel corpo apparteneva a una ragazza di 25 anni, ed è questa l’unica cosa che conta.

Una ragazza che ha pensato non ci fosse altra soluzione alla sua sofferenza se non quella di metterle fine una volta e per sempre. Non è necessario sapere chi fosse, come si chiamasse e non per toglierle valore, o perché sia deontologicamente giusto così, ma perché purtroppo nella sua storia se ne specchiano tante altre.

E ora so solo che le nostre vite si sono incontrate, da lontano, per un breve lasso di tempo e che non potranno incontrarsi mai più.

Era una ragazza che stava provando, suo malgrado, a costruire la propria esistenza. Aveva ottimi risultati negli studi, aveva degli interessi, eppure tutto questo non era abbastanza, perché quando c’è qualcosa che si rompe dentro, non è da fuori che arriva la cura, sebbene possa essere un ottimo effetto placebo.

Tutto quello che c’è fuori amplifica, a volte stordisce il dolore, ma non lo elimina, sempre che in quel fuori non ci sia una mano tesa da afferrare, un supporto, un incontro, qualcosa in grado di fornire un aiuto reale e non solo ipotetico. Ma a volte non basta neanche quello.

La salute mentale è qualcosa di cui tendiamo a non occuparci, non come dovremmo, non come sarebbe giusto. Ci sovraccarichiamo, sminuiamo il malessere, lo nascondiamo, lo sopprimiamo, finché non urla così forte da essere sentito. Essere visto. Sono molte, purtroppo, le occasioni in cui fingiamo di non vedere. Eppure, la nostra mente parla attraverso il nostro corpo.

Quello stesso corpo che spesso non sappiamo gestire, che diventa l’ingombro a una leggerezza (che non è superficialità) che non sappiamo conquistare. Quel corpo di cui molte più persone di quante immaginiamo pensano di doversi liberare, perché è una zavorra e perché, distrutto quello, anche il dolore finisce.

Il 10 settembre è la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. In Italia nei primi sei mesi del 2026 al Telefono Amico sono arrivate 4200 chiamate, una percentuale più alta del 24 per cento rispetto all’anno precedente, anno in cui complessivamente c’erano state 7500 richieste di aiuto.

Un numero significativo che non possiamo non vedere. I numeri, nella loro freddezza, nella loro apparente staticità, raccontano qualcosa di lampante, che richiede un intervento immediato, prima che possa essere davvero troppo tardi.

È già da tempo, ormai, che nel nostro Paese sono evidenti i segnali di un allarme, gli psichiatri parlano di “un chiaro aumento di manifestazioni di sofferenza psichica” e della necessità di intercettare presto il malessere, per poter prevenire, subentrare quando è ancora possibile fare qualcosa. Quello che non è possibile è pensare che un cittadino possa occuparsi da solo di un problema enorme, che si ripercuote non solo sul singolo, ma inevitabilmente su chi gli sta accanto.

C’è bisogno di un intervento serio, un intervento pensato, strutturato, perché il disagio non diventi ancor più capillare. Perché possiamo non sentirci inermi davanti a un dolore lacerante.

Non sempre l’aiuto basta, a volte quel dolore non si placa, quella ferita non si rimargina, non sempre si possono rimettere insieme i pezzi di un qualcosa che non riesce più a sostenersi, che non vuole più sostenersi. E anche questo è un dato, un fatto che va oltre l’umana comprensione, ma a volte il dolore ingloba fino a non riconoscerne più i confini.

In un racconto, lo scrittore americano David Foster Wallace parla della depressione come “la cosa brutta”. La descrive in maniera vivida “immaginate che ogni cellula del vostro corpo sia nauseata” scrive, facendoci sentire quella sensazione di malessere perenne; dice che “la cosa brutta” cambia il modo di guardare le cose, di guardare il mondo. Il più delle volte non possiamo sapere quanto dolore alberga nella mente di chi conosciamo, non possiamo sapere se sta combattendo con un disturbo che rischia di acuirsi, non possiamo sapere se sta già facendo qualcosa perché questa sofferenza si attutisca, si spenga.

Ma sarebbe rassicurante sapere che c’è uno Stato che se ne può occupare in maniera efficiente, sarebbe rassicurante sapere che chi ci governa faccia tutto il possibile perché ogni singola persona possa avere la possibilità di accedere alle cure che gli spettano. Sarebbe rassicurante sapere che, davvero, per citare un altro libro, stavolta italiano, “nessuno si salva da solo” e che quella solitudine, altro profondissimo male del nostro tempo, venga intercettata da professionisti, da persone che pur sapendo di non poter salvare tutti, perché è giusto nonché necessario dirselo, quanto meno sono lì per provarci.

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