Slowjamastan, la micronazione in California che vieta Crocs, email e musica rap

Ci sono luoghi nel mondo che sembrano inventati, più che scoperti. Territori che esistono per ragioni assurde, poetiche o profondamente politiche, in alcuni casi addirittura comiche. E poi ce n’è uno che, pur trovandosi negli Stati Uniti, riesce probabilmente a superarli tutti. Si chiama Slowjamastan, si autodefinisce una nazione sovrana e, almeno sulla carta, ha tutto ciò che serve per esserlo: un leader, una bandiera, una valuta e perfino dei cittadini. Solo che è anche qualcosa di completamente diverso, a metà tra provocazione, performance comica e sogno.

La micronazione nata nel mezzo del deserto
Slowjamastan, ufficialmente definito come United Territories of the Sovereign Nation of the People’s Republic of Slowjamastan, è una micronazione situata nella contea imperiale della California meridionale, lungo la State Route 78, non lontano dal Salton Sea. È nata il 1 dicembre 2021 per iniziativa di Randy "R Dub!" Williams, un dj radiofonico statunitense che, dopo aver visitato tutti i paesi del mondo, ha deciso di crearne uno tutto suo. Il territorio è minuscolo, poco più di quattro ettari di deserto, senza vere infrastrutture permanenti.

Eppure presenta tutti i simboli della sovranità: un posto di frontiera, una capitale dal nome improbabile, Dublândia, e un capo di Stato che si fa chiamare Sultano. Slowjamastan appartiene alla categoria delle cosiddette micronazioni, entità che imitano gli stati sovrani senza essere riconosciute dal diritto internazionale. Ma, come spesso accade in questi casi, la mancanza di riconoscimento non impedisce di costruire un immaginario politico completo, anzi. È proprio lì che il progetto prende forma, tra ironia e comunque precisione.

Cittadini, leggi e vita quotidiana a Slowjamastan
Diventare cittadini di Slowjamastan è sorprendentemente semplice. Basta fare domanda online, superare un test e compilare qualche documento. La cittadinanza è gratuita e, almeno simbolicamente, accessibile a chiunque. Ad oggi, il paese conta decine di migliaia di cittadini provenienti da oltre 100 paesi nel mondo, anche se il territorio non è realmente abitato da nessuno di loro. La vita all’interno della micronazione è più concettuale che concreta, ma non per questo priva di regole. Le leggi sono costruite attorno alle piccole irritazioni quotidiane del fondatore: vietate le scarpe Crocs, il genere musicale del mumble rap, o comportamenti considerati fastidiosi come occupare inutilmente la corsia di sorpasso. C’è una valuta ufficiale, il duble, un parlamento virtuale e persino la possibilità di ottenere incarichi politici o diplomatici. Sono ormai molti i turisti che, dopo aver ottenuto il passaporto, si fanno una foto davanti al cartello d’ingresso alla micronazione di Slowjamastan. Il tutto accompagnato da un tono volutamente ironico che oscilla tra satira e gioco, ma che riesce comunque a emulare con precisione le dinamiche di uno Stato reale.

Una risposta alla disillusione politica
Ridurre Slowjamastan a una semplice eccentricità sarebbe però limitante. Il suo successo, sia mediatico che simbolico, si inserisce in un contesto più ampio, segnato da una crescente disillusione nei confronti della politica, negli Stati Uniti come altrove. In un’epoca in cui molti cittadini percepiscono i governi come distanti, opachi o mossi da interessi economici e geopolitici, guerre, petrolio, potere sono ormai all’ordine del giorno, l’idea di una nazione alternativa, anche fittizia, assume un valore diverso. Diventa uno spazio di proiezione, una forma di critica travestita da gioco. Slowjamastan non promette davvero una via di fuga, ma mette in scena una domanda implicita: cosa rende uno Stato legittimo? I confini, il riconoscimento internazionale o la volontà di chi vi partecipa? Nel suo deserto californiano, tra cartelli di frontiera e leggi surreali, questa micronazione costruisce una risposta ironica ma comunque lucida.