Con l’approvazione degli ultimi decreti attuativi della legge 107 / 15, ovvero La Buona Scuola, si completa il percorso di riforma avviato dal Governo Renzi, col ministro Giannini, e proseguito poi dall’esecutivo Gentiloni, con il ministro Fedeli. Tra i cambiamenti più impattanti, certamente vi è la ridefinizione del sistema di reclutamento e di formazione per poter diventare insegnanti nelle scuole secondarie di primo e secondo grado.

Si tratta, per dirla in breve, delle nuove modalità (requisiti, titoli e percorsi formativi) con le quali si potrà accedere alla professione di insegnante. Con le nuove norme si cancella il meccanismo in vigore fino ad ora, che in parte era stato rivisto dai primi decreti de La Buona Scuola, che avevano portato allo svuotamento delle graduatorie e all’immissione in ruolo di un elevato numero di precari.

Prima della riforma, per diventare insegnanti bisognava essere abilitati tramite un tirocinio formativo (Tfa); in tal modo si entrava in graduatoria per le supplenze, in attesa del “concorso” per l’immissione a ruolo (non c’erano date prefissate per i concorsi).

Con le nuove norme, invece, i concorsi avranno cadenza biennale e potrà partecipare chiunque sia in possesso di una laurea e abbia conseguito “24 crediti universitari in settori formativi psico-antropo-pedagogici o nelle metodologie didattiche”. La struttura del concorso pubblico prevede due prove scritte e una prova orale, anche se non sono state ancora definite le specifiche per quel che concerne commissioni e numero di ingressi per singolo concorso (che probabilmente dipenderanno dal fabbisogno).

I vincitori di concorso prenderanno parte a un percorso triennale di “formazione, inserimento e tirocinio” (chiamato FIT, appunto) al termine del quale saranno immessi in ruolo. L’idea del percorso di formazione risponde all’esigenza di far acquisire ai vincitori di concorso competenze ed esperienza per l’insegnamento, ma anche a quella di valutare “nel corso del tempo” il percorso del vincitore di concorso. Al termine del FIT, infatti, verranno immessi a ruolo solo coloro i quali hanno ottenuto una valutazione positiva (ci sarà un riscontro al termine di ogni anno).

Il percorso sarà così suddiviso

  • il primo anno, svolto principalmente nelle università con momenti di tirocinio nelle scuole, è finalizzato al conseguimento del diploma di specializzazione all’insegnamento, specifico per la classe di concorso o per il sostegno. Il partecipante riceverà un compenso;
  • il secondo anno vede momenti formativi integrati con il tirocinio nelle scuole. Al partecipante sarà riconosciuto lo stesso compenso, nonché lo stipendio per le supplenze brevi che farà, con l’obiettivo di far sì che cominci ad esercitare le funzioni docente con la necessaria gradualità;
  • il terzo anno al partecipante sarà assegnata una cattedra vacante e disponibile, con tutte le responsabilità connesse. Percepirà uno stipendio pieno e sarà valutato al fine di determinare se debba essere immesso in ruolo

Il sistema immaginato dal Miur presenta qualche complessità, come sottolineano Checchi e De Paola su LaVoce.info: “Se i numeri non saranno programmati su base nazionale, c’è il rischio che gli ammessi eccedano di gran lunga il fabbisogno. […] Su almeno 30-32mila aspiranti insegnanti per ogni coorte di laureati, a regime il sistema scolastico italiano è in grado di assorbirne poco più della metà. È quindi necessario che la selezione all’ingresso sia sostanziale, se si vuole evitare la formazione di nuove sacche di precariato”.

Una situazione che è determinata anche dalla decisione di scegliere una fase transitoria, che permetterà anche l’assunzione di chi è ancora in graduatoria, di chi ha fatto supplenze per molti anni e, parrebbe, degli abilitati in terza fascia.