in foto: Foto di repertorio – Gruppo di migranti trasferiti a Trapani

Il Senato ha approvato il decreto legge recante “disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto della immigrazione illegale”, che ora va alla Camera per l'approvazione definitiva. È il cosiddetto decreto Minniti – Orlando sull’immigrazione, molto dibattuto e molto contestato tanto da destra quanto da sinistra e dal mondo dell’associazionismo. Non è un caso che in occasione dell'approvazione si sia registrato il "minimo" risultato per un voto di fiducia, con soli 145 Sì. Nelle intenzioni del Governo si tratta di un provvedimento che segna un cambio di passo nell’approccio alla questione dell’immigrazione, dal momento che, non solo si proverà a diminuire i tempi per l’esame delle richieste di protezione umanitaria, ma che si metteranno in campo nuovi strumenti per il “contrasto” dell’immigrazione illegale. Gentiloni, dopo la presentazione del decreto, si era esibito in una capriola linguistica, provando a ribaltare il senso del provvedimento: “L’obiettivo strategico non è chiudere le nostre porte ma trasformare sempre più i flussi migratori da fenomeno irregolare a fenomeno regolare, in cui non si mette a rischio la vita ma si arriva in modo sicuro nei nostri Paesi e in misura controllata”. Leggendo il testo approvato, invece, si capisce che alla determinazione con la quale si intende affrontare il problema degli sbarchi, si accompagna la “solita” timidezza sul fronte dei corridoi umanitari e delle quote di ingresso.

Il decreto aumenta di molto la capacità dello Stato di esaminare le richieste, prevedendo anche assunzione di personale specializzato e un nuovo assetto dei collegi, fissando anche un regime particolare per la determinazione della competenza territoriale delle sezioni. Ma la rapidità con la quale saranno conclusi gli iter di richiesta della protezione umanitaria dipenderà soprattutto dall’eliminazione dell’appello, uno dei punti più controversi dell’intero impianto del decreto.

Spiega Gianfranco Schiavone, avvocato di Asgi (associazione studi giuridici sull’immigrazione), a Redattore Sociale: “È stato fatto osservare da molti, e con ottimi argomenti, che il doppio grado di giudizio non ha un’esplicita copertura costituzionale ma per capire se è una misura è legittima ed equa, dobbiamo vedere come si inserisce nel complesso dell’ordinamento. E nessuno può obiettare che si tratterà dell’unico caso in tutto l’ordinamento italiano nel quale, in materia di diritti della persona non abbiamo un doppio grado di giudizio. Insomma quello che viene previsto  anche per situazioni di controversie civili minime, come per esempio se rubo una merendina al supermercato, non ci sarà più nel caso si debba stabilire se una persona è esposta nel suo paese a trattamenti inumani e degradanti”.

Un concetto approfondito da Luigi Manconi, senatore del PD che ha scelto di non votare la questione di fiducia posta dall’esecutivo: “Oltretutto nel primo grado di giudizio, non c’è la regola del contraddittorio, dunque può accadere che il richiedente asilo non incontri mai il suo giudice. Non può andare a esporre le sue ragioni. Il giudice si limita a osservare il materiale videoregistrato e quello scritto precedentemente dalla commissione amministrativa. Poi può decidere, ma non è una regola, di sentire il richiedente asilo. Grazie a un nostro emendamento quest’ultimo può chiedere di essere ascoltato, ma accade solo se il giudice decide per il sì [l'emendamento cui si riferisce è il 6.400 e prevede che l'udienza debba essere altresì fissata quando ricorra almeno una delle seguenti ipotesi: la videoregistrazione non è disponibile; l'interessato ne ha fatto motivata richiesta nel ricorso introduttivo e il giudice, sulla base delle motivazioni esposte dal ricorrente, ritenga la trattazione del procedimento in udienza essenziale ai fini della decisione; l’impugnazione si fonda su elementi di fatto non dedotti nel corso della procedura amministrativa di primo grado; ndr]".

Inoltre, come ha spiegato Chiara Arseni per Possibile: "

Il procedimento è definito con decreto non reclamabile, ma esclusivamente ricorribile per Cassazione entro il termine ordinario (eliminando così un grado di appello). Considerata la particolare delicatezza e al contempo l’eterogeneità dei casi sottoposti al vaglio della Commissione, nonché i diritti e gli interessi coinvolti, la scelta del legislatore in questa circostanza appare non del tutto ragionevole, anche perché la possibilità di presenziare all’udienza è imprescindibile per categorie particolarmente vulnerabili, come donne incinte o persone che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza […] In definitiva l’onere della riduzione dei tempi dei procedimenti ricade interamente sulle spalle dei richiedenti protezione.

Il punto, dunque, non è soltanto capire se il procedimento di richiesta di protezione possa essere velocizzato, dal momento che è cosa acclarata che ritardi e lentezze sono tra le principali problematiche dell’intero sistema italiano di accoglienza.

Il punto è capire fino a che punto è possibile giocare con diritti costituzionalmente garantiti, come quella alla salute, all’asilo, alla vita stessa.

Un fatto che ritorna anche nell'approcciare un atro punto critico del provvedimento: la costituzione dei nuovi Cie, che diventano “Centri di permanenza per il rimpatrio”.

La questione è affrontata nell’articolo 19 del decreto, nell’ambito delle modifiche alla disciplina delle espulsioni. Come spiega il dossier del Servizio Studi del Senato, “esso prevede che, quando non sia possibile eseguire con immediatezza l'espulsione mediante accompagnamento alla frontiera o il respingimento (a causa di situazioni transitorie che ostacolino la preparazione del rimpatrio o l'effettuazione dell'allontanamento), il questore disponga che lo straniero sia trattenuto per il tempo strettamente necessario presso il Centro di identificazione ed espulsione più vicino”. Nei Cpr è prevista una permanenza massima di 30 giorni, derogabile a 60 nel caso in cui ci fossero problemi nell’accertamento dell'identità e della nazionalità ovvero l'acquisizione di documenti per il viaggio presenti gravi difficoltà. I nuovi centri, uno per Regione, saranno più piccoli dei vecchi Cie e saranno collocati sul territorio “previa intesa con i Presidenti delle Regioni interessate”. L’obiettivo del Governo è quello di aumentare i posti complessivamente disponibili, che ora sono circa 360, per raggiungere la cifra di 1600 posti a pieno regime. Un incremento di 1240 posti che, considerati i precedenti, potrebbe anche provocare spiacevoli “effetti collaterali”.

La cosa singolare e preoccupante allo stesso tempo è che tale misura viene approvata nel giorno in cui il comitato per i diritti umani dell'Onu bastona l’Italia per la mancata eliminazione del reato di immigrazione clandestina e invita a limitare il più possibile l’utilizzo della detenzione dei migranti, che va disposta solo come extrema ratio.

Inoltre, non in secondo piano, vale la pena di sottolineare che, nella stessa relazione, l’Onu ribadisce la contrarietà all’utilizzo dei rimpatri collettivi, che sono in violazione evidente del diritto internazionale. Dal testo del decreto e dalle dichiarazioni degli esponenti del Governo non traspare mai, ovviamente, l'ipotesi di respingimenti, ma l'insistenza sulla questione dei rimpatri (che già facciamo, tra l'altro), il rilancio dei Cie, la rideterminazione delle procedure di identificazione, rispondono evidentemente a un approccio securitario, che segue la scia di una certa "narrazione" che sembra aver preso piede all'interno dell'opinione pubblica. Da un Paese accogliente a uno "respingente", il passo è stato decisamente breve.

A questo punto converrà tornare al concetto espresso da Gentiloni, per sottolineare che nel decreto non c’è nulla, ma proprio nulla, per quel che attiene all’immigrazione “regolare”: non ci sono novità sui canali di ingresso, non c’è un intervento sul decreto flussi, non c’è alcun tipo di semplificazione delle procedure di ingresso, non si parla di corridoi umanitari.

Si sono sprecate invece tante parole sugli “accordi con la Libia”, che dovrebbero consentire di allentare la pressione sulle nostre coste. Tralasciando la questione, per nulla marginale, del “che fine faranno i migranti “ospiti” dei campi libici, va sottolineato come ancora una volta l’approccio “securitario” risponda più che altro a logiche del consenso, che a una vera e propria risposta sistemica a problemi complessi. Qualche settimana fa, presentando il decreto, Minniti diceva (finalmente) ciò che in tanti avevano detto sulla “missione EunavForMed”, presentata dall’allora Governo come la panacea di tutti i mali, ovvero ammetteva la sua totale inefficacia sul fronte del contrasto all’immigrazione clandestina. “La terza fase di Euformed, cioè l'intervento nelle acque territoriali libiche si può fare soltanto a due condizioni: che ci sia l'autorizzazione da parte della autorità libiche, cosa che al momento non c'è e non mi sembra ci possa essere, ovvero una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle nazioni unite, cosa che anche qui non mi sembra alle viste”; dunque, la soluzione per il ministro consiste nel “mettere nelle condizioni la Coast Guard libica di fare l'intervento e quindi, da questo punto di vista, la cooperazione, la fornitura di materiale, mezzi, motovedette, tutte cose che si stanno già realizzando”. Tradotto: bisogna fornire la Libia di tutti i mezzi e le risorse economiche utili a fermare i trafficanti di uomini, impedendo che partano i barconi. Ora, oltre ai rischi connessi alla particolare instabilità del territorio libico, qualcuno ha interesse a capire che fine faranno le persone trattenute sulle coste libiche? O meglio, interessa a qualcuno?