Allungare i tempi del congresso fino a maggio, con le primarie, e poi avviare la campagna elettorale per le amministrative. L'appello per una mediazione all'interno del Partito democratico arriva dal ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, che ha "chiarissimo" il fatto che il problema non siano le date ma Renzi, e sostiene che "si esce da un partito se non se ne condividono più le idee. Se invece non ci si riconosce nel segretario, lo si sfida al congresso. Le scissioni che ho conosciuto io hanno sempre seguito queste regole".

Secondo il ministro la scissione del Pd sarebbe "soprattutto un dolore enorme. Il partito non è proprietà di alcuni capi che litigano. Stiamo discutendo di una forza politica che appartiene a milioni di persone, non ai leader. Persone che hanno faticato a sciogliersi in un soggetto unico, mettendo da parte storie gloriose e centenarie. E che oggi dicono: se è la casa di tutti, litighiamo, scontriamoci, ma senza abbandonarla o distruggerla. Martin Schulz quando si è candidato a Cancelliere ha detto: non devo inventarmi nulla, c'è la storia di 150 anni di socialdemocrazia. Il Pd ha una piccola storia di appena dieci anni e dobbiamo consolidarla. È il nostro popolo che non vuole vederla finire".

Quanto al ruolo di "comando" rimproverato dalla minoranza a Renzi, Franceschini spiega che "il congresso serve a questo. Chi vince non deve prendere tutto, non occupa tutto lo spazio. Ascolta le ragioni di chi ha perso e si fa carico della sintesi condivisa". Il ministro aggiunge di comprendere "anche il timore di chi dice che il congresso non deve diventare una conta affrettata. Allora si lavori sul calendario, su un confronto di idee e di programma in cui ridefinisci i tuoi confini e i tuoi contenuti. Ma il chiarimento su cosa è il Pd e su chi lo guida deve avvenire prima delle amministrative".

Franceschini aggiunge che "c'è sempre stato l'atteggiamento, da parte di quelli che hanno perso nel 2013, di considerare Renzi un usurpatore. Ho visto, e non lo dimentico, un pezzo del Pd votare no alla fiducia posta dal governo guidato dal segretario del partito. Ho visto pochissima voglia di riconoscere i risultati dell'esecutivo. Ho visto infine alcuni del Pd votare No al referendum".

E sulle elezioni, c'è anche "un semplice calcolo algebrico": "Visto che ci sono tre poli equivalenti, noi, Grillo e la destra, se il Pd si divide è più facile che le elezioni le vincano o i 5stelle o Berlusconi e Salvini. L'onda populista non è solo Trump o la Le Pen. Esiste anche in Italia e non è di destra, è trasversale. Di fronte a questo pericolo occorre stare insieme. Invece il morbo della divisione si riaffaccia. Ha già fatto male all'Ulivo, all'Unione e in certi passaggi anche al Pd".

"Capisco il disagio della minoranza – aggiunge – Decidiamo insieme come si riesce a far sentire tutti a casa propria. Ci siamo già riusciti nel breve viaggio del Pd. Io divento segretario in un momento difficilissimo. Affrontiamo le Europee e otteniamo il miglior risultato della nostra storia, se si escludono il 34 per cento di Veltroni e il 40,8 di Renzi. Il giorno dopo quel risultato, Bersani si candida alla segreteria. Facciamo le primarie, una battaglia vera. Perdo. Dopo, lui mi chiede di fare il capogruppo alla Camera e io lo sostengo, lealmente, fino alla sera in cui si è dimesso. Non ho fatto nulla di straordinario, ho fatto ciò che era dovuto". Oggi bisogna "sostenere il governo Gentiloni sia per le sfide che deve affrontare sia per completare le tantissime riforme del governo Renzi. Nel Pd ricucire il rapporto con il Paese. Celebrare il congresso con tempi meno affrettati possibile. Fare una legge elettorale come il presidente della Repubblica ha detto in modo molto chiaro. Il tempo c'è, dato che l'ipotesi di votare a giugno non esiste più".