Cristiano Migliorati: “Ho osservato Bagnaia da vicino a Misano, qualcosa non va. Marquez è un cannibale”

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Dalla 500 al titolo tricolore: Cristiano Migliorati si racconta tra ricordi da pilota, i segreti in pista e le sfide di oggi tra Márquez, Pecco e Bezzecchi.

Passare in sei mesi dai circuiti della Sport Production ai duelli ruota a ruota con mostri sacri come Mick Doohan e Kevin Schwantz nella classe 500 del motomondiale è un’impresa che oggi suona quasi irreale. Cristiano Migliorati quella scalata vertiginosa l'ha vissuta per davvero, costruendo poi una solida carriera culminata nel titolo italiano Supersport e in una seconda vita professionale spesa a trasmettere passione e tecnica ai motociclisti di ogni livello. Forte di uno sguardo privilegiato sulle dinamiche di pista e di box, l'ex pilota bresciano analizza senza filtri la propria traiettoria sportiva – dai podi con la Ducati fino alle scelte maturate col senno di poi – per poi addentrarsi nell'infuocata attualità della MotoGP. Un dialogo schietto e approfondito che fotografa il dominio famelico di Marc Márquez, la complessa parabola di Francesco Bagnaia verso la nuova avventura in Aprilia e la legge spietata di un cronometro che, nel motociclismo moderno, non concede margini di errore.

Cristiano, ormai da vent’anni sei una colonna portante della Riding School di Pedersoli. Che cosa ti spinge ancora oggi a metterti la tuta per insegnare agli amatori?
A dare consigli più che altro! Correvo ancora ed ero già uno degli istruttori per Luca Pedersoli. È una bellissima realtà in cui vado sempre col sorriso. Finché proverò questo continuerò a farlo, perché mi piace trasmettere il mio vissuto e le mie sensazioni a chi si approccia alla pista, magari anche in età non più giovanissima. Oltre al fatto che guidare resta sempre un piacere immenso.

Nei video si vedono spesso gli allievi tirare al limite mentre l'istruttore imposta pieghe a 60 gradi guidando con una mano sola. Qual è il segreto dietro questa apparente facilità?
Nessun segreto miracoloso. Con l'esperienza accumulata negli anni abbiamo semplicemente molto più margine di sicurezza. Questo ci permette di tenere quel ritmo con estrema scioltezza. Chi è alle prime armi o non ha l'abitudine alla pista la prende giustamente con timore; noi invece diamo subito confidenza totale a moto, gomme e asfalto, riuscendo a fare le stesse cose con naturalezza e senza forzare.

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Cristiano Migliorati in pista.

Guardando indietro alla tua carriera sportiva, prevale il rimpianto per quello che avrebbe potuto essere o la serenità per ciò che hai costruito?
Entrambe le cose. Da un lato mi ritengo molto fortunato; dall'altro penso che con scelte diverse o comportamenti differenti in certe occasioni avrei potuto raccogliere di più. Alla fine però credo che ognuno ottenga ciò che merita. Guardare troppo indietro serve a poco ed è controproducente: meglio guardare avanti, fare tesoro dell'esperienza e sfruttarla per il futuro.

Il tuo arrivo nel motomondiale, nel 1994, ha avuto dinamiche che oggi definiremmo impensabili. Come andò davvero quel passaggio?
Vengo da una famiglia che è cresciuta a pane e motori: nonno aveva l’officina e papà correva in moto. Nel 1993 disputavo i campionati italiani in Sport Production e l'anno successivo mi sono ritrovato direttamente sulla 500 nel motomondiale col Team Pedercini, al fianco di Lucio. Oggi sarebbe come passare dalla Coppa Italia alla MotoGP, un salto inconcepibile. Alla prima gara a Eastern Creek feci subito punto chiudendo quindicesimo: per me fu toccare il cielo con un dito.

Trovarsi catapultato dalla Sport Production alla griglia della classe regina significa condividere la pista con miti assoluti. Che impatto psicologico ha avuto su di te?
Fino a sei mesi prima guardavo in televisione leggende come Mick Doohan, Kevin Schwantz, Daryl Beattie, John Kocinski e Àlex Crivillé. Poi i test a febbraio e d'improvviso me li sono ritrovati di fianco. All'inizio ti chiedi se sia tutto vero o se stai solo sognando. Poi realizzi la realtà, ti rimbocchi le maniche e cerchi di imparare da loro: li seguivo per qualche curva o qualche giro tentando di rubare ogni singolo segreto di guida.

Tra i tanti campioni incrociati in pista in quegli anni, chi è il talento che secondo te ha raccolto meno di quanto avrebbe meritato?
Durante i weekend di gara sei talmente focalizzato su te stesso da non badare troppo agli altri. Però mi rimase impresso Norifumi Abe. Quando arrivò come wild card in 500 nel Gran Premio del Giappone si mise subito a lottare alla pari con i leader del campionato. Aveva una guida e una sfrontatezza impressionanti, anche se poi, purtroppo, nel prosieguo della carriera non ha vinto quanto quel debutto faceva presagire.

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Migliorati vanta quattro partecipazioni nel Motomondiale.

Nel corso della carriera hai guidato 500, 250 e quattro tempi Supersport. Qual era il vero marchio di fabbrica della tua guida?
Cambia molto a seconda del mezzo, tra prototipi da Gran Premio e moto derivate dalla serie. Non ho mai avuto una singola caratteristica predominante: ho sempre puntato su determinazione feroce, decisione e tanta serietà nell'imparare dagli altri. Se però devo dirti la manovra che mi è sempre riuscita meglio in assoluto… l'impennata, senza dubbio.

Il passaggio in Supersport ti ha portato subito sul podio a Monza e Misano con una Ducati. Che sapore hanno avuto quei piazzamenti?
Correre per un team italiano e fare subito due podi nelle gare di casa fu un risultato straordinario per gli sponsor e la squadra. A Monza partivo addirittura in pole position: chiudere secondo significò quasi aver perso, perché quando scatti davanti punti solo a vincere. Fu comunque un'annata bellissima, anche se con un pizzico di amaro in bocca: in Sudafrica mi diedero un ride through mentre ero al comando e al Red Bull Ring rimasi senza benzina all'ultimo giro.

Dopo il 2001 hai vissuto una fase di transizione e un temporaneo allontanamento dalle corse mondiali. Come sei tornato sui tuoi passi?
Avevo ricevuto un'ottima proposta lavorativa e sembrava arrivato il momento di cambiare strada. Poi mi chiamò il mio grande amico Davide Bulega (papà di Nicolò, nda) che gestiva una squadra nel campionato italiano. Ha insistito tantissimo, mi ha fatto una corte serrata e alla fine ho accettato di tornare in sella proprio per il legame e la stima reciproca con lui. Nel 2004 abbiamo vinto il titolo italiano con la Kawasaki, poi Manuel Puccetti ha rilevato la struttura e ho continuato a correre fino al 2010.

Un titolo italiano vinto con una particolarità curiosa: la costanza assoluta al posto della vittoria di tappa.
Vincemmo il campionato senza conquistare nemmeno una gara! A quel punto della mia carriera guardavo alla classifica generale più che al singolo successo di giornata, gestendo il passo in conserva quando serviva. Non è importante vincere la singola battaglia, quel che conta è vincere la guerra finale.

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Migliorati ha vinto il titolo Supersport italiano nel 2004.

Venendo all'attualità della MotoGP: la straordinaria rinascita di Marc Márquez mette in discussione il livello degli avversari o certifica la sua eccezionalità?
Márquez appartiene a un'altra categoria, punto e basta. Possiede doti uniche: attitudine, coraggio, spregiudicatezza e una convinzione mentale feroce. Il livello generale è altissimo e lo dicono i tempi sul giro, ma lui è un fuoriclasse assoluto, un cannibale stile anni '80 e '90. È andato nel posto giusto al momento giusto, scegliendo la Ducati ufficiale per dimostrare che, passati i trent'anni e superati infortuni devastanti, può ancora dettare legge.

Marco Bezzecchi ha mostrato una velocità pura impressionante, ma è incappato in diversi zeri pesanti. Che giudizio dai della sua stagione?
Marco è un gran pilota e una splendida conferma. Ha dimostrato una velocità incredibile mettendo sotto pressione compagni di marca quotatissimi. Quando ti ritrovi Márquez alle calcagna la pressione è enorme: l'errore capita perché un pilota vero cerca di giocarsi le proprie carte oltre il limite, rifiutando di accontentarsi di un secondo posto. Márquez in questo momento trasmette una sensazione di superiorità e margine psicologico che gli consente di correre con la massima scioltezza. Nonostante gli errori è lì, a 33 punti.

La crisi tecnica e di risultati di Francesco Bagnaia ha sollevato molti dubbi: pilota sopravvalutato o talento condizionato dalle difficoltà di assetto?
Pecco non è affatto sopravvalutato: parliamo di un pilota che ha conquistato tre titoli mondiali e decine di vittorie. Ha ammesso lui stesso che se la moto non risponde esattamente alle sue esigenze fatica a esprimersi, ed è una caratteristica comune a molti campioni della storia. Sopportare la presenza interna di un Márquez così concreto è tostissima. A Misano l'ho osservato da vicino: la grinta e i tentativi ci sono tutti, ma c'è qualcosa nella messa a punto o nell'approccio che non chiude il cerchio.

Come vedi il futuro di Bagnaia nella nuova avventura con l'Aprilia insieme a Bezzecchi?
Se dovessi scommettere un euro sulla rinascita di Pecco lo farei subito. Il cambio totale di box, moto e ambiente gli farà un gran bene. Chiaramente la concorrenza con Márquez e Acosta sulla Ducati ufficiale sarà durissima, ma la coppia Bezzecchi-Bagnaia in Aprilia è di altissimo profilo. L'imperativo ora è chiudere la stagione attuale con il giusto spirito: in questa MotoGP un distacco di un secondo dalla vetta ti spedisce oltre la decima posizione, e il cronometro non ammette cali di concentrazione.

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