I risultati, più o meno, li conoscete e non dovrebbero meravigliare più di tanto: Renzi vince le primarie del Partito Democratico, ottenendo circa il 70% dei consensi in una giornata in cui hanno votato meno di 2 milioni di persone. Un risultato netto, inequivocabile, senza sfumature, che testimonia come Renzi abbia saldamente in mano le redini del partito e la fiducia dei militanti.

Lo dicono le percentuali, lo dice il distacco dei suoi avversari, lo dicono le dichiarazioni a caldo e, più in generale, il clima in cui si sono svolte le primarie. E, tutto considerato, lo dice anche l’affluenza. Certo, nel 2012 al primo turno votarono in 3,1 milioni e Renzi prese 1,1 milioni di voti; al ballottaggio successivo, quando perse da Bersani, l’allora Sindaco di Firenze prese sempre 1,1 milioni di voti e i votanti furono 2,8 milioni; nel 2013, infine, Renzi trionfò con 1,9 milioni di voti sui 2,8 milioni complessivi. Solo considerando i precedenti recenti, dunque, siamo intorno al milione di votanti in meno. Ma i numeri vanno contestualizzati e, alla vigilia del voto, non erano in molti a scommettere su una cifra vicina ai 2 milioni di votanti. Avrebbero dovuto pesare la scissione, i tempi brevi del Congresso, il modo rocambolesco con cui si era giunti alle candidature di Orlando ed Emiliano, e più in generale una sensazione di stanchezza dell’elettorato democratico.

E hanno pesato, certo. Ma Renzi ha superato indenne lo scoglio – primarie e, anzi, ne è uscito più forte e legittimato (vedremo nelle prossime settimane quali conseguenze avrà questo 70%…). Lo ha detto anche nel suo discorso al Nazareno: ha vinto il PD che non si è vergognato di quanto fatto nei mesi di Governo, ora bisogna scrivere un'altra pagina. Il punto è capire cosa Renzi intende scrivere su questa nuova pagina e quanto ha "imparato" dalla lezione del 4 dicembre e dalla prima esperienza a Palazzo Chigi. Poco o nulla, sembrerebbe, come lo stesso Gentiloni potrebbe sperimentare di qui a breve.

La vittoria delle primarie nel 2013 fu utilizzata come una clava da Renzi per imporre al partito una sorta di “mistica del cambiamento e del rinnovamento”, che lentamente, ma inesorabilmente, ha finito col produrre uno strappo irricucibile, non solo all’interno del PD, ma nell’intero campo del centrosinistra. Renzi ha portato il partito in un terreno nuovo, ancora poco esplorato (ci provò in parte Veltroni, con risultati disastrosi), nel quale il PD ha i voti e la forza politica per sostenere da solo l’intero campo dell’alternativa alla destra. Il ragionamento poggiava sulla valutazione della "estrema mobilità" di una certa tipologia di elettorato (conservatore, di età medio – alta, restio alla mobilitazione e alla "ideologizzazione", affascinato dal senso pratico e dalla narrazione della semplicità) e dall'idea che, di fronte all'abisso e alla paura di sconvolgimenti radicali, gli italiani scegliessero l'unico approdo sicuro. Che, con B. ormai fuori gioco, aveva un nome e un cognome: Matteo Renzi. Una tesi che, dopo il voto delle Europee 2014, sembrava incontrovertibile, ma che ha finito col perdere di fascino quando il fastidio per i tempi lunghi della dialettica parlamentare, le prove di forza, l’utilizzo sistematico di decreti e questioni di fiducia, il sostanziale menefreghismo nei confronti delle minoranze, hanno determinato l’isolamento dei renziani e prodotto uno scollamento politico sostanziale. In questo contesto, la narrazione renziana, con le sue immagini di alterità e conflitto, con l’esasperazione dei dualismi, con il martellamento su concetti quali “speranza”, “sogno”, “futuro”, creava una sorta di universo parallelo, che gli italiani hanno finito con il non riconoscere, scegliendo di compattarsi e di respingere l'intero progetto renziano.

Il 4 dicembre, gli elettori bocciavano una missione politica, che Renzi aveva legato al destino del Governo, tenendo dentro tutto, dalla riforma della scuola a quella del lavoro, dai diritti civili alla politica estera. La riforma era però anche la summa del renzismo e intorno a essa era nato un nuovo soggetto politico, che il vecchio PD non riusciva più a contenere. Quel “popolo” di cui ha parlato Renzi nel suo discorso al Nazareno, non più sovrapponibile a quello dei militanti del PD. E che ora è la base dello stesso progetto, cambiare il Paese, con poche idee, con un cammino escludente e non inclusivo, ma con la forza del leader, in grado di comunicare col suo popolo senza intermediari, senza soggetti terzi, al di fuori dei vecchi schemi.

Una illusione, forse. Ma è ciò che Renzi e i suoi continueranno a inseguire, nella convinzione che solo un leader popolare possa battere il populismo.