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Finanziamento pubblico ai giornali: le cifre di un’anomalia tutta italiana

Un accordo in Commissione Bilancio conferma il budget da destinare al finanziamento pubblico per l'editoria: un sistema che ogni anno costa centinaia di milioni di euro alle casse dello Stato.

Finanziamento pubblico ai giornali: le cifre di un'anomalia tutta italiana.

Nonostante la crisi generalizzata e i tagli alla spesa pubblica previsti per l’anno 2011, il maxi emedamento alla Finanziaria recupera altri 40 milioni da destinare al finanziamento pubblico per l’editoria. Infatti, grazie ad un accordo in extremis in Commissione Bilancio alla Camera, le risorse da destinare al finanziamento pubblico delle testate giornalistiche passano da 60 a 100 milioni di euro, cui vanno aggiunti gli 80 milioni già stanziati, per una cifra complessiva di 180 milioni di euro che è più o meno quella messa a disposizione nello scorso anno (e a cui andrebbero aggiunti i contributi per le radio e le televisioni locali e quelli, sia pur di minore entità, per i giornali italiani all’estero). Un provvedimento promosso dai deputati “finiani” che, come spesso capita in questi casi, ha ricevuto un consenso bipartisan, e che sembra abbia trovato le risorse necessarie tramite una leggera riduzione di una serie di voci di spesa di diversi Ministeri.

Una scelta che farà davvero tirare un sospiro di sollievo ai tanti giornali in crisi profonda, testate che negli ultimi anni hanno accumulato debiti consistenti, diminuito le vendite e perso quote di mercato. L’elenco è davvero lunghissimo (oltre che trasversale agli schieramenti politici “di riferimento”) e riflette la crisi dell’intero sistema editoriale italiano, ormai da tempo letteralmente “mantenuto” dai finanziamenti statali. Proprio per questo il provvedimento adottato non può che suscitare roventi polemiche e feroci critiche, soprattutto in rete e sui social network. Da più parti ci si chiede il vero motivo per il quale continuare a sostenere con risorse pubbliche giornali che vendono poche migliaia di copie, che si rivelano semplici contenitori di veline di partito o che semplicemente risultano essere strumenti clientelari nelle mani di centri di potere più o meno influenti. La storia del finanziamento pubblico all’editoria è ben riassunta in una datata (ma estremamente precisa) puntata di Report, nella quale si sottolinea: “Tutto comincia con la legge del 1981 che da un aiuto ai giornali di partito perché non in grado di sostenersi da soli. Se tutto fosse finito lì oggi lo Stato sborserebbe 28 milioni di euro all’anno. Invece nell’87 la legge cambia e basta che due deputati dicano il tal giornale è organo di un movimento politico, che può attingere al grande portafoglio, poi nel 2001 la legge cambia di nuovo: bisogna diventare cooperativa [...]“.

Insomma, quello su cui giustamente ci si interroga è la sostenibilità di un modello che di fatto vincola l’esistenza e la sopravvivenza delle testate giornalistiche al finanziamento pubblico, malgrado l’incapacità di competere in un mercato in continua evoluzione. Per fare un esempio della portata delle risorse assegnate alle singole testate basti solo pensare ai 23,5 milioni di euro assegnati ai quotidiani del gruppo RCS, così come agli oltre 16 destinati a La Repubblica e l’Espresso. Diamo soltanto uno sguardo ai principali giornali finanziati dallo Stato:

  • Gruppo RCS (Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport): 23 milioni e mezzo di euro
  • Sole 24 ore: 19.222.787 euro
  • Espresso-La Repubblica: 16.186.244 euro
  • Libero Quotidiano 7.794.367,53
  • L’Unità 6.377.209,80
  • Avvenire 6.174.758,70
  • Italia Oggi 5.263.728,72
  • Manifesto 4.352.698,75
  • Radio Radicale 4.153.452,00
  • La Padania  4.028.363,82
  • Liberazione – Giornale Comunista 3.947.796,54
  • Il Foglio 3.745.345,44
  • Cronaca Qui.it (Già Cronaca Più) 3.732.669,02
  • Europa 3.599.203,77
  • Nessuno Tv 3.594.846,30
  • Ecoradio 3.354.296,64
  • Conquiste Del Lavoro 3.346.922,70
  • Il Secolo D’Italia 2.959.948,01
  • Corriere Canadese 1 2.834.315,47
  • Cavalli e Corse 2.530.638,81
  • La Discussione 2.530.638,81
  • Il Riformista2.530.638,81
  • Roma 2.530.638,81
  • La Provincia Quotidiano 2.530.638,81
  • Corriere di Forli 2.530.638,81
  • Il Corriere Mercantile 2.530.638,81
  • L’Avanti! 12.530.638,81
  • La Voce Di Romagna 2.530.638,81
  • Il Cittadino 2.530.638,81
  • Linea 2.530.638,81
  • Oggi Gruppo Ed.le America Oggi 2.530.638,81
  • Rinascita 2.530.638,81
  • Il Globo 2.530.638,81
  • Giornale Nuovo Della Toscana 2.530.638,81
  • Notizie Verdi 2.510.957,71
  • Italia Democratica 1.476.783,76
  • Liberal 1.200.342,31
  • Il campanile Nuovo  1.150.919,75
  • La Rinascita Della sinistra 934.621,50
  • Stiftung Sudtiroler Volkspartei Zukunft In Sudtirol 650.081,04
  • Socialista Lab 472.036,97
  • Le Peuple Valdotain 301.325,06
  • Democrazia Cristiana 298.136,46
  • Il Denaro 2.459.799,42
  • Metropoli day2.024.511,05
  • L’Opinione Delle libertà 1.976.359,70
  • La Voce Repubblicana 624.111,76
  • Milano Metropoli 288.532,89
  • Aprile 206.317,47
  • Il Duemila (IL) 178.007,45
  • Cristiano Sociali News 57.717,93

Il tutto senza dimenticare l’incidenza dei contributi cosiddetti “indiretti”, ovvero rimborsi delle tariffe elettriche, telefoniche e postali, e dal 2002 al 2005  finanche un rimborso sulla carta utilizzata e comunque tralasciando l’infinità di testate minori e con una tiratura praticamente inesistente che è stata materia di un fortunato passaggio di uno spettacolo di Beppe Grillo.

Cifre enormi che però non rendono bene l’idea della diffusione capillare di un simile “sistema”, che garantisce la sopravvivenza di testate dalla diffusione davvero esigua e soprattutto premia il clientelarismo politico e la connivenza con gli apparati politici. Già, perchè, citando il preciso libro di Beppe Lopez, La Casta dei giornali (ed. Nuovi Equilibri/Stampa Alternativa), si può facilmente osservare come i contributi pubblici per l’editoria dovevano che pure avrebbero dovuto sostenere i giornali di partito, siano di fatto andati per la maggior parte agli editori privati e la stessa formula di “cooperativa” richiesta dalla legge è di fatto aggirata con una facilità irrisoria (anche dal momento che la legge prevede finanziamenti anche a società “controllate da cooperative”) .

Nei fatti, dunque, lungi dal preservare “voci alternative alla lobby dei grandi gruppi editoriali ossequienti al pensiero unico“, misure di questo tipo hanno provveduto a mantenere in piedi un sistema restio ai cambiamenti ed all’innovazione, ma soprattutto una rete di privilegi e favoritismi. Senza contare l’insostenibilità stessa di un modello che tollera l’esistenza di giornali che vendono pochissime copie, del tutto autoreferenziali, realizzati da giornalisti lautamente retribuiti (per non parlare degli stipendi di alcuni direttori…) e nello stesso tempo da giovani precari con pochissime tutele . Una inadeguatezza resa perfettamente dall’analisi di Marco Travaglio (che per inciso al momento collabora con il Fatto Quotidiano, testata che non riceve contributi statali), in un intervento di oltre due anni fa che fotografa una situazione che è rimasta al momento immutata:

In generale, tuttavia non si tratta di distruggere l’industria culturale del Paese, così come paventano i principali beneficiari di questi provvedimenti, bensì di ripensare criticamente un settore che, se da un lato vede diminuire gli spazi nei mercati tradizionali, dall’altro vede allargarsi gli spazi di manovra grazie all’apertura garantita dai social media e dalla rete in generale. Lo sviluppo della rete, la nascita dei social media, l’informazione dal basso, sono tutti segnali di un mondo in continua evoluzione che sembra davvero costringere “l’editoria tradizionale” ad un cambiamento radicale: il flusso veloce delle informazioni, la rapidità di propagazione, l’interattività e la criticità da parte degli utenti rappresentano stimoli importanti e troppo spesso disattesi dai grandi gruppi editoriali.

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a cura di
Adriano Biondi
Della profonda provincia beneventana, vivo a Napoli e mi occupo di coordinare i contenuti delle aree politica - economia per fanpage.it. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica. Senza pregiudizi.
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