Come si decide il prezzo dell’energia elettrica

Contenuto editoriale realizzato in collaborazione con European Climate Foundation per il progetto ‘Transizione Energetica".
La materia è complessa, e ce ne stiamo accorgendo con le bollette di questi mesi. Il calcolo del prezzo dell’energia elettrica non è semplice. Varia ogni mese, in base all’utilizzo, in base alle fasce orarie, in base anche a quello che i produttori hanno previsto per il loro settore. Non solo. Varia anche in base alle fonti che vengono utilizzate all’interno di uno specifico mercato. Non tutta l’energia costa uguale. Alcune fonti sono molto dispendiose da gestire, altre sono più economiche. Ne abbiamo parlato con Gianluca Ruggieri, scrittore e ricercatore di Fisica Tecnica Ambientale all’’Università dell’Insubria.
Lei ha parlato spesso di tre meccanismi che regolano il mercato elettrico. Partiamo dal primo.
Certo, il primo è legato all'andamento orario del prezzo dell'elettricità. Se guardiamo le piattaforme che raccolgono i dati sul mercato elettrico, possiamo vedere i prezzi previsti per il giorno successivo, ora per ora. Tra l'ora di pranzo e l'ora di cena – diciamo tra le 13:00 e le 21:00 – la quantità di energia scambiata in borsa è più o meno la stessa. Eppure, a pranzo l'elettricità costa poco più della metà. Questo accade perché nelle ore centrali del giorno entra in rete tutta l'energia prodotta dai pannelli fotovoltaici installati. Chi ha i pannelli sul tetto, a casa o in azienda, consuma la propria energia e non la chiede alla rete. In questo modo riduce la domanda complessiva e contribuisce ad abbassare il prezzo generale.
E il secondo meccanismo?
Riguarda chi invece produce energia e non la consuma sul posto, immettendola in rete. In quel momento, questa energia viene offerta sul mercato a zero euro. Ovviamente verrà poi venduta al prezzo di mercato, ma maggiore è la quantità di energia offerta a zero, meno si deve ricorrere agli impianti a gas, che sono molto più costosi. Di conseguenza, il sistema fa funzionare solo gli impianti che producono a un prezzo più basso, e la media dei costi si abbassa.
Ha accennato a un terzo elemento, che a quanto pare è poco conosciuto anche dalla politica.
Esatto. È una misura che molti politici chiedono senza sapere che in Italia è già legge: lo sganciamento del prezzo delle rinnovabili da quello del gas. Dal 2019 a oggi, i nuovi impianti rinnovabili di grandi dimensioni hanno due possibilità. La prima è andare sul mercato libero: vengono pagati tanto quando l'energia vale tanto, e poco quando vale poco, assumendosi tutti i rischi. La seconda possibilità, invece, è passare attraverso un meccanismo di aste statali.
Come funzionano queste aste?
Lo Stato stabilisce di aver bisogno, per esempio, di 1000 MW di nuova potenza installata. Le grandi aziende partecipano a queste aste, che sono al ribasso. Ognuno dichiara di essere disposto a costruire un impianto e a vendere l'energia a un determinato prezzo. Lo Stato assegna i permessi a chi offre il prezzo più basso. A quel punto, l'elettricità prodotta da quell'impianto verrà pagata esattamente a quella cifra concordata, bloccata per i 15 o 20 anni successivi.
Quindi il prezzo non subisce più le fluttuazioni del mercato.
Sì, nella pratica l'impianto vende comunque l'energia sul mercato, ma con una rete di sicurezza: se il prezzo di mercato scende sotto la cifra concordata con l'asta, lo Stato integra la differenza. Se invece il prezzo di mercato sale oltre quella cifra, è l'azienda a restituire la differenza allo Stato. Dal 2022 in poi le ultime aste di eolico e fotovoltaico sono state assegnate a cifre molto basse (circa 60-70 €/MWh per il fotovoltaico e 70-80 €/MWh per l'eolico). Quando i prezzi dell'energia in Italia sono schizzati a 180 o 250 €/MWh, questi impianti hanno restituito enormi differenze al sistema. È una garanzia per chi investe, perché assicura rientri certi per vent'anni, e al contempo tutela i consumatori dai rincari folli. Semmai il problema è che abbiamo fatto troppi pochi impianti nuovi in questi anni e quindi non maturiamo tutti i benefici che avremmo potuto avere.
Tutto questo però richiede un sistema in grado di gestire l'energia quando il sole non c'è. Certo, forse meglio che dipendere dalle decisioni degli Stati che si gestiscono i combustibili fossili. A che punto siamo con i sistemi di accumulo?
Questo è un punto fondamentale. Per sfruttare al meglio il fotovoltaico dobbiamo continuare a installare batterie, e in realtà siamo messi molto meglio di altri Paesi europei come Spagna e Germania. Su questo Terna, il gestore della rete, ha lavorato molto bene. Faccio un paragone: in Italia abbiamo circa 9-10 GW di potenza nei grandi bacini idroelettrici di pompaggio, opere che abbiamo impiegato un secolo a costruire. Ebbene, oggi siamo già a circa 8 GW di batterie installate, quasi tutte realizzate negli ultimi 3-4 anni. Stiamo correndo molto velocemente. Le batterie ci permettono di immagazzinare l'energia di giorno, quando costa poco, e di usarla la sera, evitando sprechi e stabilizzando la rete.
Qual è tra le rinnovabili la fonte più economica per la produzione di energia? Ricordandoci certo che le fonti rinnovabili sono disponibili in natura: quello che paghiamo è la tecnologia che serve per catturarle e immagazzinarle.
Se parliamo di generazione pura allora è il fotovoltaico: è la fonte più economica per generare energia elettrica mai esistita nella storia dei sistemi energetici mondiali. I grandi impianti garantiscono economie di scala senza precedenti. C'è solo una differenza strutturale rispetto ai fossili: se costruisci una centrale a gas, l'investimento lo ammortizzi pagando il combustibile anno per anno; col fotovoltaico, l'investimento serve tutto e subito all'inizio. Per questo i tassi di interesse alti possono pesare, ma la sua convenienza assoluta resta indiscutibile.
Che differenza c'è, in bolletta, se aumentiamo la produzione da fotovoltaico?
In sintesi, l'impatto c'è ed è già visibile oggi. Se non avessimo le rinnovabili, l'impatto dei rincari sarebbe stato molto più pesante. Per dare un ordine di grandezza: a fronte di un aumento del prezzo del gas del 120%, l'elettricità è aumentata dell'80-90%. Quella differenza è esattamente il ruolo giocato dalle rinnovabili.
Passiamo al nucleare. Si parla molto di piccoli reattori di quarta generazione, tecnologie che però, al momento sono ancora in fase di sperimentazione. Perché stiamo aprendo questo capitolo nel nostro dibattito pubblico?
È una scelta politica molto chiara di chi è al governo. Se devo dare una lettura – pur non essendo un analista politico – direi che il nucleare funziona un po' come il Ponte sullo Stretto. Progetti così giganteschi coinvolgono poche, enormi aziende nella filiera della progettazione e della gestione. Penso a grandi aziende energetiche e grandi gruppi nel campo delle costruzioni civili. Anche se nessuno di loro è oggi in grado di costruire un reattore nucleare, questi grandi player hanno molta facilità a trovare udienza nei ministeri.
Mentre il settore delle rinnovabili è più frammentato.
In Italia abbiamo un centinaio di aziende che producono pompe di calore, e migliaia che si occupano di fotovoltaico ed efficienza energetica. Se il governo, o l'opposizione, avessero davvero a cuore la transizione, punterebbero massicciamente sulle pompe di calore per sostituire le vecchie caldaie: le produciamo in Italia, riducono le emissioni ed elettrificano i consumi. Ma non lo fanno. Il potere contrattuale, inteso come capacità di lobbying, di mille piccole aziende non è paragonabile a quello di pochi colossi che gestiscono appalti da miliardi di euro. È molto più facile fare una riunione con quattro persone e mettere d'accordo una filiera intera, piuttosto che dialogare con migliaia di soggetti.
Analizzando il mercato dell’energia elettrica, cosa succede se arriva il nucleare?
Puntare sul nucleare significa di fatto abbandonare il mercato elettrico libero per affidarsi a una pianificazione statale massiccia, probabilmente su scala europea. È ignorare del tutto le regole del mercato. Ed è un paradosso vedere forze politiche che si dichiarano ultra-liberiste sostenere il nucleare. Nel settore energetico, o sei liberista o sei nuclearista: le due cose, semplicemente, non sono compatibili.