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Aspiranti magistrati denunciano: “Basta lavorare gratis, borse di studio siano accessibili a tutti”

La denuncia a Fanpage.it dei tirocinanti giudiziari, aspiranti magistrati per i quali il Ministero della Giustizia stanzia 400 euro di borse di studio per lavorare fino a 20 ore a settimana per 18 mesi. E nemmeno a tutti: “Lavorare gratuitamente significa essere sfruttati: la nostra è una battaglia di civiltà, contro un lavoro precario, deregolamentato, mal pagato o gratuito di giovani professionisti intellettuali che costituiscono alcune delle migliori energie del Paese”.
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A cura di Ida Artiaco
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"Lavorare gratuitamente significa essere sfruttati: non esistono interpretazioni alternative. È dunque, anzitutto, una battaglia di civiltà, contro un lavoro precario, deregolamentato, mal pagato o gratuito di giovani professionisti intellettuali che costituiscono alcune delle migliori energie del Paese".

È questo uno dei passaggi finali della lettera inviata al Ministero della Giustizia dai cosiddetti tirocinanti giudiziari, professionisti della Legge e aspiranti magistrati. Insieme hanno voluto denunciare una situazione di fatto che vede centinaia di giovani essere costretti a contare su una borsa di studio di 400 euro al mese per lavorare fino a 20 ore settimanali nei casi più fortunati. Perché la borsa, che in realtà è un rimborso spese per altro tassato, non è disponibile per tutti ma solo per chi ha un ISEE-U, cioè un ISEE per le prestazioni universitarie, basso. Lo scorso anno, su oltre tremila domande, in 400 sono rimasti senza un euro.

Questi tirocini sono stati istituiti nel 2013 e rappresentavano, prima della riforma Cartabia dello scorso anno, la via più breve per accedere al concorso in magistratura. L'accesso avviene tramite una serie di requisiti tra cui i risultati ottenuti durante il percorso accademico.

Ha spiegato a Fanpage.it una delle firmatarie della lettera, che "il decreto legge istitutivo di questo tirocinio (che dura 18 mesi) prevedeva una borsa di studio, che in realtà è tassata, quindi è un rimborso spese, ed è assimilata ai redditi del lavoratore dipendente. Viene erogata sulla base delle risorse stanziate annualmente dal ministero e sulla base dell'ISEE-U. Con questo trucchetto molti colleghi più benestanti spostano la residenza e automaticamente, non figurando più nel nucleo dei genitori, possono accedere alla borsa. In altre parole, non è un criterio rappresentativo della situazione personale di chi fa il tirocinio. Per altro, dal 2013 ad oggi ogni anno il governo stanzia sempre meno risorse rispetto a quelle che sarebbero necessarie per coprire le domande presentate. Non è giusto, perché noi siamo chiamati a svolgere le stesse funzioni che svolgono gli UPP, stipendiati con 1900 euro al mese, come redazione delle bozze di sentenze e provvedimenti vari per il giudice, studio dei fascicoli, ricerche giurisprudenziali e dottrinali, preparazione delle udienze. È un tirocinio formativo molto duro, che può impegnare tutta la settimana. Non abbiamo tempo di fare altro e finiamo per sacrificare lo studio".

Inoltre, ha continuato la tirocinante, "è anche assurdo che in alcuni tribunali e in Consiglio di Stato chi vuole fare questi tirocini deve stipulare due polizze che sono a carico dei tirocinanti. È allucinante. Abbiamo scritto al direttore generale dell'ufficio tirocini che ci ha fatto intendere che quest'anno non dobbiamo aspettarci molto perché il governo ha previsto una serie di tagli con la legge di Bilancio, così abbiamo deciso di muoverci. Per altro, anche il parlamento europeo si era espresso con una risoluzione condannando i tirocini non retribuiti. Lo Stato condanna queste pratiche e poi fa la stessa cosa con i suoi stagisti. Non può criticare i privati se poi fa lo stesso con noi. Alla fine questo diventa un tirocinio che si può permettere solo che è benestante. C'è anche violazione del principio di eguaglianza perché dovrebbe essere garantita a tutti, stiamo parlando di lavoro. Chiediamo risposte e che vengano reperiti fondi, siamo preoccupati".

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