Il nuovo Sole della Cina: così Pechino ha deciso di puntare sul fotovoltaico
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Contenuto editoriale realizzato in collaborazione con European Climate Foundation per il progetto ‘Transizione Energetica"
A fine luglio di quest'anno, la capacità solare installata in Cina ha ufficialmente superato per la prima volta quella della produzione a carbone, affermando l'energia solare come la principale fonte di generazione elettrica del Paese. A confermare questa accelerazione sono i dati diffusi dalla National Energy Administration (NEA) – l'ente statale cinese responsabile della formulazione e dell'attuazione delle politiche energetiche – secondo cui alla fine di agosto la capacità complessiva da fonti rinnovabili ha toccato i 2,4 Terawatt, arrivando a rappresentare il 60,8% dell'intera potenza elettrica nazionale. È una potenza pari a circa 24 volte la potenza di tutte le centrali nucleari attualmente attive nell'intera Unione Europea.
Nei primi otto mesi dell'anno, certifica sempre la NEA, le energie pulite hanno aggiunto 159 gigawatt di nuova capacità, generando 2,77 trilioni di chilowattora di elettricità, ossia il 41,6% del totale nazionale. È pari a oltre 9 volte l'energia elettrica consumata dall'intera Italia in un anno (il fabbisogno elettrico nazionale annuo è di circa 300 TWh). All'interno di questo quadro, eolico e solare combinati hanno raggiunto 1,992 terawatt (il 48,5% della potenza installata complessiva), con il fotovoltaico salito da solo a 1,297 terawatt, pari alla potenza di quasi 130 miliardi di lampadine a LED accese contemporaneamente. In un vertice politico dedicato al settore, la stessa agenzia statale ha sollecitato la rapida costruzione di grandi impianti, unita al potenziamento della rete e a riforme del mercato elettrico per integrare efficacemente questa produzione.
La traiettoria di Pechino non si ferma e prevede un'ulteriore espansione. Come riportato dall'agenzia Reuters, un recente piano governativo ha introdotto per la prima volta obiettivi vincolanti per aumentare la produzione di energia eolica e solare del 53% nei prossimi cinque anni. L'obiettivo è portare la generazione complessiva da rinnovabili a 1,8 miliardi di tonnellate di carbone equivalente entro il 2030, rispetto agli 1,18 miliardi previsti per il 2025.
Secondo i dettagli del piano diffusi da Reuters, entro il 2030 eolico e solare – supportate da sistemi di accumulo – dovranno coprire il 20% della domanda durante i picchi di consumo, affiancati da 300 gigawatt di capacità di picco rinnovabile e 570 gigawatt di idroelettrico, di cui 160 gigawatt tramite sistemi di pompaggio. Il programma prevede inoltre l'impiego di 150 milioni di tonnellate di carbone equivalente per il riscaldamento, il raffreddamento e la produzione di idrogeno verde, stimata a due milioni di tonnellate annue al 2030. Tra i progetti figurano anche impianti eolici offshore in acque profonde integrati con data center sottomarini e megabasi pilota per trasmettere elettricità totalmente verde tramite elettrodotti ad altissima tensione, dove attualmente, secondo i dati di Global Energy Monitor, viaggia solo il 20% di energia pulita.
Il problema della sovranità tecnologica europea
Questa crescita riflette una posizione dominante sul mercato tecnologico che l'Europa difficilmente potrà scardinare nel breve o medio periodo, soprattutto per quanto riguarda la fornitura dei moduli fotovoltaici. Come evidenziato dalla testata specializzata Pv Magazine, la sfida comunitaria consiste nel tentare di ricostruire una catena industriale locale senza compromettere la convenienza economica degli impianti e senza rallentare le installazioni necessarie alla transizione. Possiamo guardare la Cina come esempio: il loro sbilanciamento verso il fotovoltaico ci permette di capire il potenziale di questa tecnologia, soprattutto per il nostro futuro. Certo, in Cina come sappiamo la pianificazione dell’industria avviene a livello statale quindi è molto difficile paragonare il mercato cinese a quello italiano. Eppure forse basta vedere dove si stanno spostando le risorse per capire su quali energie sia meglio investire.
Intervistato da Pv Magazine, il presidente dell'associazione Italia Solare Paolo Rocco Viscontini ha spiegato che il ritorno della manifattura in Europa deve seguire una logica industriale e non basarsi sullo scontro con Pechino. "Io sono per il reshoring europeo dalla Cina all’Europa dell’industria, però deve essere fatto su due basi: deve avere una logica industriale e non deve essere fatto sulla base di presupposti di conflitto coi cinesi, ma, al contrario, proprio di collaborazione coi cinesi", ha dichiarato Visconti, secondo è sbagliato descrivere la dipendenza dalla Cina esclusivamente come una minaccia, trascurando le opportunità della cooperazione tecnologica e industriale.
La questione centrale, ragiona quindi Visconti, non riguarda la necessità ideale di affrancarsi da Pechino, ma la reale fattibilità tecnica ed economica di una simile operazione nel breve periodo. Oggi l'Europa si trova stretta tra l'esigenza strategica di non dipendere da un unico fornitore globale e l'urgenza di installare quanta più energia rinnovabile possibile a costi accessibili. Ricostruire da zero una filiera continentale completa – dal polisilicio ai wafer fino alle celle e ai moduli finiti. Non è una strada semplice da percorrere. L’Unione Europea si sta muovendo anche su politiche di protezione della sua industria. Sta puntando su nuove generazioni di tecnologie solare ed è già in piedi in fase sperimentale una politica doganale che protegge le produzioni made in EU, ma non su basi nazionaliste ma imponendo dazi proporzionali. Si chiama CBAM, Carbon Border Adjustment Mechanism, detti anche "dazi verdi".
Più che inseguire un'autosufficienza integrale oggi irrealistica sui moduli di base, la concreta possibilità di ritagliarsi uno spazio competitivo per l'Europa risiede piuttosto nei segmenti ad alto valore aggiunto e critici per la sicurezza delle reti, come gli inverter e i sistemi avanzati di gestione digitale, affiancando alla tutela della sicurezza una cooperazione industriale capace di attrarre capitali e tecnologie sul territorio senza bloccare la corsa verso la transizione ecologica.