Iniziare l’anno nuovo imparando a lasciare andare, pyt è il segreto danese per allontanare lo stress

L’inizio di un nuovo anno porta con sé una strana pressione silenziosa. L’idea che tutto debba ripartire meglio, con più precisione, più chiarezza, più controllo. Si fanno liste, si fissano obiettivi, si promette a se stessi di sbagliare meno, di essere più efficienti, più centrati, più "a posto". Ma cosa succede quando, nonostante le buone intenzioni, qualcosa va storto subito? Quando un progetto si inceppa, un piano salta, una giornata prende una piega diversa da quella immaginata? In Danimarca esiste una parola che risponde proprio a questo scarto tra aspettative e realtà, pyt, ed è una piccola filosofia quotidiana che invita a fare una cosa semplice e difficilissima insieme, cioè smettere di accanirsi contro ciò che non possiamo cambiare: imparare a lasciare andare ciò che non possiamo controllare e allontanare lo stress.
Cosa vuol dire pyt
Pyt è una parola intraducibile alla lettera, ma il suo significato è intuitivo per ogni cultura, equivale a un "pazienza", "amen", "lascia perdere", pronunciato però senza rassegnazione, è come un invito a prendere le cose negative che succedono con più filosofia. Si tratta di un modo per riconoscere che qualcosa è andato diversamente dal previsto e decidere consapevolmente di non trasformarlo in un problema più grande di quello che è. In Danimarca questa parola viene usata fin dall’infanzia, tanto che in alcune scuole esiste persino il pyt button, un bottone simbolico che i bambini possono premere quando fanno un errore o succede qualcosa di frustrante. L’idea di fondo è chiara, ovvero far passare il concetto che l’errore non va negato, ma nemmeno ingigantito. Pyt nasce dentro una cultura in cui non bisogna essere performanti a ogni costo e che considera il benessere mentale come qualcosa da proteggere nella normalità, non solo nei momenti di crisi. Dire pyt significa interrompere un flusso eccessivo e malsano dell’autocritica, fermare il pensiero che rimugina e accettare che non tutto meriti la nostra energia emotiva troppo a lungo, soprattutto se in negativo.
Applicare il pyt alla quotidianità
Tradurre pyt nella quotidianità non vuol dire fregarsene di tutto o rinunciare subito, ma imparare a scegliere quali battaglie vale la pena portare avanti. Significa, per esempio, non rovinarsi la giornata per un messaggio rimasto senza risposta, per una riunione andata male, per un imprevisto che non era sotto il nostro controllo. È un esercizio di ridimensionamento che va contro la tendenza, molto attuale, a vivere ogni piccolo inciampo come una prova del proprio fallimento personale. Pyt ci ricorda che non tutto è un segnale, non tutto è un giudizio, non tutto parla di noi. In un contesto in cui siamo costantemente spinti all'individualismo estremo e a monitorare tutto il tempo noi stessi, le nostre prestazioni e persino il nostro tempo libero, questa parola diventa una forma di resistenza gentile, non aggiunge un obiettivo in più, ma toglie peso in eccesso. E forse è proprio questo il suo valore più grande, soprattutto all’inizio di un nuovo anno: non promettere a tutti i costi una versione migliore di noi, ma una relazione più sana con ciò che non va come avevamo pensato.