Martina Trevisan: “Vi racconto le vere vacanze dei tennisti alle Maldive. Si può essere fraintesi”

Martina Trevisan si racconta come sempre senza filtri, con la consapevolezza di chi ha attraversato un periodo complicato e oggi sente di essere tornata sulla strada giusta dopo aver risolto definitivamente i problemi fisici. Tra vacanze che non sono mai una vera pausa, riabilitazione, lavoro quotidiano e crescita personale, la tennista azzurra parla del suo presente e del suo futuro con grande carica. La classe 1993, ex numero 18 e semifinalista del Roland Garros oggi scivolata al posto numero 697, ha spiegato le difficoltà del ritrovare esplosività e fiducia dopo l’intervento, concedendosi una riflessione più ampia sul tennis femminile, sulle classifiche, sulle aspettative e sulla pressione che spesso accompagna le atlete.
In questa intervista, Trevisan affronta anche temi delicati come il confronto uomo-donna nel tennis, il valore del lavoro mentale, la normalità delle sconfitte e l’importanza di ricordare che dietro ogni risultato ci sono persone, non robot. Con uno sguardo attento anche su Jannik Sinner e su chi, come Anisimova, ha saputo rialzarsi dopo momenti durissimi, Martina manda un messaggio chiaro: la carriera è una maratona, non uno sprint. E il 2026, per lei, è già nel mirino.
Martina, come funzionano le vacanze di un tennista? Ovviamente non staccate del tutto la spina.
"Ogni giorno faccio palestra e corro, nel pomeriggio mi ritaglio due ore. Quando poi arriva il tramonto è finita anche la possibilità di prendere il sole. Però sì, non ci si frena del tutto: almeno io ho un programma che il mio preparatore mi manda tutti i giorni. Facciamo vacanza, ma non stacchiamo completamente. Non è come essere a casa: i carichi di lavoro sono più ampi, anche perché c’è la parte del tennis che è bella consistente. La parte fisica, invece, la puoi mantenere sempre: c’è la corsa, c’è una bellissima palestra, quella la puoi mantenere senza problemi".
Una curiosità: come mai molti giocatori e giocatrici scelgono le vacanze alle Maldive?
"Bisogna stare attenti a quello che si dice, ma molto probabilmente, nell’ultimo periodo, visto che c’è ancora più gente che segue il tennis, bisogna essere ancora più chiari, perché ogni cosa rischia di essere fraintesa. A me personalmente è un posto che rilassa moltissimo, perché c’è tantissimo silenzio, sei a contatto con la natura e con il mare. Per quanto riguarda posti del genere ho visitato solo le Maldive, quindi non so se in altre isole o in altri posti paradisiaci come le Mauritius, Bora Bora o le Seychelles sia lo stesso. Ci sono escursioni, se vuoi ne fai tantissime, però secondo me qui c’è la calma totale, il relax totale".
Abbiamo sentito parlare di accordi anche commerciali con i giocatori o con i loro manager.
"È venuto fuori che ci sono questi resort che fanno sconti, tante organizzazioni che sono in contatto con il giocatore o con la parte manageriale e ti dicono dove andare. Questo è vero e probabilmente le Maldive sono anche molto pubblicizzate per questo, perché non so se negli altri resort lo facciano… ma penso proprio di sì. È stato proposto anche a me e avrei avuto piacere di andare altrove, però ho preferito venire alle Maldive".
Come sta Martina Trevisan, soprattutto in vista della nuova stagione dopo un’annata travagliata?
"Tutto sta andando bene e sento che giorno dopo giorno sto riacquisendo l’esplosività, la forza, la velocità. Pensavo che sarebbe stato più semplice. L’intervento è andato molto bene e anche il post-operatorio: siamo stati tutti molto bravi nel gestirlo al meglio. Immaginavo di tornare prima ad avere sensazioni positive in campo, anche perché, come pensavo, noi fisicamente non siamo altissime, siamo basse rispetto alla media delle altre giocatrici, quindi per noi il corpo e il fisico devono essere al massimo. Quando va un pochino meno non abbiamo quella forza o quella capacità di “distruggere” con i colpi, di fare male con dritto e rovescio. Chi più chi meno sa andare forte con i piedi in campo. Bisogna puntare molto sulla rapidità, molto sull’esplosività, e sicuramente ho avuto difficoltà nel riacquisire tutte queste capacità".
Insomma, le cose sono andate più lentamente di quanto immaginassi, ma ora è tutto alle spalle?
"Pensavo di riprendere tutto più facilmente, stando bene e sentendomi bene, perché comunque il piede sta bene. Invece non è stato così ed è stato anche un po’ duro accettare questa fase della ripresa, perché subentrano delusione, frustrazione, un po’ di tristezza. È stato un anno abbastanza difficile e duro, ma mi è servito molto per la crescita personale. A livello lavorativo è stato il più complicato da gestire, però ora sto bene e sono super carica per il 2026".

Per il tuo ritorno a pieni giri ti sei posta un obiettivo specifico?
"Il mio obiettivo è mettere qualità nel mio tennis: cercare tanta qualità, costantemente, magari un po’ meno quantità. È qualcosa che probabilmente negli ultimi mesi, ma anche prima dell’infortunio, avevo un po’ lasciato andare. Ora voglio rimettere il focus sulla qualità: questo è il primo obiettivo".
Che momento è quello del tennis femminile? Ci sono nuove leve che stanno arrivando?
"Tutte stanno lavorando molto bene, anche se la classifica può sembrare un po’ meno bella, come per Lucia (Bronzetti, ndr), che è 105. Non essendo all’interno del circuito, le persone pensano che essere 105 sia un disastro, ma la classifica va anche in base alla vita. Ci sono momenti in cui giochi un po’ peggio, hai da difendere più punti, sei più nervosa, il tuo momento di vita è diverso, quindi sei un po’ più frastornata e non sei totalmente focalizzata su quello che devi fare".
Insomma, i tifosi possono stare tranquilli anche per le ragazze?
"Questo è il messaggio che voglio lasciare ai tifosi: tifare le italiane anche se, a livello di classifica, sono un po’ più indietro, perché la classifica non rispecchia sempre la qualità di una giocatrice. Non è uno sprint, ma una maratona. Se in un momento la classifica è più indietro, non è un problema. Questo è il messaggio: tifarle sempre".
Spesso ci si dimentica che non siete robot, ma persone con una vita fuori dal campo.
"Assolutamente. Abbiamo la nostra dimensione e i nostri momenti, come qualsiasi essere umano, solo che noi poi, durante la giornata, dobbiamo fare prestazione. E se la prestazione viene meno, siamo più sotto l’occhio del ciclone rispetto a chi lavora in ufficio e lavora meno bene, ma non si vede. Noi invece siamo subito esposte. Sembra che il problema sia più grande di quello che è, ma è del tutto normale. Non è una disgrazia perdere una partita o giocare meno bene. Sono momenti che passano, come passano quelli in cui giochi molto bene e vinci partite o tornei".
Cosa pensi del revival della Battaglia dei Sessi, con la sfida Sabalenka-Kyrgios? Il divario è davvero così abissale?
"Penso che dal punto di vista uomo-donna ci siano differenze abissali, soprattutto a livello fisico e di forza. È ovvio che una top 100 femminile possa lottare e anche perdere contro uno junior maschio, ne sono consapevole. Sabalenka-Kyrgios è molto spettacolo, molto basato sull’intrattenimento e, secondo me, può attirare attenzione e visibilità. Non ho problemi con questo. Però mettere uomo e donna a confronto in uno sport del genere significa che l’uomo è sempre avvantaggiato, perché ha capacità fisiche che noi donne non possiamo avere, nemmeno allenandoci più di lui. A livello fisico l’uomo è troppo più forte".
Voi tennisti convivete con sconfitte e vittorie. Cosa pensi del passaggio di Sinner dalla delusione del Roland Garros all’apoteosi di Wimbledon?
"Conviviamo con tutto questo, chi più chi meno e in situazioni diverse, perché Jannik è in una posizione amplificata. Però dipende molto dalla persona: ognuno vive emozioni, trofei e sconfitte nella propria dimensione. Anche Anisimova, per esempio, ha dovuto fare un lavoro mentale enorme per ritornare. Jannik era avanti 40-0, aveva il servizio sul 5-3, poi sul servizio di Alcaraz 40-0, poi ancora 5-4 al servizio. In una partita così è un grande vantaggio. È il numero uno contro il numero due, quindi non giochi contro un fantasma, ma il vantaggio c’era. Credo abbia fatto un lavoro mentale enorme per arrivare pronto a Wimbledon e non farsi tornare i fantasmi".
Anche Anisimova è un esempio importante, soprattutto dopo lo stop per rigenerarsi.
"Sì, come secondo me ha fatto anche Anisimova, dopo una finale persa 6-0 con Świątek. Ha fatto un lavoro mentale straordinario: si è fatta trovare pronta e ha giocato un’altra finale Slam subito dopo, non tre anni dopo, ma nello Slam successivo. Considerando tutte le difficoltà che ha avuto, uscire da una finale così può fare molto male. Invece lei ha dimostrato una forza che chi non è dentro questo mondo, secondo me, non riesce a capire".