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Santopadre racconta come sta Berrettini oggi: “È stato un anno balordo, lavoriamo su due binari”

Vincenzo Santopadre, allenatore di Matteo Berrettini, ai microfoni di Fanpage.it si è soffermato su problemi e retroscena dell’ultima difficile stagione del tennista italiano.
A cura di Marco Beltrami
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Prima di diventare uno stimato allenatore, Vincenzo Santopadre è stato un tennista capace di raggiungere sia in singolare che in doppio la 100a posizione del ranking. Si è tolto diverse soddisfazioni il classe 1971 pur vincendo un solo torneo in doppio nell’ATP di Tashkent: agli Internazionali d’Italia, per esempio, superò nel 1997 il numero 10 del mondo, eliminando invece nel 2001 il campione in carica Norman, all’epoca 5° giocatore del ranking.

Tra le sue vittime eccellenti in singolare anche Safin, Kuerten, Ljubicic e altri. Medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo sia in singolare, sconfiggendo in finale Alberto Martín, sia in doppio con Gabrio Castrichella ha rivestito un ruolo importante, come doppista, anche nella Coppa Davis. La sua carriera di tecnico nazionale lo ha visto allenare giocatori come Flavio Cipolla e Nastassja Burnett, prima di iniziare il sodalizio fortunato con Matteo Berrettini nel 2011.

Ai microfoni di Fanpage.it Santopadre ha raccontato i dietro le quinte della stagione di Matteo Berrettini, il suo allievo prestigioso. Un'annata sfortunata in cui il tennista capitolino e il suo team hanno dovuto fare i conti con i tanti infortuni che gli hanno impedito di confermare gli eccezionali risultati del passato. Un'occasione anche per parlare dei retroscena di quello che è molto più di un rapporto lavorativo, soffermandosi su diversi altri temi.

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Vincenzo, quella che volge al termine è stata un'annata maledetta per Matteo Berrettini.
"L’ho vissuta cercando di rimanere il più possibile equilibrato, perché poi ciò che conta per il team è cercare di influenzare in maniera positiva Matteo. È stato un anno balordo. C’è stato tanto lavoro sporco fuori dalla gara, senza possibilità di competere e senza agonismo. È questo ciò che più pesa perché un atleta e il suo team vogliono competere, amano la sfida e la tensione del match. Quest’anno tutto questo è venuto meno e non siamo mai riusciti a trovare la continuità che ti dà l’adrenalina".

Come avete gestito questa situazione?
"Abbiamo cercato di essere equilibrati, contestualizzando il tutto sapendo che ci sono cose che fanno parte del gioco e della carriera. C’è chi ha più difficoltà sulla tenuta mentale e chi su quella fisica, come è stato per Matteo. Cerchiamo di non farci influenzare in maniera negativa da quest’anno perché lo contestualizziamo sapendo che fa parte di un percorso. Un paio di anni fa eravamo in finale a Wimbledon e ora è doveroso e importante rimboccarsi le maniche e farsi qualche domanda in più su quello che si può fare meglio".

State lavorando più sull'aspetto fisico o su quello mentale con Matteo?
"Stiamo lavorando su un duplice binario: da una parte quello fisico, con la rieducazione e la fisioterapia, dall’altra quello mentale. Due binari che viaggiano di pari passo: il fisico incide sulla mente e viceversa. Quello che cerchiamo di fare è non perdere mai di vista questi due aspetti su cui lavorare. Quando ti fai male è prioritario questo rispetto ad altre parti".

Ci sono stati tanti momenti difficili, ma se dovessi scegliere il più duro in assoluto?
"L’ultimo è stato il più tosto, il più indigesto, perché è un infortunio che è arrivato per l’ennesima volta in un momento in cui Matteo stava provando a rialzare la testa con discreti segnali. È come quando un pugile subisce tanti pugni, magari tutti della stessa violenza, ma uno fa più male perché c’è stato un accumulo. So quanto duro lavoro avevamo fatto precludendoci la possibilità di gareggiare. Per l’ennesima volta abbiamo dovuto richiudere bottega".

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Come hai fatto a rincuorarlo dopo quello che è sembrato un colpo da ko?
"Cercando di tenere a bada quella parte di umore che ha a che fare con la sfera mentale e psicofisica. Ripeto, è stato un anno particolarmente indigesto, ma dobbiamo essere bravi anche e soprattutto in questi momenti. Non possiamo pensare che tutto debba essere sempre rose e fiori. Ci sono momenti meno felici e dobbiamo essere bravi ad affrontarli".

Guardandoti indietro, quando hai capito che Matteo sarebbe diventato un tennista di alto livello?
"Ho notato ad un certo punto che questo ragazzo aveva capacità attentiva, abilità di ascoltare e mettere in pratica le cose con una fame feroce. Una determinazione e volontà di salire, crescere e migliorarsi, che gli facevano superare ostacoli con una facilità estrema. Il suo essere molto spugnoso e determinato mi ha fatto sperare da subito, sin da quando ha deciso che il suo lavoro non sarebbe stato fare lo studente ma provare a diventare un tennista".

Ricordi un episodio in particolare?
"Quando aveva più o meno 17 anni ha iniziato ad allenarsi due volte la mattina ed era pronto a sopportare certi carichi di lavoro. Erano gli anni in cui ancora frequentava una scuola privata che gli consentiva di assentarsi due volte di mattina per allenarsi. Io e il preparatore di allora gli dicemmo che sarebbe stato opportuno iniziare l’allenamento con un riscaldamento più da professionista, inserendo una mezz'oretta di esercizi mirati a mettere dei mattoncini importanti. Da allora non c’è stato giorno che entrando al circolo Aniene invece di andare a destra verso i campi non sia andato a sinistra verso la palestra. Per me questo la dice lunga sulla sua determinazione e capacità di ascoltare. Non è mai venuto in campo come quegli agonisti che dopo due esercizietti iniziano ad allenarsi, perché era determinato e aveva compreso".

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Dopo l'exploit e la consacrazione è stato difficile ritrovarsi a fare i conti con un'eccezionale popolarità?
"È ovvio che questa scalata vertiginosa e improvvisa con annessa popolarità sia stata dura da gestire col tempo. Non è facile trovarsi in maniera così rapida a fare i conti con pressione e aspettative diverse. La popolarità può portare tanti benefici ma anche problematiche nuove se non ci sei abituato. Devi fare un lavoro un tantino diverso. È una nuova strada che impari a percorrere solo una volta che ci sei dentro. Poi il principio rimane invariato: ti viene da dire ‘Sai che c’è, è tanto così? Ma l’ho sempre sognato, e voluto'. Magari c’è chi gioca i Futures e sognerebbe di avere queste problematiche da affrontare. Forse va bene così".

Il rovescio della medaglia è quello che succede nei momenti negativi, specialmente sui social.
"Non lo nego, è stato pesante, perché i ragazzi comunque sono giovani e hanno telefoni e i social. Alcuni sono più bravi e riescono a staccare dai social, che possono avere effetti devastanti perché danno la parola a tutti, anche a quelli che ignorano. Il 99.9% della gente non può sapere cose private e riservate degli atleti, ma si permette il lusso di commentare e addirittura di farlo in maniera incivile. Credo che questa sia una grande piaga per la nostra società e faccio di tutto per combatterla dandole il giusto peso."

Come?
"L’unica cosa che possiamo fare, seppur infastiditi, è essere consapevoli che hanno un valore pari a zero. Un conto sono le cose dette dalle persone care, ma quando parla gente che non sa nemmeno se la palla è rotonda o quadrata, beh… È di una pochezza generale pensare più alla vita degli altri che alla propria. Bisogna concentrarsi su se stessi e non pensare a quello che dicono persone che senza social non sapremmo nemmeno che esisterebbero".

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Il vostro rapporto va oltre quello che c'è di solito tra un coach o un allievo.
"Abbiamo un’ottima complicità caratteriale perché ci accomunano gli stessi valori. Come avviene tra amici, nelle coppie, abbiamo più facilità ad essere in sintonia. C’è rispetto, una buona educazione e tutto ci aiuta ad andare d’accordo. Il rapporto nasce come lavorativo, ma con il tempo si è arricchito di una parte affettiva. Ci frequentiamo perché pensiamo che il nostro connubio possa portare dei frutti. Un domani potremmo tranquillamente frequentarci anche senza lavorare insieme. Non è un rapporto classico tra giocatore e allenatore, senza confidenza estrema. Per noi dopo tanti anni è normale che ci sia invece".

E in campo? Il tuo lavoro si focalizza più sul dare indicazioni tecniche o sull'incitamento?
"In campo dipende dalle situazioni. Di base Matteo ha bisogno di essere incoraggiato il più delle volte, perché poi le strategie possono cambiare in corsa. Matteo è molto bravo ad accorgersene, per cui io cerco di capire, e lui è pronto a chiedere consiglio quando deve fare delle scelte. Abbiamo imparato a capirci con poco: con uno sguardo, una parola, un semplice applauso, un ‘dai' detto in maniera diversa. Conoscendoci da tanto è facile capirsi senza interpretarsi".

Abbiamo visto Matteo nelle vesti di motivatore in Coppa Davis, iniziata male per l'Italia con le polemiche per il caso Fognini. Che idea ti sei fatto?
"Ho seguito le vicende. Io nasco di indole pacifica, non conosco bene i fatti perciò rispetto a tutte le cose che si sentono concedo sempre il beneficio del dubbio. Le vicende di team e di spogliatoio è preferibile che rimangano dentro gli spogliatoi. Perché poi certe cose possono distrarre e dare modo a tanti di parlare. Mi è dispiaciuto, dunque, che la cosa sia andata così, ma sono contento che tutto si sia risolto con la vittoria dell’Italia che ha gettato acqua sul fuoco che stava divampando".

Possiamo augurarci che tutto il peggio per Matteo sia accaduto in questa stagione e ora ci sia solo da essere ottimisti?
"Penso sia giusto credere al fato, che le cose dovevano andare così. Su alcune cose non si poteva fare niente, ma su altre dobbiamo essere bravi noi a non appellarci solo alla sfortuna. È come il giocatore che perde 10 partite di fila: un conto è che parli di sfortuna con i nastri sui punti decisivi, ma al di fuori di questi casi bisogna essere bravi a farsi delle domande. Non credo che sia stata solo sfortuna. Quello che abbiamo cercato di fare, anche con gli infortuni di Matteo, è interrogarci su come cambiare piccole cose per evitare che quelle situazioni si potessero ripresentare".

Ultima domanda, è più dura da giocatore o da allenatore? 
"Molto più dura da giocatore. A tutti i giocatori dico: gioca finché puoi e lascia perdere la panchina. Anche perché da giocatore mi sono divertito molto. Adesso mi piace quello che faccio, però in campo è sempre più faticoso".

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