Quando Mattarella decise di risolvere la crisi di Governo apertasi con le dimissioni di Matteo Renzi affidando a Paolo Gentiloni l’incarico di formare un Governo, l’impressione fu che si trattasse della scelta più logica, della strada più semplice, ma al tempo stesso della decisione con più problematiche ed effetti collaterali. Il Presidente della Repubblica dava il via libera a un Governo strutturalmente debole, con un'azionista di maggioranza, il PD, lacerato da una prevedibilissima scissione (o in ogni caso impegnato in un Congresso), con un orizzonte temporale indefinito e con un compito immane: convincere i parlamentari ad approvare la legge elettorale che ne avrebbe decretato, nella gran parte dei casi, la fine della propria esperienza politica.

La sentenza della Consulta sull’Italicum aveva poi fatto il resto, cambiando le carte in tavola e trasformando, di fatto, una “breve parentesi” in un Governo di transizione, costretto a mettere mano a questioni e riforme più o meno urgenti. Il problema di fondo era (ed è) che Gentiloni avrebbe dovuto farlo senza legittimazione popolare né politica, tra lo scetticismo della maggioranza, la contestazione dura dell’opposizione e il terrore di una fine prematura della legislatura da parte di molti peones in Parlamento. Date tali condizioni, probabilmente Gentiloni sta facendo il massimo, o almeno sta evitando il tracollo.

Ora si naviga a vista, senza un esecutivo autorevole, senza una linea coerente (qualcuno ha idea dell'orientamento politico con cui sta agendo Minniti?) e, soprattutto, senza uno straccio di alternativa. Le rassicurazioni di Renzi ("Gentiloni non rischia"), la fiducia delle altre componenti della maggioranza, il "via libera" di Forza Italia, più che attestazioni di stima e di gradimento per le capacità del Governo, sono figlie della constatazione dell'assenza del piano B. Senza legge elettorale, senza un'agenda politica, senza altri sconvolgimenti del quadro europeo (grazie, Macron), il galleggiamento garantito dalla professionalità e dalla pacatezza di Gentiloni è una manna dal cielo. E il Presidente del Consiglio, gliene va dato atto, sta gestendo la situazione con grande responsabilità.

Ma c'è di più, se si prova a guardare oltre le dichiarazioni di facciata e i retroscena "bellicosi" dettati dal Nazareno o da Arcore. Ed è la possibilità che a Palazzo Chigi, dopo le politiche, ci possa essere ancora Paolo Gentiloni, il "mammut del pareggio", come il René Ferretti di Boris. Parliamoci chiaro, le possibilità che questo Parlamento opti per una legge elettorale, che sia maggioritaria o proporzionale con correttivi importa poco, in grado di garantire i numeri per governare alla forza politica che ottenga il "risultato migliore" sono poche o nulle. Ci sono ragioni politiche, tecniche e anche pratiche (relative alla reale frammentazione del consenso), che ci spingono a ipotizzare uno scenario di questo tipo, ovvero una legge elettorale "ponte", su base proporzionale, che restituisca una situazione simile a quella post 2013: nessuno schieramento "autonomo" e ancora le larghe intese. In tal caso, quale nome migliore di Paolo Gentiloni per un nuovo Governo che, con poca fantasia, verrebbe definito di unità nazionale?

Post it – Ovviamente, non si tratta esattamente dell'opzione A, in particolar modo per l'ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che si troverebbe a vivacchiare da segretario del PD, subendo un lento logorìo in termini di consenso elettorale, a favore di forze come Lega Nord e MoVimento 5 Stelle, che vedrebbero materializzarsi lo scenario ideale: le larghe intese a "blindare la casta" e un Governo incaricato di svolgere il compitino, probabilmente sotto la tutela di Bruxelles. Ma se dovesse fallire il tentativo di "collaborazione" col M5s sulla legge elettorale (un compromesso a partire dal "Legalicum", in sostanza), il PD potrebbe trovarsi costretto ad accettare il proporzionale con (minimi) correttivi che piace a Forza Italia e ai centristi, con un esito già scritto dopo le urne: l'ingovernabilità a meno di larghe intese. Se l'incubo del 2013 dovesse materializzarsi anche nel 2018, Renzi sarebbe costretto a prendere una decisione: riaffidarsi a Gentiloni o "diventare lui stesso Gentiloni", guidando un esecutivo apertamente sostenuto da Fi e centristi.