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Dire “Ti amo” ai figli? Il vero errore è parlare per assoluti. Frusciello: “La pedagogia non è chimica”

Secondo il pedagogista Luca Frusciello, il problema dietro al giudizio lapidario di Stefania Andreoli sull’abitudine di dire “ti amo” ai figli non è tanto il contenuto, quanto l’intenzione di proporre come dogma assoluto un comportamento che invece cela centinaia di sfaccettature: “Noi pedagogisti non siamo chimici e non dovremmo mai parlare per assoluti”
A cura di Niccolò De Rosa
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Il dibattito si è acceso in uno studio televisivo e poi è esploso online, come accade ogni volta che temi complessi vengono compressi nei tempi stretti della TV. Durante un intervento alla trasmissione Agorà, la psicoterapeuta e scrittrice Stefania Andreoli ha liquidato come "del tutto sbagliata" l'abitudine di alcuni genitori di dire "ti amo" ai figli. "Confonde i ruoli, non permette di distinguere le sfumature dei sentimenti e rischia di far passare il ‘ti voglio bene' come un sentimento di serie b, quando è il numero uno, perché il bene non passa mai", ha affermato la psicologa. Una posizione netta, che non ha mancato di spaccare in due l'opinione pubblica, innescando una cascata di critiche e risposte polemiche. Ma forse è proprio questa assolutezza, più ancora del contenuto, a rappresentare il cuore del problema.

"Sostenere che dire ‘ti amo' confonda le mappature affettive del bambino è un'argomentazione valida, ma che può essere discussa", spiega a Fanpage.it il pedagogista Luca Frusciello. La comunicazione tra esseri umani, dopotutto, non è un semplice elenco di parole, ma un repertorio di segni e atteggiamenti non verbali che, in base al contesto, producono effetti diversi sulla crescita dei piccoli. "Ridurre una relazione affettiva al solo testo del messaggio significa banalizzarla", continua Frusciello. "Se il contorno e il contesto sono coerenti, il bambino non viene confuso da un'espressione verbale. Quella di Andreoli è quindi una valutazione possibile, solida, ma non può essere presentata come una verità scientifica universale".

Proprio questo aspetto, passato quasi inosservato nel trambusto dei botta e risposta seguiti alle esternazioni della psicoterapeuta, cela, secondo Frusciello, il vero punto critico della questione. Esprimere pareri con la pretesa dell'infallibilità rischia infatti di alimentare giudizi, aspettative e rigidità educative che fanno sentire i genitori perennemente in difetto"Nella nostra materia, una disciplina fatta di dialogo, non possiamo assumere posizioni dogmatiche", afferma. "La nostra materia non è la Chimica, dove due atomi di idrogeno e uno di ossigeno creano sempre l'acqua. Non esistono formule replicabili, ma contesti, persone e storie. Il bravo professionista è colui che problematizza e contestualizza, non chi crea dogmi".

Non solo. Simili commenti lapidari causano immancabilmente critiche e reazioni che puntualmente deviano il focus della discussione. È successo anche dopo le parole di Andreoli, con la psicoterapeuta che ha replicato in modo piccato alle osservazioni mossa dalla sua community (e anche da alcuni colleghi), trasformando rapidamente quello che poteva essere un confronto costruttivo in una questione di consenso personale. Invece di aprire uno spazio sulle sfumature dell'affettività, si è  scivolati in una polarizzazione sterile ed è proprio qui che, per Frusciello, abbiamo perso una buona occasione per mostrare ai genitori, e quindi ai figli, che le opinioni si confrontano, non si "scomunicano".

"Alla fine il punto non è decidere se dire ‘ti amo' sia giusto o sbagliato", conclude il pedagogista. "Il punto è mostrare che esistono modi diversi di abitare l'amore, tutti degni di essere esplorati. Forse è da qui che bisognerebbe ripartire: non dalle parole che usiamo con i figli, ma dalla capacità di stare dentro la complessità senza pretendere di aver vinto la partita". Prima di insegnare questo ai bambini, però, dovremmo imparare a farlo noi adulti.

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