Il crollo di Malinin alle Olimpiadi: uno psicologo spiega le possibili cause della dolorosa sconfitta

Quando un campione cade, il mondo guarda, e giudica. Alle Olimpiadi, dove ogni gesto dura pochi secondi ma vale anni di sacrifici, la pressione non è solo tecnica: è emotiva, identitaria, mediatica. Il caso di Ilia Malinin, il Quad Gold del pattinaggio artistico, abituato a superare limiti e record, riporta al centro una domanda cruciale nello sport contemporaneo: cosa accade nella mente di un atleta quando l’aspettativa diventa schiacciante? Tra ansia da prestazione, costruzione dell’identità e impatto dei social, abbiamo approfondito con Danilo Corona, psicologo, Consigliere Ordine Psicologi Lombardia e Responsabile Progetto Psicologia dello sport, i meccanismi che possono trasformare una frazione di secondo in una caduta, e una caduta in una crisi. Perché dietro l’immagine del campione c’è ancora un ragazzo di 21 anni che deve imparare a reggere il peso del proprio talento e della pressione esterna che ne deriva.
Come può un atleta di altissimo livello come Ilia Malinin gestire l’ansia da prestazione alle Olimpiadi?
Quando parliamo di un atleta di questo livello non è in discussione la preparazione tecnica. È evidente che parliamo di professionisti con un allenamento di altissimo profilo, costruito in anni di lavoro. Qui entra in gioco soprattutto la dimensione psicologica. Le Olimpiadi non sono una gara come le altre: rappresentano il vertice assoluto, il luogo simbolico dove si concentrano aspettative, sguardi, investimenti emotivi. Nel caso di Malinin c’è anche un elemento che spesso dimentichiamo: ha 21 anni. Tendiamo a percepire questi atleti come supereroi, ma restano ragazzi giovanissimi, con fragilità proprie dell’età evolutiva. A questo si aggiunge l’aspettativa collettiva, del pubblico, dei giudici, della famiglia, e quella personale. Quando per anni sei abituato a vincere e a superare i limiti, l’idea del podio olimpico diventa quasi un destino atteso. È proprio questa convergenza di pressioni che può rendere la situazione emotivamente esplosiva.
Cosa succede, a livello psicologico, quando un atleta crolla sotto pressione?
Esiste un fenomeno molto studiato, definito choking under pressure: una sorta di soffocamento da pressione. L’allenamento atletico ha lo scopo di rendere il gesto automatico. Pensiamo a quando impariamo a guidare o ad andare in bicicletta: all’inizio controlliamo ogni movimento, poi il corpo agisce quasi da solo. Nel gesto sportivo d’élite l’automatismo è essenziale: salti complessi, rotazioni, atterraggi devono avvenire in una frazione di secondo con fluidità e continuità. Quando però l’attivazione emotiva supera una certa soglia, l’atleta può perdere sicurezza e sentire il bisogno di riprendere il controllo cosciente del movimento. Ed è qui il paradosso, perché più si cerca di controllare la perfezione del gesto, più il gesto perde naturalezza. Si crea quello che in psicologia viene chiamato "reinvestimento", ovvero il tentativo di riportare a livello cosciente un’azione che dovrebbe restare automatica. A quel livello, basta un istante di rigidità per compromettere l’esecuzione.
Quanto pesano le aspettative personali nella costruzione dell’identità di un campione?
Pesano moltissimo. Nel caso di Malinin, la sua identità sportiva si è costruita attorno all’idea di innovazione e superamento continuo del limite. Non è soltanto la medaglia, è la ricerca dell’eccellenza, la spinta a fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima, come nel suo caso il quadruplo Axel o il salto mortale all’indietro. Quando l’identità coincide quasi totalmente con l’essere campione, ogni errore rischia di diventare una ferita identitaria. Non è solo "ho sbagliato un salto", ma è il non sentirsi più all’altezza a ferire nel profondo. Se a questo si aggiunge il contesto olimpico, dove tutto è amplificato, la pressione interna ed esterna possono sommarsi in modo molto potente.
Che impatto può avere l’odio online, come quello riportato da Malinin, su un atleta così giovane?
È un aspetto estremamente delicato. Gli atleti di questa generazione sono cresciuti immersi nei social media. L’esposizione non si limita più alla performance sportiva, ma continua nelle ore e nei giorni successivi, attraverso commenti, critiche, talvolta minacce. Per un ragazzo di 21 anni trovarsi improvvisamente al centro di un’ondata di odio può aggiungere un ulteriore livello di pressione a una situazione già emotivamente intensa. Non basta gestire la gara, bisogna gestire la reazione globale e immediata del pubblico. Per questo oggi si parla sempre più della necessità di proteggere gli atleti da queste sollecitazioni, creando spazi di tutela e accompagnamento psicologico. La salute mentale non è un elemento accessorio, ma una componente strutturale della preparazione atletica.
È possibile rialzarsi dopo una caduta pubblica?
La storia dello sport dimostra che sì, è possibile. Molti grandi atleti hanno attraversato infortuni, crisi, ritiri temporanei e sono tornati a competere ad altissimo livello, basti pensare al caso di Federica Brignone. La psicologia dello sport è fondamentale proprio nel lavoro di ricostruzione, non si tratta di negare la fragilità, ma di attraversarla. L’errore diventa allora un punto di consapevolezza, oltre che occasione di crescita. Da lì si può ricostruire fiducia, ridefinire obiettivi e, soprattutto, ampliare l’identità. È importante che l’identità non coincida esclusivamente con il risultato sportivo, la carriera agonistica è limitata nel tempo. Un atleta deve poter essere molto più del suo podio. Questo vale sia dopo una sconfitta sia, paradossalmente, dopo una grande vittoria, che può generare nuove e crescenti aspettative.
Quanto conta oggi la salute mentale nello sport?
Conta sempre di più. Negli ultimi anni l’attenzione alla salute mentale è diventata parte integrante della cultura sportiva internazionale; si è compreso, infatti, che non esiste prestazione sostenibile senza equilibrio psicologico. Mente e corpo non sono realtà separate, nello sport lavorano in unità. Quando si crea quella integrazione profonda, ciò che viene definito flow, il gesto atletico scorre con naturalezza, unendo tecnica, espressività e controllo. Ma perché questo accada, serve un lavoro costante sull’equilibrio emotivo. La preparazione mentale non è un intervento d’emergenza dopo una crisi: è un percorso che accompagna l’atleta lungo tutta la carriera.