
Quando martedì scorso abbiamo sentito Carlos Alcaraz – dopo aver battuto Arthur Rinderknech nel terzo turno di Indian Wells – dire "a volte mi stanco di giocare contro Roger Federer a ogni turno", pensavamo a una battuta che sarebbe finita lì, magari un modo ironico per elogiare la prova del suo avversario, che gli aveva tolto il primo set.
E invece il 22enne tennista spagnolo era dannatamente serio: c'era tanta frustrazione. "Ho la sensazione che sia sempre contro di me – ha continuato Alcaraz – Se giocassero a questo livello in ogni partita, dovrebbero essere più in alto in classifica. Mi sento come se avessi un bersaglio sulla schiena".
Un'insofferenza nel trovarsi sempre di fronte avversari che contro di lui provano a giocare la partita della vita, che Alcaraz ha espresso nuovamente sabato, dopo essere stato eliminato in semifinale dal redivivo Daniil Medvedev (poi battuto in finale da Jannik Sinner). Carlos ha proprio usato la stessa espressione: "L'ho detto quando ho giocato contro Rinderknech, quello che mi stanca un po' è avere sempre questo bersaglio sulla schiena". A riprova di ciò, ha poi aggiunto: "Non ho mai visto Daniil giocare così". Un po' un'esagerazione, visto che parliamo di un ex numero e vincitore di Slam.

Il problema non è che Alcaraz ha un bersaglio sulla schiena: è semplicemente la legge dello sport, che si applica da sempre a tutti i numeri uno, in maniera indifferente a epoche e nomi. Caro Carlos, eppure dovresti saperlo, visto che quando il numero uno era Sinner, entravi in campo per sputare l'anima, cercando di non avere quei passaggi a vuoto che a volte ti sono costati sconfitte contro giocatori molto meno forti di te.
Dovresti sapere che il destino dei numero uno è esattamente questo: scendere in campo sapendo che dall'altra parte ci sarà un avversario che non solo vorrà giocare il match della vita – per batterti o quanto meno impegnarti al massimo – ma probabilmente ci riuscirà pure. Per due ragioni: prima di tutto, per le motivazioni massimali, legate al prestigio della partita e al ricordo di un'eventuale giornata memorabile.
E poi per quello che si chiama giocare "out of their mind", ovvero in uno stato di grazia che è indotto dalle pressioni minime, essendo parecchio sfavoriti rispetto al campionissimo, che al contrario ha tutto da perdere.
Quindi braccio sciolto (almeno fin quando non si intravede la possibilità di vincere, lì può subentrare lo stato d'animo opposto, ovvero la paura del grande risultato) e colpi che cadono vicini alle righe. È chiaramente un livello di gioco superiore ai propri standard, insostenibile sul lungo periodo per "l'underdog", ma che a volte può far saltare il banco nel singolo match contro il campione.

Insomma, lo sfavorito sapendo di avere pochissime chance di vittoria, sperimenta una riduzione della pressione cognitiva: gioca libero, colpisce più forte e rischia di più. E capita che i rischi paghino bene: la storia dello sport è piena di vicende così. Sennò non si chiamerebbe sport, ma sarebbe sillogismo, con una conclusione scolpita dalle premesse.
Niente di nuovo, caro Carlos: funziona così e funzionerà sempre così. Se poi lo vuoi chiamare "bersaglio sulla schiena", fallo pure. Ma "la sensazione che sia sempre contro di me", quella decisamente no. Chiedi informazioni a Jannik, che ci è passato e non ha mai sollevato minimamente la questione.