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Agricoltori e ecoattivisti hanno lo stesso nemico, e non è l’Unione Europea

Le destre tentano di sabotare ogni possibile convergenza tra le mobilitazioni agricole e quelle ecologiche: perché se davvero chi è più esposto alle ricadute presenti e future del sistema fossile si rendesse conto di avere un nemico comune, non avrebbero più scampo.
A cura di Fabio Deotto
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Fra qualche anno, le colonne di trattori che hanno solcato la penisola in questi giorni probabilmente non ci appariranno più come la protesta di una categoria scontenta, ma come il segnale di un sistema che si stava inceppando, di un cambiamento trasversale il cui costo iniziale è stato  addossato a chi meno lo poteva sostenere.

In questo, per quanto possa suonare strano detto ora, le proteste degli agricoltori non sono così lontane da quelle di chi protesta contro l’apertura di nuove centrali fossili, di chi si batte per la riduzione dell’inquinamento urbano e industriale, o di chi richiede un adeguamento degli orari di lavoro alle nuove temperature, e persino di chi blocca le strade per chiedere ai governi di agire contro la crisi climatica. I bersagli delle proteste possono variare, ma ad accendere il fuoco sotto la pentola è sempre una scelta politica a monte di negare o trasfigurare la realtà delle cose.

Un settore sempre più vicino al collasso

Se proviamo a cercare su Google la locuzione “l’anno nero dell’agricoltura italiana” otterremo una lunga serie di risultati, tra cui alcuni articoli del 2023 che la usano come titolo. Ma è sufficiente far scorrere i risultati per rendersi conto che anche il 2022 era stato bollato come l’anno nero dell’agricoltura italiana, e anche il 2021, e persino il 2019.

Il fatto è che l’agricoltura italiana, come del resto quella mondiale, non se la sta passando bene, e uno dei motivi principali è il riscaldamento globale: non soltanto perché la progressiva tropicalizzazione di alcuni ambienti sta rendendo sempre più difficile coltivare alcune varietà, ma anche perché la crisi climatica sta portando a un intensificarsi dei fenomeni estremi, come alluvioni e siccità, che contribuiscono a loro volta ad aggravare il problema. Basti pensare che solo nel 2023, in Italia, per colpa di nubifragi, tornado, bombe d'acqua, grandinate e ondate di calore, nel settore si sono registrate perdite per 6 miliardi di euro. E negli ultimi 30 anni la produzione agricola mondiale ha subito perdite per un valore stimato di 3.800 miliardi di dollari a causa di eventi calamitosi, pari a una perdita media di 123 miliardi di dollari all’anno, ovvero il 5% del prodotto interno lordo agricolo globale.

A leggere dati come questi viene naturale immaginare che il settore versi in condizioni critiche, e viene ancora più naturale comprendere che chi ci lavora stia attraversando anni cupi. Eppure, per come viene raccontata la protesta dei trattori di questi giorni, si ha l'impressione che in campo ci siano due forze contrapposte, che hanno obiettivi differenti e inconciliabili: da un lato l'Unione Europea, con le sue norme ambientali, dall'altro i singoli agricoltori che vedono il proprio lavoro diventare ingestibile e insostenibile proprio a causa di queste norme.

La realtà è che le norme introdotte dall'Unione Europea, come ad esempio quella sui pesticidi e sui fitofarmaci, o la richiesta di lasciare incolto il 4% dei terreni, non sono dettate da una posizione arbitraria ed ideologica, quanto innanzitutto da una necessità inaggirabile, che poi è la necessità di tutelare quegli stessi ecosistemi che rendono l'agricoltura possibile.

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L’agricoltura è sia vittima che carnefice

Una cosa che è bene tenere a mente quando si parla di crisi climatica, è che l'agricoltura assume in questo processo sia il ruolo della vittima che quello del carnefice. E non solo perché, ancora oggi, il sistema agroalimentare è responsabile di più di un quinto delle emissioni di gas serra globali, ma anche perché le pratiche di coltivazione intensiva stanno andando a impoverire e degradare quegli stessi terreni che – spesso si tende a dimenticarlo – sono un punto di partenza inaggirabile per qualunque approccio agricolo. Oltre a uccidere insetti e specie vegetali fondamentali per la salute del suolo, l’agricoltura intensiva ha ricadute sui sistemi idrici e sul dissesto idrogeologico, inoltre è in assoluto il primo fattore di rischio per la biodiversità agricola.

La buona notizia è che esistono soluzioni per rendere l’agricoltura più sostenibile, e per assicurarsi in sostanza che le pratiche di coltivazione, raccolta e distribuzione siano più in linea con la necessità di tutelare la biodiversità degli ecosistemi agricoli; alcune sono già incluse nella strategia Fork to Farm della Commissione Europea.

Il punto non è che queste norme siano o meno necessarie, il punto semmai è come vengono introdotte e in che modo vanno a pesare su un problema che non viene affrontato come dovrebbe. Intervenire su un problema in divenire come quello della crisi climatica significa intervenire sulle cause oltre che sui sintomi, e basta un po' di logica a capirlo: se continuiamo a investire risorse in manovre correttive, di qui a 5/10/20 anni ci ritroveremo a dover fare i conti con le stesse problematiche odierne, ma esponenzialmente aggravate.

Piaccia o meno: il settore agricolo deve essere rivoluzionato, e questo comporterà un dispendio di denaro e sforzi non indifferente. La vera questione politica è dove si andranno ad attingere i fondi per attuarlo.

Basta dare un’occhiata alle proteste degli agricoltori in Francia, in Germania, in Belgio, in Polonia, o in Romania, per rendersi conto che, per quanto variegate, insistono tutte su alcuni punti: i sussidi sul gasolio agricolo, misure per proteggere l’attività agricola dall’impatto di eventi estremi e un’applicazione più sostenibile delle misure del Green New Deal. Ossia: problematiche che richiedono unicamente una diversa allocazione dei fondi.

A prescindere che si sia o meno d'accordo con gli slogan che si alzano da queste proteste, la mobilitazione degli agricoltori è il segnale che al momento, vuoi per incuria, vuoi per calcolo, il peso del cambiamento è stato lasciato sulle loro spalle, e rischia di schiacciarli. Gli agricoltori spesso sono al corrente di quanto il proprio lavoro sia esposto ai rischi di natura ecologica: non stanno chiedendo di affossare la transizione ecologica, stanno chiedendo di non essere lasciati soli.

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Interessi convergenti, lotte divergenti

All’inizio di questa settimana, Ultima Generazione ha diramato un comunicato in cui esprime una sostanziale solidarietà alla protesta in corso: “Alcuni giornali falsamente ritraggono gli agricoltori come oppositori alle misure ambientali, quando in realtà protestano per salari adeguati e denunciano il sostegno europeo solo a grandi proprietari terrieri tramite la Politica Agricola Comune (PAC).”

È pur vero, però, che alcuni degli esponenti che compongono il multiforme “partito dei trattori” tendono a declinare la protesta in chiave anti-ecologica: c’è chi se l’è presa con il Green New Deal descrivendolo come imposizione ideologica, chi ha urlato nei microfoni “no all’agrovoltaico”, chi ha rivendicato la necessità di mantenere viva la tradizione alimentare di fronte all’imperare degli “alimenti sintetici.”

Ma sarebbe sbagliato concentrarsi su queste uscite, perché se c’è una caratteristica distintiva del movimento dei trattori è proprio la sua multiformità. Tra chi ha attraversato l’Italia a bordo del suo mezzo agricolo c’è anche chi è consapevole della necessità di una transizione ecologica e alimentare, e persino alcuni attivisti ambientali. Ma soprattutto: gli agricoltori sono ben al corrente che la vera responsabilità dell’UE non sia quella di aver avvallato misure per rendere più sostenibile il comparto agricolo, ma di aver dirottato la maggior parte dei fondi nelle tasche dei grandi latifondisti.

Lo scorso anno in Europa è stata approvata la nuova PAC (Politica Agricola Comune), un pacchetto di misure che ufficialmente propone obiettivi virtuosi: produrre di quantità di cibo tali da garantire la sicurezza alimentare nell’UE, promuovere prodotti alimentari sicuri e di qualità elevata a costi accessibili a tutte le fasce della cittadinanza, e nel contempo proteggere il lavoro degli agricoltori e la salute delle comunità rurali, mitigare il riscaldamento globale e tutelare la biodiversità.

Nella pratica, tuttavia, l’ultima versione della PAC approvata a Bruxelles va in tutt’altra direzione: se con una mano infatti foraggia i grandi nomi dell’agrobusiness (il 20% delle imprese agricole si sbafa l’80% delle risorse), con l’altra leva ai piccoli agricoltori, tramite tagli di bilancio per i Programmi di Sviluppo Rurale, oggi fondamentali per promuovere un’agricoltura locale e sostenibile.

Un nuovo divide et impera

Martedì 6 febbraio, mentre colonne di trattori erano già in marcia alla volta di Roma, Ursula Von Der Leyen ha annunciato l’intenzione della Commissione Europea di ritirare la proposta che fissava una riduzione dei pesticidi agricoli del 50% entro il 2030. Giorgia Meloni ha accolto la notizia come una "vittoria italiana", quasi su quei trattori che marciavano per chiedere udienza al governo ci fosse stata anche lei:

È una vittoria anche italiana l'annuncio della Commissione europea del ritiro della proposta legislativa sui pesticidi. Fin dal suo insediamento, infatti, il Governo italiano sta lavorando in Europa, con grande concretezza e buon senso, per tracciare una strada diversa da quella percorsa finora e coniugare produzione agricola, rispetto del lavoro e sostenibilità ambientale. Proseguiremo in questa direzione.

Che la destra voglia sfruttare la scia del malcontento agricolo non è una tendenza nuova, ma si è particolarmente accentuata in vista delle elezioni europee di questo giugno. Le proteste che stanno punteggiando lo scenario europeo si trovano spesso a subire tentativi di strumentalizzazione politica, in particolare dai gruppi di estrema destra, che individuano negli agricoltori i potenziali apripista di una rivoluzione sovranista. La buona notizia è che per il momento il populismo agrario stenta a sfondare, basti pensare a come gli agricoltori tedeschi abbiano respinto ogni tentativo di polarizzazione della protesta. La cattiva notizia è che siamo solo all’inizio, e in assenza di provvedimenti chiari il fianco del movimento potrebbe diventare più vulnerabile alle strumentalizzazioni.

La voglia di cavalcare la protesta è tale che in UE sta andando in scena un grottesco braccio di ferro tra destra e estrema destra, con il PPE che arriva al parossismo di criticare misure approvate dagli stessi popolari.

L’obiettivo, in Europa come in Italia, non è solo spiegare le vele in tempo per catturare un vento utile alla volata elettorale, è anche quello di sabotare ogni possibile convergenza tra le mobilitazioni agricole e quelle ecologiche. Non è un caso se molti giornali (e non solo a destra) dedichino ampio spazio a un supposto scontro tra agricoltori e ecoattivisti, o a contrapporre i loro blocchi stradali come antitetici. È una questione strategica cruciale per chi ha interesse a mantenere in piedi l’attuale status quo: perché se davvero chi è più esposto alle ricadute presenti e future del sistema fossile si rendesse conto di avere un nemico comune, non avrebbero più scampo.

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Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Ha pubblicato i romanzi Condominio R39 (Einaudi, 2014), Un attimo prima (Einaudi, 2017) e il saggio-reportage sul cambiamento climatico “L’altro mondo” (Bompiani, 2021).  Insegna scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Vive e lavora a Milano.
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