Quanto ci è costato il blocco dello Stretto di Hormuz: in Italia abbiamo bruciati quasi 12 mld di euro

Dallo Stretto di Hormuz passava circa il 20% di tutto il petrolio che circola nel mondo. Il suo blocco è stato un duro colpo per l’economia che basano il loro mix energetico sulle fonti fossili, a partire dall’Italia. Un nuovo report mostra quanto ci è costato il blocco dello Stretto di Hormuz negli ultimi sei mesi.
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È uno stallo. Forse la sintesi migliori è quella scelta da Eugene Gholz, professore di scienze politiche all’Università di Notre Dame. Queste le sue parole al New York Times: “Lo stretto non è completamente chiuso né completamente aperto. L’Iran non può chiuderlo completamente e gli Stati Uniti non possono aprirlo completamente”. Il blocco dello Stretto di Hormuz è attivo da sei mesi, da quando il 28 febbraio scorso un attacco coordinato tra Israele e Iran ha dato il via alla guerra in Iran. I primi passaggi sono stati molto veloci. I bombardamenti dell’operazione Epic Fury, la morte della Guida Suprema Ali Khamenei e poi le dichiarazioni di Donald Trump rivolte a chi negli ultimi anni è sceso in piazza per contestare il regime degli ayatollah. Nei piani, almeno in quelli dichiarati, si doveva chiudere tutto nel giro di pochi giorni. Sei mesi dopo siamo ancora qui a fare i conti.

L’ultimo dato arriva da un rapporto diffuso dalla CNA, la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola Impresa. Secondo questo report nei primi sei mesi di blocco dello Stretto di Hormuz il conto energetico per l’Italia è stato di quasi 12 miliardi di euro. Nello specifico 11,8 miliardi di euro. Un dato a cui i ricercatori sono arrivati mettendo insieme gli effetti dell’aumento dei prezzi sia per le famiglie che per le imprese. La maggior parte di questo costo energetico è legata alla mobilità: negli ultimi sei mesi i costi aggiuntivi del carburante, quindi benzina e gasolio, sono arrivati a 5,8 miliardi di euro.

I dati sul blocco di Hormuz: da qui oltre il 20% del petrolio

Prima di analizzare meglio questi dati, facciamo un passo indietro. Come si collega uno stretto a quasi 5.000 km di distanza con l’aumento del prezzo della benzina al distributore? Uno dei grafici migliori che mostrano il solo dello stretto di Hormuz è quello che registra il passaggio giornaliero delle navi. Qui transitavano le navi che si muovono dal Golfo Persico all’Oceano Indiano, è il punto che collega alcuni dei maggiori produttori di petrolio con il resto del mondo. I grafici che descrivono gli effetti del blocco rendono meglio l’idea. Ve ne lasciamo uno qui sotto. Nella prima parte trovate il numero delle navi che attraversavano lo stretto ogni giorno prima del blocco. Parliamo di medie tra i 60-70 navi, con picchi superiori a 120. La quota maggiore era occupata dalle petroliere. Dal 1° marzo, giorno effettivo del blocco, è cominciato il blocco. Il numero delle navi che riescono ad attraversare lo stretto si riduce a poche unità. A volte praticamente si azzera. I dati sono stati elaborati dal portale Portwatch. Da Hormuz passava il 20% del petrolio che viene spostato in tutto il mondo, oltre che il 20% del gas naturale.

FANPAGE.IT | Gli effetti del blocco dello Stretto di Hormuz sul traffico navale
FANPAGE.IT | Gli effetti del blocco dello Stretto di Hormuz sul traffico navale

Cosa dice il blocco di Hormuz sulla nostra energia

Il blocco ha portato a tutti i meccanismi di mercato che conosciamo. Quando c’è scarsità di materia prima, il costo del prodotto lavorato aumenta. Pensate quello che sta succedendo con le memorie dei computer. Da quando vengono usate per l’intelligenza artificiale il costo dei dispositivi sta continuando a crescere. L’effetto lo vediamo subito sul carburante: benzina e diesel attorno ai 2 euro al litro. E lo vediamo in un secondo momento su tanti altri beni: se i costi per spostare la merce aumentano, si alzano anche quelli della merce stessa. Ma al netto degli effetti diretti, Hormuz ci aiuta anche a capire meglio i problemi di quello che viene definito Mix Energetico, o Fuel Mix. Con questa formula si intende l’insieme delle fonti di energia primarie utilizzate dai consumatori. Un insieme quindi che tiene conto di diverse fonti, sia rinnovabili che fossili. Il motivo per cui in sei mesi i rincari in Italia per il blocco di Hormuz sono arrivati a 12 miliardi di euro sono legati al fatto che il nostro mix è molto sbilanciato proprio verso il fossile: petrolio e gas naturale.

Prendiamo i dati IEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia. Il parametro che è stato sviluppato da IEA per analizzare il Mix Energetico di un Paese è il TES, Totale Energy Supply. Questo valore identifica “tutta l'energia prodotta o importata in un paese, al netto di quella esportata o immagazzinata”. È un valore abbastanza completo perché tiene insieme sia le fonti che vengono usate direttamente dagli utenti finali (ad esempio il gas) che quelle utilizzate per produrre energia elettrica. In Italia nel 2024 non lo sbilanciamento del Mix Energetico è molto chiaro. Secondo i dati di IEA la quota maggiore di energia usata in Italia arriva dal gas naturale. Parliamo di un valore poco inferiore al 40%, nello specifico 39,8%. Segue a poca distanza Petrolio e Derivati, fermi al 35,6%. Facendo un calcolo semplice nel nostro Mix Energetico la percentuale di fonti fossili arriva tranquillamente al 75,4%. Precisamente i due terzi del totale. L’ultimo terzo è diviso invece in Spercentuali varie tra le fonti rinnovabili. Abbiamo un 3,6% di idroelettrico, un 11,2% di biocarburante e rifiuti, poco più dell’8% di energia solare. Un’altra piccola percentuale arriva dal carbone: meno del 2%.

Certo, nel corso degli anni la quantità di energia fossile consumata in Italia è diminuita ma come stiamo vedendo dall’aumento dei prezzi, questa decrescita non sta avendo abbastanza in fretta. Nel 2000 l’Italia consumava 3.636.367 TeraJoule di gas naturale, ora 1.895.412. Sempre nel 2000 consumava 2.425.843 TeraJoule di petrolio e derivati, ora arriva a 2.111.834. Sempre dati IEA. Eppure la domanda è sempre alta: solo a luglio in Italia sono state necessarie 900.000 tonnellate di benzina. Spiega CNA che è il dato più alto degli ultimi 16 anni, il 3,1% in più del 2025. E questo senza contare l’aumento dei consumi dell’energia elettrica.

Alla fine il conto è servito: 12 miliardi di euro in sei mesi che pesano sui bilanci di imprese e famiglie. Una dipendenza così stretta dalle fonti fossili ha due problemi. Uno geopolitico: i Paesi che conservano grandi giacimenti di olio e gas non coincidono esattamente con quelli in cima alla classifica per la tutela dei diritti umani. Uno economico: più un Paese dipende dal fossile, più la sua economia è a rischio quando si verificano crisi come quella a cui stiamo assistendo.

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