L’artista che dà una seconda vita agli alberi morti, vi racconto come nascono le mie sculture di legno

L’arte ha da sempre il potere di trasformare il mondo che ci circonda, di fermare lo sguardo e farci riflettere su ciò che spesso diamo per scontato. Oggi, sempre più artisti cercano non solo di creare bellezza, ma anche di rispettare l’ambiente, fondendo estetica e sostenibilità in modi sorprendenti. È in questo spazio che si colloca Simon O’Rourke, scultore inglese che lavora il legno con maestria e rispetto, trasformando tronchi di alberi abbandonati in figure che dialogano con il paesaggio e raccontano storie che sembrano già appartenere al luogo in cui nascono.

Simon, come descriveresti la tua arte?
La mia arte è come un gioco di luci e ombre. È una forma di scultura sottrattiva: tolgo strati di materiale per far emergere la forma nascosta all’interno del legno.
Come è iniziato il tuo percorso nella scultura di alberi e cosa ti ha attratto di questa forma d’arte?
Mi sono laureato in Illustrazione, specializzandomi in libri per bambini. Dopo l’università avevo bisogno di lavoro e ho iniziato a collaborare con un amico arboricoltore. Mi sono appassionato subito a questo mestiere, ottenendo tutte le certificazioni per l’uso della motosega e imparando ad arrampicarmi sugli alberi. Nel 2001, vedendo per la prima volta qualcuno scolpire un tronco con una motosega, ho provato un vero lampo d’ispirazione.

Quando lavori su un tronco d’albero, come nasce l’idea della forma finale?
Quando ho a che fare con un tronco esistente, studio attentamente la sua forma e progetto la scultura partendo da quella. La prima impressione è fondamentale e si percepisce soprattutto dalla silhouette. Cerco di dare al lavoro una sagoma d’impatto per catturare l’attenzione, così chi osserva può avvicinarsi e apprezzarne i dettagli. Se invece il progetto nasce prima, devo trovare un tronco che si adatti alla mia idea.
Qual è il rapporto tra natura, materiale e immaginazione nel tuo processo creativo?
Il legno è un materiale imprevedibile che amo profondamente. Ci sono tanti fattori che influenzano la sua crescita, e questo crea una vera e propria tela naturale. Posso partire da un’idea iniziale, ma spesso la venatura che emerge durante il lavoro mi ispira a far evolvere il progetto.

Il tuo lavoro Giant Hand of Vyrnwy è diventato iconico. Che significato personale ha per te?
La mano gigante di Vyrnwy è stata un’opera speciale: la mia prima grande commissione pubblica, su cui ho riflettuto molto per definirne il concetto. Ho amato ogni fase del processo creativo e trovo interessante che, anche dopo anni, continui a ispirare le persone. Per me rappresenta il legame tra le mani e la natura, un filo che percorre tutta la mia arte.
Come ti senti quando lavori su un albero con una lunga storia alle spalle?
Mi sento sempre umile. C’è un po’ di tristezza nel pensare che l’albero abbia concluso il suo ciclo vitale e che qualcosa di più antico di ogni essere umano abbia interrotto la sua crescita naturale. Allo stesso tempo, provo un senso di onore nel poter aggiungere un capitolo alla sua storia. Il lavoro è anche emozionante: scoprire gli anelli di crescita che raccontano gli anni trascorsi e osservare come l’ambiente abbia influenzato lo sviluppo dell’albero è un’esperienza unica.

Qual è la parte più difficile o imprevedibile del lavorare con motosega e legno vivo?
Leggere la venatura di un albero non è una scienza esatta. Posso farmi un’idea osservando la corteccia, ma ci sono sempre sorprese: qualche punto può essere marcio o la venatura può cambiare direzione, trasformando quello che sembrava un buon posto per scolpire dita aperte in un punto perfetto per una mano chiusa.
Quanto sono importanti sostenibilità e recupero del materiale nella tua pratica artistica?
Non scolpisco mai alberi vivi, a meno che non sia sicuro che continueranno a vivere senza rischi. Utilizzo legno da arboricoltori che hanno rimosso alberi per buone ragioni o tronchi già rimossi che si prestano a diventare sculture. Ogni anno contribuisco a programmi di riforestazione, piantando più alberi di quanti ne scolpisca, perché è importante per me compensare la mia impronta di carbonio. Creando opere in legno, il carbonio resta immagazzinato fino a quando il legno non marcirà: una pausa preziosa rispetto al bruciarlo subito come legna.

C’è un’opera a cui ti senti particolarmente legato e perché?
Spesso, dopo aver completato una scultura, non sento il bisogno di rivederla: il processo creativo è più importante del risultato finale. Dopo ogni progetto provo un senso di vuoto, che chiamo "post project blues" (tristezza post progetto). Con opere come la Giant Hand, però, sento più un legame con le persone che ispira che con l’opera stessa.
Che consiglio daresti a un giovane artista che vuole avvicinarsi alla scultura su alberi?
È fondamentale basare il proprio lavoro sul soggetto originale, non sull’arte altrui. Dal punto di vista pratico, le motoseghe sono strumenti pericolosi: è essenziale indossare l’equipaggiamento di sicurezza corretto e seguire una formazione adeguata.