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Olimpiadi Invernali 2026

Richardson Viano: “Alle Olimpiadi con Haiti, pensavo fosse uno scherzo. A Cortina ho avuto paura”

Alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 Richardson Viano porta la sua storia dopo essere diventato il primo sciatore di Haiti alle Olimpiadi Invernali: “Da bambino giocavo con la sabbia immaginando fosse neve”.
A cura di Ada Cotugno
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Richardson Viano ha solo 24 anni ha ma già scritto un pezzo di storia dei Giochi Olimpici Invernali diventando il primo atleta di Haiti a prenderne parte. Dalle spiagge sabbiose di Port-au-Prince alla neve, un viaggio inaspettato che lo ha portato a vivere il sogno di ogni sportivo: ha gareggiato sotto la bandiera haitiana per la prima volta a Pechino 2022 e adesso a Milano-Cortina 2026 sogna di volare ancora più in alto, supportato da mamma Silvia e papà Andrea che lo hanno adottato quando aveva appena 3 anni e gli hanno mostrato per la prima volta la neve nella loro casa sulle Alpi Francesi dove vive assieme a loro e alle sorelle Bellandine e Natacha.

A Fanpage.it lo sciatore ha raccontato cosa vuol dire portare alle Olimpiadi i colori dell'isola caraibica. Sembra quasi assurdo ma è reale: dal mare cristallino alle vette più alte, dalle prime gare con la Francia alla chiamata inaspettata di Haiti che all'inizio gli sembrava uno scherzo. Rici, come tutti lo chiamano affettuosamente, ha raccontato tutta la sua storia in un libro dal titolo "Ad Haiti sognavo la neve", scritto con Alessandro Corallo e Alessandro Demarchi, dove ripercorre la sua storia umana e sportiva e la riscoperta delle sue radici che lo hanno portato a competere tra i migliori al mondo.

Cosa significa per te portare Haiti alle Olimpiadi?

"Per me significa tanto sotto il punto di vista atletico perché comunque è il mio sogno da da sempre. Ma significa molto anche per la parte umana: Haiti è un'isola che soffre tanto da sempre, che ha problemi e quindi posso far parlare parlare e aiutare Haiti in qualche modo grazie allo sport. È un paese che anche quando ha dei problemi riesce a trovare delle soluzioni e ad andare avanti sorpassando le difficoltà".

Qual è il primo ricordo che hai della neve?

"Il mio primo contatto con la neve è quando sono arrivato in Francia nel dicembre 2005, quindi avevo 3 anni e qualche mese. Mio padre è una guida alpina, quando sono arrivato mi ha subito messo su su gli sci e mi è piaciuto subito, quindi poi ho cominciato a sciare diversi giorni a settimana, mese dopo mese. Sono arrivato in una famiglia che ama gli sport di montagna, soprattutto lo sci alpino e quindi è così che è arrivato il mio primo contatto con la neve".

Nel tuo libro scrivi che hai visto per la prima volta la neve su una cartolina che ti ha mandato un amico…

"Quando ero ad Haiti c'era un altro ragazzo in orfanotrofio che era stato adottato prima di me e anche lui era stato adottato da una famiglia che viveva in montagna. Avevano portato delle cartoline con le montagne, si vedeva la neve e questo ragazzo mi aveva lasciato questa foto prima di partire. Io tenevo sempre questa cartolina e sognavo la neve, mi ricordo che giocavo con la sabbia di Haiti, che è molto chiara quasi bianca, come se fosse della neve. È così che è iniziato questo sogno della neve".

Quando hai capito che lo sci poteva diventare qualcosa di serio nella tua vita?

"Direi che sono stati due i momenti. Di sicuro quello più importante, dove ho davvero capito tutto, era quando ho fatto i miei primi Mondiali a Cortina nel 2021. Era la prima volta che da sconosciuto passavo sulla sul davanti e quindi lì ho capito che non si trattava più di fare le gare al mio livello, solo nel mio paesino o nella mia regione, ma farle a livello internazionale davanti alle TV, con altri paesi. In quel momento mi sono detto ‘Ok, questo è quello che voglio fare'. Poi un altro momento è quando ho cominciato a lasciare casa che avevo già 15, 16 o 17 anni, la situazione per me stava diventando più seria".

Nel libro racconti del "maledetto gennaio", un mese che per te è sfortunato: quanto gli infortuni hanno cambiato il tuo modo di vivere lo sci?

"Non sono tanto gli infortuni che avrebbero potuto cambiare il mio modo di vedere lo sci, ma più tutte le altre difficoltà come quella di non essere preso sul serio o che nessuno credeva in me, perché magari ero l'unico ragazzo di di colore. Sono queste cose oltre agli infortuni perché comunque facciamo uno sport un po' pericoloso e lo sappiamo. Quest'anno mi è andata bene, ma è vero che a gennaio mi facevo sempre male, però non era quello che che mi avrebbe fatto smettere di sciare".

Le Olimpiadi nascono come simbolo di unione tra i popoli: da atleta che ha vissuto il razzismo, senti che questo ideale nello sport è reale o ancora incompleto?

"Quando partecipo alle Olimpiadi sono con degli atleti di alto livello, quindi comunque sono intelligenti, sono maturi, hanno dell'esperienza alle spalle, quindi ad alto livello non c'è mai stato del razzismo. Quando ho partecipato a Olimpiadi o Mondiali la gente è sempre stata simpatica con me, mi dicevano che sono bravo e coraggioso nel fare quello che ho fatto. A livello inferiore, quindi magari allo sci club, c'era un po' di più perché eravamo tutti bambini, ci sono allenatori che non hanno molta esperienza. Quando ero piccolo c'era più razzismo, ma adesso tra di noi no".

Un giorno squilla il telefono, ti vogliono nella federazione di sci di Haiti. Cosa hai pensato?

"Io ho pensato che era uno scherzo perché non avevo mai sentito parlare di una federazione haitiana di sci. Jean-Pierre Roy (fondatore della federazione di sci haitiana, ndr.) mi chiama e mi dice ‘Oh, ciao, sono il presidente della federazione. C'era un'amica tua in una gara, mi ha dato il tuo numero di telefono. Ti va di sciare per a Haiti e fare le Olimpiadi?'. Me l'ha detta così e gli ho risposto ‘Ascolta, io non so se è vero o se è una battuta'. Abbiamo finito la chiamata, vado a cercare e ho visto che in realtà esisteva, quindi mi sono detto che magari non era uno scherzo. La stagione è andata com'è andata, poi ho deciso di cambiare nazionalità e dalla stagione 2019-2020 sono passato ad Haiti".

Rici ha cominciato a sciare da piccolissimo grazie a papà Andrea, guida alpina
Rici ha cominciato a sciare da piccolissimo grazie a papà Andrea, guida alpina

Quanto è più complicato preparare una stagione olimpica senza avere alle spalle una federazione strutturata come quella francese?

"Quando io e la mia famiglia abbiamo preso la decisione di passare ad Haiti conoscevamo bene il lato negativo e positivo. Quello negativo era sicuramente che passavo da una federazione che ha soldi e che è importante a una federazione che purtroppo non ha soldi, non ha sostegni nell'allenamento. Abbiamo valutato tutto, non era solo l'idea di andare alle Olimpiadi. Poi di sicuro con il livello che ho adesso, ma soprattutto che avevo prima, con la Francia non avrei mai potuto gareggiare quindi ci siamo detti ‘Proviamo'. Non tutti hanno la chance di fare le Olimpiadi ed è bello. Poi mi sono privato della possibilità di allenarmi con i francesi: il problema per le piccole nazioni è che non esiste una squadra come quella italiana, austriaca o svizzera, quindi bisogna trovare delle strutture private. La differenza è che paghi tutta la stagione, nessuno lo fa per te, dal punto di vista economico è diverso".

Ci spieghi meglio come funziona?

"Per noi piccole federazioni non è molto facile competere nello sci perché o sei ricco di famiglia o trovi degli sponsor, ma anche lì è molto difficile. Io mi alleno con la squadra che si chiama Plan de Corones Racing Center, da quattro anni faccio le stagioni in Italia con loro. Ci sono delle piccole strutture, oggi sono sempre di più, che aiutano le piccole nazioni per continuare a sciare perché sennò tu da solo non hai questa possibilità, vorrebbe dire smettere di sciare".

Alle Olimpiadi di Milano-Cortina siete solo in due. Che rapporto hai con Stevenson Savart?

"A essere onesto non posso dire che abbiamo un rapporto perché non ci frequentiamo. Dopo le Olimpiadi di Pechino ha cominciato a seguirmi sui social e mi ha mandato un messaggio. Mi dice ‘Ciao, faccio dello sci di fondo, sono francese, però sono anch'io d'origine haitiane. Hai il numero del presidente?'. Gli ho mandato il contatto di Jean Pierre Roy e lui ha fatto la stessa cosa con me per lo sci di fondo. Però non l'ho mai visto in vita mia, non abbiamo non siamo amici. L'unico legame che abbiamo è che siamo haitiani e facciamo sport invernali, quindi ci capiamo".

Per te è un problema non essere inserito in un grande gruppo o sei tranquillo sotto questo punto di vista?

"C'è sempre una parte positiva e una negativa. Se inizio da quella positiva, almeno non ho la pressione di dovere fare risultati per stare in squadra o per avere un mio posto alle Olimpiadi. Se siamo in pochi non c'è tutta questa pressione di fare risultati. Però è vero che dall'altra parte è tutto sulle tue spalle. Adesso siamo in due e l'attenzione va anche su di lui che deve fare bene, quindi ce la dividiamo, però è vero che in generale fin qui tutto ricadeva su di me quindi non potevo sbagliare, se posso dire così, soprattutto quando avevo fatto le prime Olimpiadi: era stata una bella esperienza ma sicuramente non era stato tuto facile".

Nel 2022 sei diventato il primo atleta haitiano a partecipare alle Olimpiadi Invernali. Cosa ti hanno insegnato?

"Purtroppo nel Gigante non ho avuto fortuna anche perché siamo stati lì tre settimane che ha fatto bellissimo e ha nevicato proprio nel giorno della gara, non si vedeva niente. Ho avuto un po' di sfortuna, nello slalom avevo molta pressione anche dalla federazione quindi dovevo riuscire a finire. Io sono uno che si allena tutto l'anno anche per essere forte dal punto di vista tecnico, l'idea di scendere solo per finire la gara non mi interessava, quindi ho dovuto trovare una via di mezzo tra finire e non prendere 50 secondi. Lo slalom non è andato così male alla fine".

A pechino è stato il primo haitiano a partecipare alle Olimpiadi Invernali
A pechino è stato il primo haitiano a partecipare alle Olimpiadi Invernali

Ti alleni tutto l'anno per giocartela in pochi minuti. Qual è il tuo pensiero quando arrivi al cancelletto e sai che devi giocarti tutto in poco tempo?

"Quella è la parte difficile del nostro sport perché negli altri, come nel calcio o nel tennis, giochi per un certo tempo. Noi quando diciamo che andiamo ad allenarci tutta la giornata, alla fine se facciamo cinque cinque giri sei giri di circa un minuto, alla fine facciamo solo 6 minuti di sforzo, quindi vuol dire che in quei sei minuti devi essere perfetto. Ci alleniamo quattro anni per un minuto e non è facile, c'è un po' la pressione dovuta al tempo. Se sbagli è difficile perché dici ‘Cavoli, io mi sono allenato 4 anni per avere fatto non so, quattro porte', per fare un esempio. È la parte più difficile da gestire nel nostro sport. Poi le condizioni cambiano perché a volte nevica, a volte piove, fa caldo o freddo, la neve può essere piatta o ripida, molle o dura".

C'è mai stata una volta in cui hai avuto paura di scendere?

"Sì, quando avevo fatto i miei primi mondiali a Cortina nel 2021, era la prima volta che sciavo su una pista così esigente e che iniziava subito ripida. Posso dire che è stata una delle poche volte in cui ho avuto paura, prima col livello che avevo uscivo sempre su delle piste abbastanza piane o comunque facili, mentre d'un colpo di trovavo su una pista dove non avevo mai sciato e ho avuto un po' di paura. In generale no, non ho mai avuto paura delle condizioni, solo qualche volta a causa dello stress e della voglia di far bene. Ma non ho mai avuto in partenza tale da dire ‘Magari non vado', questo mai".

Da bambino sognavi la neve, oggi cosa sogna Rici?

"La vittoria (ride, ndr.). Il resto della stagione competo nelle gare che sono al mio livello, quindi posso dire che lì si può sognare la vittoria. Mentre ai Mondiali o alle Olimpiadi è più difficile, ogni anno provo sempre a migliorare, ad avvicinarmi più possibile dei migliori sciatori. Mi fa piacere se posso fare una buona classifica e vedere che ogni anno c'è una progressione, è questo l'obiettivo".

Se potessi parlare al Richardson bambino dell’orfanotrofio, cosa gli diresti oggi da atleta olimpico?

"Gli direi di continuare a sognare e a crederci perché perché oggi il Richardson  più vecchio partecipa alle sue seconde Olimpiadi".

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