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Procrastinare: non si tratta di pigrizia ma di un (corto) circuito del nostro cervello

Se vi sentite in colpa perché avete rinviato per l’ennesima volta un compito da fare, sappiate che esiste un meccanismo biologico che governa la nobile arte della procrastinazione. Uno studio sui macachi spiega perché perdiamo la motivazione.
A cura di Francesca Parlato
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Ancora una volta avete rimandato l'appuntamento dal dentista. Anche oggi avete pensato ‘Il bucato lo farò domani". E la consegna di quel progetto? Può attendere. Vi perdete nella pulizia della mail, nello sfogliare compulsivamente il catalogo di Temu ipnotizzati dalla quantità di oggetti inutili in vendita, come un uccellino di plastica sottile per pulire gli angoli più remoti della cucina, chiedendovi se può servirvi davvero, ma in fondo per 80 centesimi quanto c'è da pensare. Oppure semplicemente piuttosto che mettervi al computer a scrivere il prossimo pezzo, spolliciate freneticamente Instagram o TikTok, consumando in maniera distratta una quantità ridicola di contenuti dal dubbio interesse. Procrastinare è un'arte. Trovare alternative pur di rinviare il dovere è un'abilità da procrastinatori seriali. Ma se non fosse solo pigrizia o indolenza? Se la procrastinazione avesse un'origine scientifica?

Perché procrastiniamo: come si comporta il nostro cervello

Come sempre c'è uno studio a supporto di un comportamento che apparentemente nessuno avrebbe pensato di indagare: ovvero perché rimandiamo il dovere? Perché rinviamo lo svolgimento di compiti semplici che in mezzora potremmo toglierci dai piedi e sentirci più leggeri? Siamo solo disorganizzati? Mentre noi procrastiniamo la nostra collega di scrivania ha già chiuso i suoi file e sta anticipando anche il lavoro del giorno dopo. Ma non tutti riescono. E la spiegazione (forse) è scientifica. Un nuovo studio pubblicato su Current Biology ha cercato di indagare perché alcune persone sentono più forte il calo della motivazione. "Clinicamente, i deficit motivazionali sono collegati a disturbi psichiatrici come la depressione e la schizofrenia – si legge nella premessa dell'articolo – tuttavia i meccanismi neurali attraverso i quali i contesti avversivi sopprimono la motivazione rimangono poco chiari". E se fino ad oggi si sono sempre messi in relazione esclusivamente motivazioni e valore atteso dei risultati, questa ricerca si concentra invece su quei circuiti neurali che governano l'avvio di comportamenti basati sullo sforzo.

Lo studio sulla procrastinazione: protagonisti i macachi

I protagonisti di questo studio però non sono degli indolenti impiegati comunali, ma dei macachi. Degli animali che sono spesso oggetto di ricerca proprio per la somiglianza delle loro scelte e dei loro comportamenti sociali a quelli degli esseri umani. I macachi sono stati messi di fronte a un compito semplice il cui svolgimento prevedeva una ricompensa finale, azionare delle leve per ottenere dell'acqua. In un secondo momento però a questo meccanismo basato su azione e ricompensa, è stato aggiunto un evento avverso: prima di iniziare il compito per ottenere il premio, i macachi subivano un getto d'aria sul viso. Un fastidio contenuto ma che comunque irrimediabilmente rimandava l'abbrivio, l'inizio dell'esecuzione del compito. Ma ai ricercatori non bastava questo: l'obiettivo era risalire al momento in cui l'idea del disagio (il getto d'aria) si trasformava in un rinvio, in un atto di procrastinazione.

Come agisce il meccanismo di ricompensa e procrastinazione

I macachi si sono ritrovati davanti a una scelta: azionare una leva per ottenere una piccola quantità di acqua oppure azionare un'altra leva che dava loro accesso a una quantità maggiore di acqua, ma che comportava il getto d'aria sul viso. Che fare? La motivazione dei macachi è nettamente diminuita davanti all'ipotesi di un evento fastidioso, seppure di natura non particolarmente significativa. Questa scelta ha permesso ai ricercatori di individuare un circuito cerebrale che funziona come un freno alla motivazione quando si prevedono intoppi o fastidi nello svolgimento del compito. In particolare è la connessione tra striato ventrale e il pallido ventrale, due strutture dei gangli alla base del cervello, già note per il loro ruolo nella regolazione del piacere, motivazione e ricompensa, a svolgere un ruolo dominante. I ricercatori hanno quindi avviato un'analisi dell'attività neuronale e hanno notato che quando il cervello percepisce un evento sgradito, una punizione, un semplice intoppo, lo striato ventrale si attiva e invia un impulso che blocca l'attività del pallido ventrale, l'area del cervello che è coinvolta nel principio di un'azione, riducendo in tal modo la spinta a mettersi in moto.
Lo studio però non si è limitato a una semplice osservazione: gli scienziati sono riusciti a interrompere temporaneamente la comunicazione tra queste due aree cerebrali, attraverso la somministrazione di un farmaco (una tecnica di chemogenetica) e hanno osservato che interrompendo la connessione tra striato ventrale e pallido ventrale i macachi ritrovavano improvvisamente la motivazione e svolgevano con successo il compito, senza esitazioni o rinvii, anche quando era previsto il fastidioso getto d'aria per raggiungere la ricompensa. Si può concludere quindi che in un crescendo di connessione tra queste due aree può arrivare a svilupparsi quel senso di apatia che comporta un livello di procrastinazione che tende all'infinito di un compito. Lo studio però, ammette l'autore Ken-ichi Amemori, dell'Istituto per lo studio avanzato della biologia umana, Università di Kyoto, in Giappone, ha comunque ancora dei limiti, i macachi erano soltanto di sesso maschile e gli inibitori hanno preso di mira soltanto alcuni circuiti, ma ci può dire comunque qualcosa di più anche sulle persone che soffrono di depressione e schizofrenia in cui si evidenzia quasi sempre una marcata perdita di voglia di fare.

Quando il cervello oppone resistenza

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È vero però che non tutte le persone avvertono questo tipo di insofferenza. Non tutti rinviano lo svolgimento di compiti spiacevoli come scaricare la lavastoviglie o sistemare quel cassetto impolverato. In alcune persone la connessione tra queste due aree neurali è evidentemente meno significativa. I fattori in gioco per i procrastinatori seriali sono diversi, non solo biologici: c'entra il contesto in cui si è cresciuti, tratti del carattere legati al perfezionismo, la paura di sbagliare, rimandare a volte diventa uno strumento di protezione "se non faccio non sbaglio".
In alcuni contesti la procrastinazione diventa un comportamento per regolare e tenere sotto controllo ansia e stress. In altri casi scatta addirittura il senso di colpa. Meglio allora, quando il senso di colpa incalza, pensare ai macachi, non per deresponsabilizzarsi ma per indagare o provare a indagare quale è, in quel momento, il motivo per cui il cervello oppone resistenza. E provare a superarlo.

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