Il fotovoltaico, accoppiato alle batterie, sarà il dominatore assoluto della produzione elettrica

Da sei mesi lo stretto di Hormuz è praticamente bloccato: è un problema che sta portando all’aumento dei prezzi nei Paesi che hanno un alta dipendenza dal fossile, come l’Italia. Nicola Armaroli è un chimico e dirigente di ricerca al CNR. Si occupa da anni di energia, soprattutto di rinnovabili. Con lui abbiamo provato a capire come possiamo uscirne.
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Intervista a Nicola Armaroli
Chimico e dirigente di ricerca al CNR
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Questo è un contenuto editoriale realizzato in collaborazione con European Climate Foundation per il progetto ‘Transizione Energetica".

Sono passati più di sei mesi dal blocco dello Stretto di Hormuz. Sei mesi in cui il prezzo dei carburanti è aumentato, così come quello dei prodotti che si muovono via nave. Sei mesi in cui l’Italia ha capito qual è il costo di avere un mix energetico ancora sbilanciato sui combustibili fossili. Abbiamo affrontato il prezzo di questa dipendenza in questo approfondimento Quanto ci è costato il blocco dello Stretto di Hormuz: in Italia abbiamo bruciati quasi 12 mld di euro. Ora ne abbiamo parlato con Nicola Armaroli, chimico e dirigente di ricerca al CNR.

Su una scala da 1 a 10, a che punto è l'Italia nel percorso di transizione energetica?
In generale, non possiamo darci più di quattro. Siamo ampiamente sotto la sufficienza e molto indietro rispetto all'Europa del Nord, ma anche rispetto ad alcuni Paesi dell'Est europeo, specialmente per quanto riguarda l'elettrificazione e l'efficienza dei trasporti.

Parliamo proprio di mobilità su strada. Fino a pochi anni fa sembrava imminente un passaggio di massa all'auto elettrica poi sembra che il processo si sia frenato. Cosa è successo?
In realtà, con l'aumento dei costi di gasolio e benzina degli ultimi mesi, le vendite stanno accelerando di nuovo. Quello che era cambiato, rallentando il mercato, era il "racconto" mediatico: si è diffusa l'idea che l'auto elettrica fosse una fregatura. I numeri parlano chiaro: in Italia le vendite sul nuovo superano a stento il 5%, mentre in Paesi come Francia e Germania, per non parlare di Olanda o Norvegia, andiamo dal 20% fino quasi al 100%.

Da cosa nasce questa resistenza?
C'è stata una battaglia ideologica ridicola contro l'auto elettrica, portata avanti per difendere una presunta industria nazionale che, di fatto, produce ormai meno auto del Portogallo ed è in gran parte delocalizzata o venduta. Si è diffusa una narrazione arretrata basata su falsità: che l'auto elettrica inquinasse di più, consumasse di più e costasse di più. Numeri alla mano, sono tutte bugie.

Le auto elettriche hanno un costo iniziale più alto di quelle con motore termico. In Italia gli stipendi sono bloccati e il potere d’acquisto sta calando, può essere anche questa una lettura?
Questo ragionamento ormai non regge più. Nel segmento di lusso, un'elettrica costa già nettamente meno di un'equivalente a combustione (basti pensare alla differenza tra Tesla e Audi). Nel segmento medio i prezzi si stanno parificando. Sulle utilitarie c'è ancora un leggero divario, ma l’ingresso in massa dei marchi cinesi sta cambiando le carte.  Ci sono modelli anche europei come la Dacia Spring, che costano meno di 20.000 euro. Il divario sul prezzo d'acquisto è sempre più risicato. Oggi percorrere gli stessi chilometri con un'auto a benzina costa quattro volte di più rispetto a ricaricare un'elettrica a casa. Anche con la ricarica da colonnina siamo al 40-50% in meno.

E per quanto riguarda i costi di manutenzione?
Il vantaggio è enorme. Oltre al fatto che un "pieno" di benzina costa quattro volte più di una ricarica casalinga, l'auto elettrica abbatte i costi di manutenzione. Io ne possiedo una da otto anni e non ho mai dovuto fare interventi, perché mancano tutte le componenti soggette a usura (es. frizione, trasmissione, pompe). Il costo totale di possesso è nettamente a favore dell'elettrico.

Passiamo alle fonti energetiche. Negli ultimi tempi siamo tornati a parlare di nucleare. Può essere una strada da seguire per la transizione?
Il nucleare ha bassissime emissioni ed è ottimo per decarbonizzare, ma è una soluzione sensata per Paesi come la Francia, che hanno già una filiera e impianti ammortizzati da decenni. Per l'Italia significherebbe ripartire da zero con una tecnologia che oggi è molto più costosa delle rinnovabili. Servirebbero grandi investimenti enormi e sussidi statali pesanti per renderlo competitivo sul mercato.

Quali sarebbero le tempistiche reali per avere un sistema nucleare operativo nel nostro Paese?
Un nuovo impianto inizierebbe a funzionare come minimo tra 15 anni. Ma in quel lasso di tempo il sistema elettrico sarà inevitabilmente cambiato e dominato all'80% dalle rinnovabili. Un impianto nucleare, visti gli enormi costi di investimento iniziale, per stare in piedi economicamente deve funzionare a pieno regime quasi tutto l'anno, non può essere acceso solo nei mesi invernali per compensare eventuali cali fisiologici di solare ed eolico. A mio parere personale, per l'Italia non è la soluzione ottimale né sul piano tecnico né su quello economico.

Guardando alle rinnovabili, qual è la tecnologia più efficiente e adatta? Anche pensando a come è fatto il nostro Paese alle fonti rinnovabili su cui può puntare.
Su questo c'è un consenso unanime da parte di analisti e scienziati: il fotovoltaico, accoppiato ai sistemi di accumulo (le batterie), sarà il dominatore assoluto della produzione elettrica. È la tecnologia meno costosa e più semplice da installare, e infatti è sempre più utilizzata sia nei Paesi ricchi che in quelli in via di sviluppo. Per farle un esempio: io abito in Pianura Padana e, con pannelli e batterie, ho reso la mia casa autonoma all’85% nel corso dell'anno e produco gratis oltre la metà dell'energia necessaria anche per caricare la mia auto

L'autonomia domestica funziona benissimo per una villetta indipendente. Ma come applichiamo il fotovoltaico in città ad alta densità, dove la maggioranza delle persone vive in grandi condomini?
Per elettrificare le aree urbane ad alta densità abitativa il fotovoltaico non sarà la tecnologia dominante: servirà un mix energetico basato anche su eolico, idroelettrico e biomasse. Tuttavia, il fotovoltaico non va limitato ai soli tetti residenziali. Possiamo sfruttare un’enormità di tetti di capannoni commerciali e industriali nelle periferie. Ci sono imprese italiane oggi che riescono a restare aperte e competitive solo perché hanno installato i pannelli per l’autoproduzione e abbattuto i costi in bolletta.

C'è però molta resistenza sull'installazione dei pannelli a terra, specie per timori legati al consumo di suolo e alla tutela del paesaggio.
È una resistenza pretestuosa. Abbiamo accettato per anni enormi monocolture di biocombustibili senza battere ciglio. La realtà è che per il fotovoltaico a terra stiamo parlando di superfici irrisorie: oggi l'Italia produce circa il 5% della propria elettricità solare occupando appena meno di 200 km quadrati di terreno, ovvero lo 0,07% del territorio nazionale. Parliamo di frazioni minuscole di suolo per ottenere vantaggi energetici enormi, in termini di maggiore indipendenza e minori costi.

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