L'ombra dell'impeachment cala sulla presidenza di Donald Trump a soli sei mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca. L'ipotesi di una eventuale messa in stato di accusa del Capo di Stato Usa è rimbalzata dalla stampa a stelle e strisce in tutto il mondo. Per il momento si tratta solo di voci di corridoio, scatenate dalla vicenda che i media hanno ribattezzato Russiagate. L'ex tycoon newyorkese, come ha riferito il New York Times, avrebbe chiesto a James Comey, ormai ex capo dell'Fbi, di lasciar cadere l'indagine sul suo consigliere di fiducia Michael Flynn dopo che erano emersi sospetti sulla natura dei colloqui che quest'ultimo aveva avuto con l'ambasciatore russo a Washington. Ma cosa significa davvero la parola impeachment e perché spaventa così tanto il presidente degli Stati Uniti d'America?

Impeachment: significato e definizione.

Letteralmente la parola "impeachment" significa "imputazione", e sta ad indicare la procedura per la messa in stato di accusa del presidente o di chi ricopre cariche pubbliche, qualora si ritenga che abbia commesso particolari illeciti nell'esercizio delle proprie funzioni. Nello specifico caso americano, possono essere sottoposti a questo tipo di procedimento tutti i componenti dell'esecutivo, dal presidente al vicepresidente fino ai funzionari delle amministrazioni statali, pena la rimozione dal proprio incarico. Si tratta, in realtà, di un retaggio del colonialismo inglese, adottato per la prima volta nella Costituzione a stelle e strisce nel 1878.

Come funziona l'impeachment: la procedura.

La procedura che dà avvio all'impeachment è parecchio macchinosa. Come stabilito nella sezione 4 dell'articolo 2 della Costituzione americana, "il Presidente, il vice presidente e tutti i funzionari degli Stati Uniti, saranno rimossi dall’incarico sulla base di un’accusa (impeachment) e di una condanna per tradimento, corruzione o altri gravi crimini e misfatti". Sono tre, dunque, i casi in cui la legge prevede che si ricorra a questo istituto giuridico. È solo il Congresso che può avviare questo procedimento, ma solo dopo aver tentato tutte le soluzioni possibili per evitarlo. Poi, bisogna stilare un documento con tutti i punti a sostegno della colpevolezza del soggetto imputato. La Camera deve far approvare il testo, presentato dalla commissione d'inchiesta, con un voto di maggioranza semplice, che poi passa nell'aula del Senato, dove si svolge il vero e proprio processo e si vota il verdetto finale. È necessaria la maggioranza dei due terzi dei senatori per confermare la condanna definitiva. Se questa viene approvata, la pena è la rimozione dall'incarico e, in alcuni casi, anche l'interdizione dai pubblici uffici. Non c'è possibilità di appello. In questo caso, le funzioni presidenziali vengono assunte dal vicepresidente.

L'ultima risorsa del 25esimo Emendamento.

La costituzione americana prevede anche la possibilità di ricorrere ad una procedura di emergenza, introdotta nel 1967 con un comma del 25esimo Emendamento. Il vicepresidente e la maggioranza del gabinetto di governo possono inviare al Congresso una lettera, in cui accusano formalmente il presidente di non assolvere ai suoi doveri. In seguito a questa decisione, tutti i poteri passano al vice, a meno che lo stesso presidente non risponda con un altro messaggio scritto. Sempre il vice, può insistere ancora con il Congresso che decide, dopo votazione alla Camera e al Senato, a chi affidare la guida del Paese. Ma si tratta di un procedimento ancora più complicato e difficilmente perseguibile.

I precedenti, da Johnson a Bill Clinton.

La stampa racconta dell'ombra dell'impeachment su Bill Clinton, nel 1998 (Getty). in foto: La stampa racconta dell'ombra dell'impeachment su Bill Clinton, nel 1998 (Getty).

Sebbene l'ombra dell'impeachment abbia minacciato alcuni nomi illustri alla Casa Bianca nel corso del tempo, bisogna cominciare col dire che mai nessun presidente Usa è stato destituito facendo ricorso a questo procedimento, mentre più numerose sono state le volte in cui sono stati rimossi esponenti del potere giudiziario. Due sono i casi da segnalare. Il primo tra i capo di stato a farne le spese è stato nel 1865 Andrew Johnson, prima vice e poi successore di Abramo Lincoln, quando questi fu assassinato. All'epoca, gli States erano alle prese con la guerra civile e Johnson entrò in polemica con il Congresso sull'atteggiamento da adottare verso gli Stati del Sud, che ne uscirono sconfitti, arrivando persino a rimuovere l'allora ministro della guerra. Venne avviato il procedimento di messa in stato di accusa ma i voti non bastarono. Nel 1998, invece, è toccato a Bill Clinton, accusato di aver mentito sulla relazione sessuale avuta con la stagista Monica Lewinsky, facendo pressioni sui suoi collaboratori affinché non facessero venire a galla la verità. Ma anche in questo caso, il presidente venne assolto. Anzi. Non solo rimase al potere, ma venne addirittura rieletto per un secondo mandato.

Il caso Watergate.

Un altro tentativo di impeachment, mai portato a termine, è quello che riguarda il presidente Richard Nixon, che presentò le sue dimissioni prima che il Congresso desse inizio alla procedura di messa in stato di accusa. Nixon fu il protagonista del famoso caso Watergate, così come venne ribattezzata una inchiesta del Washington Post su presunti tentativi da parte del partito democratico di ostacolare la campagna elettorale degli avversari dello stesso Nixon, che loro appoggiavano. Inoltre, lo staff del presidente fece di tutto per ostacolare le indagini, cosa che lo portò a licenziare il responsabile delle ricerche, Archibald Cox.

Trump rischia davvero l'impeachment?

Il rischio che Donald Trump possa subire l'impeachment appare parecchio lontano, anche se risulta attualmente indagato per "ostruzione alla giustizia nell'ambito dell'inchiesta sul Russiagate". In poche parole, le autorità Usa stanno cercando di capire l'autenticità della richiesta, avanzata dal presidente all'ex capo dell'Fbi, licenziato nei giorni scorsi, di insabbiare le indagini su Michael Flynn, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale sospettato di collusione con esponenti del governo russo. Al momento, per altro, sia la Camera che il Senato americano sono a maggioranza repubblicana, per cui hanno tutti gli interessi a continuare ad appoggiare l'ex tycoon newyorkese. Pare abbastanza improbabile allo stato attuale non solo l'accusa ma anche la condanna: dovrebbero votare a favore della rimozione dall'incarico due terzi dei senatori, che è una soglia molto alta considerando i numeri su cui Trump può contare a Capitol Hill. Così come sembra poco fattibile il ricorso al 25esimo Emendamento: in questo caso il vice Mike Pence e lo speaker della Camer Paul Ryan, da sempre fedelissimi dell'imprenditore, dovrebbero accusarlo pubblicamente.