Antonio Mazzeo: “Con Freedom Flottilla portiamo umanità dove non c’è. Israele usa gli aiuti come arma di guerra”

A partire dal 31 agosto, decine di barche della Freedom Sumud Flotilla in partenza da Spagna, Italia e Tunisia, cercheranno di rompere lo stato di assedio della Striscia di Gaza via mare, con il sostengo di attivisti e volti noti come Greta Thunberg, Susan Sarandon e Zerocalcare. Non è la prima volta che militanti per la Palestina da tutto il mondo cercano di portare aiuti umanitari ai palestinesi tentando di raggiungere le coste della Striscia, purtroppo con poca fortuna. Il 27 luglio scorso l’equipaggio dell’Handala è stato sequestrato ed espulso dalle autorità israeliane. Poche settimane prima, il 9 giugno era accaduto lo stello alla Madleen. Ne abbiamo parlato con il docente, attivista e giornalista, Antonio Mazzeo, che era a bordo della nave Handala quando è stata sequestrata dalle autorità israeliane a pochi chilometri dalla costa di Gaza.
Sta per partire la Freedom Sumud Flotilla, ormai si moltiplicano le iniziative per rompere l’assedio di Gaza…
"Il primo obiettivo politico è quello di porre al centro dell’attenzione mondiale quello che accade da vent’anni impunemente: Israele si è impossessato di buona parte di uno specchio di mare del
Mediterraneo, di acque internazionali, violando il diritto internazionale, il diritto umanitario e il diritto di navigazione. Di fatto con un blocco navale che impedisce che anche un ago possa raggiungere la Striscia di Gaza. Come è accaduto a noi, alla Madleen e ad altre imbarcazioni della Freedom Flotilla, tranquillamente si possono permettere di assaltare, sequestrare e detenere navi in acque internazionali.
Secondo la Quarta Convenzione di Ginevra sequestrare una nave che porta aiuti umanitari, sequestrando le persone a bordo che hanno lo status di operatori umanitari o di giornalisti, è un crimine di guerra. Ci troviamo di fronte alla totale impunità, la comunità internazionale che consente l’appropriazione indebita di uno spicchio di mare e di affamare la popolazione palestinese".
Come ha reagito all’uccisione dei cinque giornalisti all’ospedale Nasser lo scorso 25 agosto e più in generale all’attacco alla libertà di stampa che avviene a Gaza?
"Stiamo parlando di persone, di corpi, di relazioni familiari, di storie professionali straordinarie dal punto di vista giornalistico. I numeri dicono esattamente quello che è avvenuto in questi due anni, mai una quantità di giornalisti, operatori dell’informazione sono stati massacrati come in questa guerra, e non come vittime collaterali. Lo abbiamo visto in queste due stragi del 20 e del 25 agosto. Due giorni fa scientificamente è stato riprodotto quello che è avvenuto in ex Jugoslavia, quando ero a Sarajevo durante quella guerra disumanizzata. Quando c’era un cecchino che colpiva una donna o un bambino, i giornalisti non potevano avvicinarsi. Le vittime morivano dissanguate, era una scelta deliberata perché i cecchini pensavano che ferendo e non uccidendo, ci sarebbero state persone pronte a intervenire e in quel caso sarebbe stata sparata una granata per fare una strage.
Questo è esattamente quello che è accaduto qualche giorno fa a Gaza: (Idf, ndr) colpisce una parte di un ospedale, attende che intervenga il personale sanitario, i medici, gli infermieri, che arrivi la stampa per documentare la prima strage, per poi farne una ancora peggiore, 5 morti la prima, 15 nell’attacco missilistico. C’è una logica cinica: Israele vuole impedire che ci sia memoria, che ci sia
una descrizione accurata di quello che sta avvenendo all’interno di Gaza. La cosa più ignobile, più brutale di cui dovranno rispondere davanti all’umanità è di far morire i palestinesi di fame: la prima strage di malnutrizione che avviene in Medio Oriente dalla Seconda guerra mondiale. C’è poi un genocidio culturale, dell’informazione: impedire che i crimini vengano tracciati e documentati, ovviamente anche a favore dell’impunità delle forze armate, del governo e dei paesi partner che stanno giustificando tutto questo".
Un altro degli obiettivi di Handala e Freedom Flotilla è di denunciare la carestia a Gaza e anche come la macchina degli aiuti umanitari viene gestita in maniera fuorviante da parte di Israele?
"È un modo diametralmente opposto di pensare all’aiuto umanitario. Handala ci mette i corpi, i volti, le mani, vogliamo consegnare di persona gli aiuti direttamente nelle mani dei bambini. L’intervento umanitario richiede umanizzazione. Quello che abbiamo visto nella prima fase con la delega a contractor americani, paramilitari, che non hanno nessuno scrupolo di uccidere, di usare l’aiuto umanitario come una trappola dove giustificare omicidi. Poi quello che è accaduto con questi aiuti con paracadute, vergognosa rappresentazione teatrale, che ha visto anche la presenza dell’aeronautica militare italiana. Da centinaia e centinaia di metri si lanciano aiuti col paracadute, aiuti che vengono dispersi in mare, in aree irraggiungibili o arrivano nelle mani di chi usa l’aiuto umanitario a scopi criminali, mafiosi, di fatto imponendo prezzi altissimi per rivenderli.
Gaza, la prigione più grande del mondo, è stata trasformata nel lager più grande del mondo, in gabbia di animali da zoo. Intervenire in quel modo con gli aiuti umanitari significa disumanizzare ulteriormente il popolo palestinese, rendendolo sempre più simile alle bestie, filmando dall’alto le scene di chi si spintona per potersi accaparrare un chilo di farina, per garantire un giorno di cibo alla famiglia. Tutto questo dimostra che l’aiuto umanitario è un’arma di guerra, serve a disumanizzare il popolo palestinese e a giustificare lo sterminio".
Qual è stata la sua reazione al sequestro e all’espulsione dell’equipaggio di Handala?
"Nonostante le immagini crude dell’assalto, più che paura, dolore e terrore, quello che mi ha particolarmente segnato è stata la delusione profonda di non aver potuto raggiungere Gaza. Eravamo a meno di 40 miglia marittime. Di fatto, come dico sempre, respiravamo l’aria di Gaza, dopo il mare aperto vedevamo le prime luci dei villaggi egiziani nel Sinai. Avendo superato già da quasi una giornata il punto dove era stata assaltata la Madleen, la nave gemella, speravo che ce l’avessimo quasi fatta e che Israele, anche per dimostrare un volto umano di fronte alla comunità internazionale, ci avrebbe fatto passare. Ci è rimasto un senso di frustrazione, di rammarico per aver mancato l’obiettivo di raggiungere Gaza e consegnare gli aiuti presenti all’interno dell’imbarcazione che erano principalmente destinati a un presidio sanitario della Striscia. Ci tenevamo più all’altra parte del carico, orsacchiotti, peluche, consegnatici dai bambini di Siracusa e Gallipoli per poter donarli ai bambini di Gaza: piccolo atto umanitario dove l’umanità è stata cancellata dalla brutalità del genocidio israeliano. Queste sono state le sensazioni che mi hanno accompagnato al momento dell’assalto e per tutta la mattina quando abbiamo raggiunto il porto di Ashdot in Israele".
Cosa le è rimasto più impresso delle ore del sequestro?
"La seconda immagine che ho impressa è quella degli occhi dei militari della Tredicesima flottiglia che ci ha assaltato: uno dei reparti di élite delle forze armate israeliane. È un reparto che è stato schierato a Gaza più volte, è il primo che ha fatto l’incursione direttamente in territorio palestinese l’8 ottobre 2023 per colpire presunti esponenti dell’ala militare di Hamas. Si trattava di ragazzi di meno di vent’anni, avevano il volto coperto dal passamontagna, vedevo occhi di ragazzi buoni che avrei voluto avere come studenti e come figli: questa è la prova evidente della banalità del male.
Quante volte abbiano denunciato il processo di militarizzazione del sistema scolastico, questo tentativo di controllare le menti? La normalizzazione della guerra passa ovviamente dalle letture, dalle modalità con cui ti sei istruito, ti sei alimentato e di questa cultura del sionismo e del nemico, per cui poi quelli che sono banalissimi bambini diventano un’infernale macchina di morte. Più li guardavo e più mi rendevo conto di quanto fossero bambini e quanto sembrassero ragazzi normali. Questa è l’altra cosa che mi ha profondamente amareggiato: l’incursione armata di questo reparto fino alla consegna dell’imbarcazione e di noi stessi alle forze di polizia lì".
Cos’è avvenuto una volta in territorio israeliano?
"Ad Ashdot è cambiato tutto, nel senso che lì la disumanizzazione delle forze di polizia è stata evidente, il razzismo, la mentalità fascista nell’atteggiamento, nei comportamenti. I maltrattamenti erano direttamente proporzionali al colore della pelle. Più scura era la pelle più gratuiti erano i maltrattamenti da parte delle forze di polizia. Ho visto il razzismo, l’odio che c’è nei confronti del mondo arabo. Non è un caso che i due giornalisti di al-Jazeera che viaggiavano con noi, nonostante avessero un passaporto statunitense e belga, siano stati tra i più maltrattati, insieme a Christian Smalls, esponente del sindacato autonomo di Amazon, afrodiscendente che è stato picchiato, e poi, come ha denunciato al rientro negli Stati Uniti, ha subìto violenze anche durante la carcerazione, in uno dei centri più disumani dove sono stati confinati migliaia di giovani palestinesi senza accuse formali, con detenzioni che vengono prorogate di sei mesi in sei mesi in questo procedimento amministrativo che consente a Israele di tenere in prigione i palestinesi senza formalizzare nessuna accusa".