Paolo Bertolucci: “Sinner non è tornato, non l’avevamo mai perso. Ma appena perde è una tragedia”

Paolo Bertolucci, come sua consuetudine, non usa mezzi termini. Intervistato dopo il trionfo di Jannik Sinner a Indian Wells, l'ex "Braccio d'oro" e voce storica di Sky Sport, in esclusiva a Fanpage.it, spazza via le ansie dei disfattisti e fotografa la nuova dimensione del campione azzurro. Sinner è ormai un "computer" metodicamente infallibile che continua a scaricare aggiornamenti: l'ultimo, letale, riguarda il servizio. Nessuno stupore per il suo dominio in California, ma la definitiva consacrazione di un fuoriclasse che si è messo alle spalle i problemi fisici di inizio stagione. E a chi fa drammi per una sconfitta, Bertolucci lancia un avviso chiaro: l'imbattibilità non esiste, e il clamoroso ko di Alcaraz contro un Medvedev rinato ne è l'ennesima prova.
Paolo, durante il tuo racconto di Indian Wells hai detto che Sinner ci ha fatto risentire la musica meravigliosa dei suoi colpi. Cosa intendevi?
"È una conseguenza del lavoro e di tanto altro, e non avevo dubbi che accadesse. Non è che uno dice: ‘Ah, è tornato Sinner'. Ma perché, l’avevamo perso? Non ho capito. Era il numero due del mondo. Qui, come al solito, è così: appena si perde una partita diventa una tragedia. Non impareremo mai che l’imbattibilità non esiste. Anche Federer, Nadal e Djokovic hanno perso in carriera, ognuno di loro circa dieci volte all’anno. E quindi non vedo per quale motivo questo non debba capitare ad Alcaraz piuttosto che a Sinner. Non so se ci arriveremo mai a farlo capire, però si spera, ci si prova".
In California ha sfoderato un rendimento in crescendo, l'hai visto più padrone dei suoi mezzi?
"L'abbiamo visto giorno dopo giorno salire di qualità, di intensità. Poi lui dava veramente l’impressione di un giocatore che aveva pienamente in mano la situazione, che era consapevole del lavoro fatto e della condizione che aveva. Non ha mai tremato, anzi nei momenti importanti, come al solito, è venuto fuori. Perché poi quando il match diventa cerebrale, lì non è secondo a nessuno".

Tu l'hai definito come un computer che scarica continui aggiornamenti di software: qual è l'ultimo inserito nel cervellone?
"Beh, ma è il servizio. Quello su cui tutti ci hanno rotto le palle per almeno due anni: ‘ah, ma il servizio non va, il servizio non va'. E anche lì bisognava dire: ‘No, con calma, sta lavorando, sta migliorando'. Basta guardare Djokovic: alla sua età commetteva doppi falli, il servizio non funzionava, ha cambiato quattro allenatori, finché poi ha trovato un signor servizio. Il movimento era giusto, era congruo: era una questione di dettagli da mettere a posto. E così è stato. Adesso ha un signor servizio. Ci vuole calma, pazienza. Bisogna lavorare e basta. E ringraziare tutti i giorni di avere la fortuna di vivere in questo periodo con un fenomeno del genere in Italia".
Tra l’altro lui è sempre molto metodico: ci ha raccontato che è andato prima negli USA proprio per prepararsi meglio.
"Eh sì, perché lui non era stato bene già prima dell’Australia, aveva avuto un virus, e poi ha avuto una ricaduta. Non era debilitato, ma non era al 100% dal punto di vista fisico. A questi livelli, se non sei a posto, paghi. Paghi e perdi, non c’è nulla da fare. Invece poi ha risolto il problema, è andato giù prima, si è allenato bene e si vedeva che stava bene fisicamente. Perché lì magari sembra fresco, ma su quel campo, a 35 gradi sul cemento, se ci metti un uovo cuoce. Non sono 35 gradi normali: hai i piedi che vanno a fuoco. Quindi tanto di cappello".
Cito un tuo tweet alla lettera. Tu hai scritto, come al solito in maniera diretta: "Dove sono i fenomeni che davano per scontato il risultato di Alcaraz?". Stesso discorso per lui come per Sinner?
"Certo, non c’è niente di scontato. Non c’è nulla. Entrano in campo da favoriti perché sono l’uno e il due del mondo. Ma poi può succedere che trovi un Mensik in gran giornata, o come lui ha trovato un Medvedev rinato, tornato sui livelli di qualche anno fa… e vai a casa. Non c’è nulla da fare. Certo, se stai al 100% vinci. Ma se quel giorno rendi al 90% per un motivo o per l’altro, e l’avversario invece si esprime al massimo, ci sta di perdere. Ci mancherebbe altro".

Ti ha stupito il ritorno di Medvedev che ha ammesso di aver sprecato troppe energie a polemizzare in passato?
"Ma non è che potesse essersi dimenticato come si gioca a tennis. Io credo che la storia del matrimonio col suo vecchio allenatore fosse finita, nel senso che non c’era più, come dire, la giusta sintonia: troppa confidenza e pochi stimoli. Aveva bisogno di una ventata d’aria fresca, di nuovi esercizi. Capita: cambi allenatore e di colpo riparti. È ovvio che l’allenatore deve essere bravo, perché deve riuscire a trovare la chiave per entrare dentro di te. Evidentemente Johansson ci è riuscito ed è tornato a un buon livello. Adesso vediamo, perché la continuità non la ritrovi dall’oggi al domani. Però a 30 anni non è così vecchio".
Tra l'altro il dover disputare la finale contro Medvedev e non contro Alcaraz, come da pronostici, pensi possa aver destabilizzato Sinner?
"Ma no, non credo, assolutamente no. È come quando dicono: ‘Sinner deve affrontare Zverev, numero quattro del mondo', mentre invece il solito fortunello di Alcaraz incontra Medvedev che è numero 15, 14, non lo so. E io infatti dico loro: ‘Ma pensate davvero che sia preoccupato Sinner?'. Sarà più preoccupato Zverev che deve affrontare il numero due del mondo, non viceversa. Sennò qui si va fuori strada. Adesso a Miami si ricomincia: ‘Secondo turno con Fonseca'. Ma secondo me Fonseca è incazzato come una belva e dice: ‘Ma al secondo turno devo giocare con questo, dopo Sinner a Indian Wells?”. È questo il punto, non viceversa. Qui invece la girano al contrario: sembra sfortunato Alcaraz, ma è più sfortunato l’altro".
Hai tirato in ballo proprio Fonseca: forse è l’emblema di come nei giudizi bisogna essere pacati?
"Eh certo. È un potenziale futuro grande giocatore. Fra due o tre anni, eccetera. Al momento è indietro, come è giusto che sia. Ha 19 anni: ma com’era Sinner a 19 anni? Dai, su".

I numeri hanno premiato Sky con un'audience notevole per la finale di Indian Wells e per tutto il torneo, quanto è bello raccontare il tennis ad una platea così ampia?
"È bellissimo, perché prima eravamo uno sport di nicchia. Ce la cantavamo e ce la suonavamo un po’ da soli, con grande passione. Poi che dall’altra parte ci fossero 70.000 o 300.000 persone sinceramente non cambiava niente. I risultati li sappiamo dopo, ma quando gioca Sinner lo capisci prima: invece di due minuti di pubblicità ce ne sono sei prima di iniziare. Questo ti dà l’idea dell’impatto di Sinner. La pubblicità la vendi il triplo. E quindi capisci subito che ci sarà un grande ascolto. Ma non cambia nulla per noi: siamo solo contenti per gli sforzi di tutta la gente che lavora dietro le quinte, che fa un lavoro pazzesco e non va mai in video. Noi siamo i fortunati".
Ultima domanda: si è parlato di Musetti. Tu sei sempre stato diretto nell’esaltare Lorenzo e anche nel sottolineare gli aspetti in cui deve ancora crescere, senza drammi. Cosa pensi dopo Indian Wells?
"Fa parte del percorso. Lui veniva da un infortunio piuttosto serio e complicato. Purtroppo è andata com’è andata, ma non è una sorpresa: non puoi pensare di rientrare e partire subito a mille. Quella è una sconfitta che rientra nella logica del momento. Adesso è stato lì altri dieci giorni, si è allenato… Sono convinto che a Miami vedremo un Musetti di ben altro spessore. Speriamo sia sufficiente per superare gli ostacoli, ma sicuramente offrirà un’altra prestazione".