Gaia da 12 anni in Kenya: “Ero sposata con un Masai, mia figlia è cresciuta nella savana: una vita diversa è possibile”

Quando hai la strada in qualche modo segnata è difficile pensare che qualcosa di differente possa esistere, è difficile anche solo immaginarla, una vita "diversa". E infatti quando Gaia, figlia di un avvocato, ha deciso di non proseguire con gli studi in Giurisprudenza e volare a 18 anni dall'altra parte del mondo, a qualcuno poteva sembrare una follia. Non a sua madre, che ha sempre compreso e sostenuto il suo bisogno di viaggiare, di scoprire, di trovare risposte. Alla fine Gaia le ha trovate in Kenya, il Paese in cui vive stabilmente dal 2018, dove si sente a casa. A Fanpage.it ha spiegato le ragioni di questa scelta, i pro e i contro di questa vita sicuramente diversa da quella che all'inizio suo padre aveva immaginato per lei, ma l'unica possibile per essere felice.
La tua vita oggi è in Kenya, ti sei stabilita lì da diversi anni. Cosa ti ha spinto laggiù?
Io sono nata in Colombia e poi sono stata adottata quasi subito, a circa due mesi e sono arrivata a Genova. Fin fin da quando ero piccola ho sempre avuto un po' questo trauma dell'abbandono. Voglio sottolineare che non è così per tutti, questa è la mia esperienza. Ogni bambino, ogni individuo è un mondo a sé: questo è il mio vissuto, non vorrei spaventare nessuno. I miei genitori sono persone fantastiche, però la ferita dell'abbandono mi ha portato una sorta di irrequietezza, mi ha portato a farmi sempre molte domande: chi sono, chi sarei potuta essere. Genova a un certo punto mi stava stretta.
Come mai proprio il Kenya?
Mio papà è avvocato e professore universitario, lavorava in uno studio importante a Genova: la strada era potenzialmente segnata. E invece dopo il liceo ho deciso di prendere un anno sabbatico e sono volata da sola a 18 anni in Australia, contro il parere di mio papà. Da avvocato mi diceva: ma cosa fai, ma dove vai, ma che senso ha, non perdere tempo, devi studiare. Ero invece supportata molto da mia mamma. Sono partita con l'obiettivo di non rientrare più in Italia e studiare all'estero. Mi sono iscritta all'università in Inghilterra, un corso di Press and Editorial Photography: è sostanzialmente fotogiornalismo. Al secondo anno, volendo fare la reporter di guerra, ho mandato varie richieste per fare un'esperienza fuori: Nepal, India, Kenya. Alla fine hanno accettato la domanda in Kenya. Era il 2014.

Quello che doveva essere soltanto uno stage, diventa invece uno stile di vita, una vita nuova…
Qualche mese dopo il mio arrivo ho conosciuto quello che è diventato mio marito, oggi ex marito e papà di mia figlia. Io stavo a Nairobi, poi sono stata un paio di settimane al confine con la Tanzania, in questa zona molto rurale, molto isolata, in cui ho portato avanti altri progetti documentaristici universitari. È stata in quell'occasione che l'ho incontrato. Ancora mi dovevo laureare, poi sono passati diversi anni in cui facevo avanti e indietro tra Inghilterra e Kenya. Nel 2018 ci siamo sposati e mi sono sono trasferita definitivamente.
Penso che tra andare in vacanza in Kenya, lavorare in Kenya e trasferirsi a vivere tra i Masai siano cose ben diverse! Come hai gestito lo shock culturale?
Io amo questo Paese: ci vivo, ho partorito mia figlia qui, l'ho fatta crescere nella savana, siamo molto molto radicate, è un Paese che ha tantissimi lati positivi. Ho sempre avuto problemi a radicarmi in un posto solo, dopo un po' sento il bisogno di andarmene, qui non è successo. Soprattutto da quando ho mia figlia, perché ovviamente con un bambino non è che puoi partire e andare! Devo dirti la verità: alla lunga, sul lungo termine ci sono differenze culturali, sociali che ti sfiancano. Per esempio qui c'è un altissimo livello di corruzione, alla luce del sole.
Come sei stata accolta nella comunità Masai?
Quella è stata casa mia per 8 anni. Mi sono presentata alla comunità non come la ragazzina che va lì a vedere il villaggio Masai, ma come una studentessa universitaria che voleva conoscere le loro tradizioni, il loro modo di vivere, la loro cultura, vivere con loro e documentare fotograficamente questa loro vita. È come se questo avesse dato un'impronta molto diversa, perché io ero interessata a loro, cioè io volevo conoscere loro, non c'è mai stato un dislivello tra di noi. Con umiltà ho chiesto il permesso di passare del tempo con loro per poter capire meglio la loro cultura. Poi io parlo swahili perfettamente e anche mia figlia: mi sono adeguata linguisticamente. Questo mi mette sempre su un livello diverso rispetto a una normale altra persona europea, perché il rapporto che crei attraverso la lingua è molto diverso. Ci sono tante persone bianche che vivono qui anche da 20 anni e non sanno una parola. Pensa al contrario, pensa a un uomo africano che vive in Italia da 20 anni e non sa una parola di italiano…

Come hai conosciuto quello che poi è diventato tuo marito?
Io e il mio ex-marito ci siamo conosciuti nella savana. Io ero nel boma di un suo compagno guerriero e stavo facendo le fotografie a sua moglie. Questo guerriero è arrivato e a quanto pare la moglie non lo aveva avvisato che io sarei stata lì. Io al tempo dovevo usare un interprete, perché parlavo solo inglese. Insomma c'è stato questo piccolo fraintendimento. Ho scoperto che i guerrieri devono sempre camminare in coppia, quindi poco dopo è arrivato lui per discutere della situazione. Per dimostrare che ero una persona di cui si potevano fidare e che queste fotografie erano fatte con buone intenzioni, lui si fece fotografare da me. Poi ci rincontrammo una settimana dopo, da lì nacque un'amicizia e poi andammo avanti.
Come vi siete sposati?
Non abbiamo mai fatto il matrimonio tradizionale, perché io sono rimasta incinta quasi subito. Ci siamo sposati a Nairobi con un matrimonio civile. Poi c'è stata una cerimonia a casa per festeggiare insieme alla comunità. C'erano i miei genitori e mio fratello e poi c'era parte della sua famiglia, però ovviamente la comunità doveva partecipare.
Qualcuno ha dovuto "approvare" in tuo ingresso in famiglia?
No, assolutamente. Nella famiglia del mio ex-marito le cose funzionavano un po' diversamente, perché mio suocero è morto quando lui era molto piccolo. Quindi mancava la figura paterna del capo-famiglia, c'era solo la mia ex-suocera. Quindi non lo so se magari in altre famiglie avrebbe funzionato in maniera diversa.

È previsto anche il divorzio nella comunità Masai?
La maggior parte delle coppie Masai sono sposate attraverso il matrimonio tradizionale: quello non ha una valenza legale, per cui non ha bisogno del divorzio. Esiste comunque un concetto di separazione e alla moglie può essere concesso di lasciare il boma del marito. Ci sono delle situazioni in cui accade, magari dove ci sono delle violenze domestiche. C'è stato un caso all'interno della nostra famiglia, la moglie del fratello del mio ex marito se n'è andata, però i figli in quel caso devono rimanere con il papà. Nella cultura Masai i figli appartengono al padre non alla madre. Noi abbiamo potuto sciogliere il matrimonio perché comunque io non sono Masai. Io ho sempre cercato di mantenere la mia identità, pur abbracciando la loro cultura pressoché in toto. Non sono nata qua, non appartengo a questo posto. Ed è stato importante per me fare questo, perché mi ha permesso di vivere in equilibrio in un posto così differente, rimanendo sempre me stessa. Ho sempre avuto molto chiaro chi sono.
C'è qualcosa dello stile di vita Masai con cui ti sei scontrata particolarmente, qualcosa che hai avuto difficoltà a capire?
Ho avuto difficoltà a volte ad accettare alcuni ruoli. Io non sono la salvatrice di nessuno, però se succedevano delle cose all'interno della famiglia cercavo di portare un punto di vista differente. Ora ti faccio un esempio pratico. Uno dei fratelli del mio ex marito voleva dare in sposa sua figlia a 15 anni. Gli dissi apertamente che ero contraria, aveva bisogno di crescere ancora, di andare a scuola. Gli proposi di aspettare qualche anno in cui l'avrei ospitata in casa mia e fatta lavorare, riconoscendole una cifra a fine mese per renderla indipendente. Si rifiutò.
Tu dopo il divorzio vivi con tua figlia…
È bellissimo avere una bambina che raccolga in sé più più origini, più culture, più lingue. La invidio a volte, è un'invidia genuina chiaramente, ma sono molto fiera di lei, della persona che è, della ricchezza che ha. Ha 6 anni e parla perfettamente 3 lingue: inglese, swahili e italiano.

Quanto costa la vita in Kenya per una madre con una bambina?
Io guadagno in euro lavorando soprattutto con l'Europa, quindi ho il cambio a mio favore. Sicuramente mi posso permettere un tenore di vita molto superiore rispetto a quello che avrei a Genova. Non riuscirei a permettermi di fare questo stile di vita in Italia con questo stesso stipendio. Nare va in una scuola internazionale: a Genova sarebbe inavvicinabile una scuola del genere. Qui poi c'è un divario enorme: il ceto povero ha un reddito disumano e poi ci sono i ricchi. Solo negli ultimi anni si sta formando un ceto di mezzo con uno stile di vita gradevole. Fino a 15 anni fa o eri poverissimo o ricchissimo.
La maternità ti ha fatto fare un po' pace con la tua ferita dell'abbandono?
Adesso sono figlia adottiva e mamma biologica, questo è come se avesse un po' pareggiato i conti. Ha curato delle ferite, nel senso che comunque per tutta la vita io mi sono chiesta che cosa volesse dire avere un un legame di sangue.
Come gestite, sia tu che la tua famiglia in Italia, la distanza?
Siamo molto abituati: sono andata via a 18 anni per l'Australia, alla fine sono 14 anni che vivo fuori, quindi in parte ci si abitua. Poi noi abbiamo un legame fortissimo, sento mia mamma sempre ogni giorno, anche mio papà è molto orgoglioso di me. Fa male la distanza soprattutto da quando sono diventata mamma, mia figlia è legatissima ai nonni. Torniamo una volta all'anno d'estate quando finisce la scuola, mentre i miei genitori vengono a Natale.

Nella decisione di un eventuale ritorno in Italia, pesa il fattore razzismo?
Sì, assolutamente. Non è un fattore determinante, perché ovviamente se io volessi tornare in Italia ci tornerei a prescindere, però è una cosa che conosco, ho vissuto sulla mia pelle il fatto di essere diversa. Poi certo, erano sicuramente anni diversi quando andavo io alle elementari, alle medie. Pur essendo italiana, con un nome e un cognome italiani, la mia fisicità "diversa" diventava il biglietto da visita. E venendo una volta all'anno in Italia lo vedo su Nare, mia figlia. Ormai ci rido, perché quando fai un lavoro su te stesso di consapevolezza, di accettazione è così. Però sono cose che fanno anche pensare. Un giorno eravamo in aeroporto a Genova con i miei genitori, passa questa signora, guarda me e mia figlia (che per fortuna era piccola, quindi non capiva) e dice: "Che bella questa razza".
Tua padre faceva fatica a trovare lo scopo del tuo peregrinare! Ad oggi lo hai trovato?
Credo che la mia missione sia dimostrare che è possibile prendere delle scelte diverse, vivere in un modo differente. In inglese si dice "Think out of the box" no? Spesso pensiamo che ci sia un sentiero che dobbiamo seguire: studi, ti laurei, lavori, ti sposi, fai i figli. Invece puoi desiderare qualcosa di diverso, è possibile avere una vita diversa. Poi io sono andata all'estremo, certo, ma è importante sentirsi liberi di vivere una vita che ci faccia stare bene. Poi quale sia quella vita, in città a campagna, in America o Australia, non importa. L'importante però è essere liberi di vivere una vita che davvero ci renda felici, perché è l'unica che abbiamo.