Ivan Basso era un mistero da corridore e restano un mistero la sua carriera da atleta e la sua parabola ciclistica. Oggi compie 42 anni e sono passati già cinque anni dal suo ritiro, avvenuto bruscamente. Basso cadde nella quinta tappa del Tour de France 2015, va in ospedale, effettua dei controlli dai quali emerge un tumore al testicolo sinistro. Deve essere proprio quel termine “brusco” a rendere misteriosa e non definibile completamente la carriera di Ivan Basso.

I primi successi di Ivan

Da giovanissimo è un campione vero, è argento mondiale tra gli Juniores a Forlì (1995) ed è oro mondiale a Valkenburg nel 1998 fra gli Under 23. Ma tutti sanno che è soprattutto un corridore da corse a tappe. Queste vittorie fanno pensare a un campione completo, che pare rappresentare il futuro del sistema ciclistico italiano.

L'exploit al Tour e il successo al Giro

Inizia la sua carriera professionistica con cautela, ma nel 2004 arriva la prima brusca accelerazione. Firma con la CSC di Bjarne Riis, una squadra fortissima che crede in lui e al Tour si piazza subito 3° in classifica, a 6’40’’ da Armstrong.  Tutti sapevano che Basso fosse forte, ma per i non appassionati vedere questo giovane corridore sfidare il “mostro americano” era incredibile (per noi italiani l’emozione era ancora più forte, dopo quello che era successo a Marco Pantani). L’anno successivo fa ancora meglio, arrivando secondo a 4’40’’ da Armostrong, mentre nel 2006 arriva il suo primo grande successo: vince il Giro d’Italia, conquistando anche tre tappe fantastiche, di cui l’ultima con Mortirolo, Gavia e arrivo all’Aprica.

L'Operacion Puerto e lo stop di Basso

Ma proprio quando è sulla vetta della montagna, a pochi giorni dall’inizio del Tour che vorrebbe vincere, cercando anche di imitare la doppietta di Pantani del 1998, per Basso c'è una repentina discesa, perché viene coinvolto nell’Operación Puerto.
In questa fase poi inizia un balletto davvero incomprensibile. Subito estromesso dal Tour e sospeso dalla squadra. Poi passa alla Discovery Channel, proprio la squadra che era stata di Armstrong, ma poiché il CONI, che prima aveva chiuso il caso Operación Puerto e poi lo riapre, fa sì che Bruyneel ne rescinda il contratto. Successivamente, dopo tante dichiarazioni di innocenza, accenna al fatto che nel 2006 fosse ricorso all’autoemotrsfusione, ma poco dopo che è stato frainteso, perché ha pensato all’utilizzo di pratiche dopanti, conoscendone il larghissimo uso che se ne faceva nell’ambiente, ma non lo ha mai fatto.

Nonostante questa dichiarazione e il non essere mai stato trovato positivo a nessun controllo viene punito con due anni di squalifica dalla Commissione disciplinare della Federciclismo italiana. Un mistero nel mistero che ancora oggi sembra incomprensibile.

Il bis al Giro d'Italia

Quello che avrebbe dovuto essere il suo sprofondo, si trasforma in un nuovo balzo verso l’alto. Nel 2010, senza grandi speranze soprattutto da parte della sua nuova squadra, la Liquigas, partecipa al Giro d’Italia e piazza il colpo del vero campione. Vince prima sullo Zoncolan e poi di nuovo ad Aprica, dove veste la maglia rosa a quattro anni di distanza. Regge poi l’urto di David Arroyo nelle ultime due tappe e vince il Giro 2010.

Sembra tutto pronto per una nuova carriera: con il grande obiettivo del Tour, ma dal 2011 si trova di fronte ad un nuovo “mostro”, non più il Cannibale chimico che tutto divora e sputa, ma il ciclismo scientifico di squadre come RadioShack e Sky che impongono un determinato tipo di corsa a cui è quasi impossibile sfuggire se non si ha una squadra competitiva allo stesso modo. Inoltre nella stessa Liquigas si sta affermando Vincenzo Nibali e gli tocca fare un passo indietro subito dopo aver vinto il suo secondo Giro. Senza più grandi squilli si va verso quel 2015 e lo stop all’attività agonistica.

Cosa è stata quindi la carriera di Basso?

Torna qui la difficoltà di inquadrare la carriera del ciclista, e torna quel mistero di cui scrivevamo all’inizio. Tutti i ciclisti del tempo purtroppo sono stati inghiottiti, fagocitati e vomitati da Lance Armstrong, con tutto quello che è successo dopo. In senso sportivo e in quanto memoria storica c’è la volontà di appannare quel periodo, renderlo innocuo in qualche modo prima di tutto dimenticando i protagonisti, anche quelli puliti e portatori di valori positivi. Per fare un parallelo sui generis, oggi il ciclismo sembra vivere nel nostro primo periodo democratico, quando il fascismo sembrava quasi non ci fosse stato.

E con lui tutte le energie magari anche positive mandate al macero della memoria e della storia, tappandoci gli occhi. Ecco, è un po’ quello che accade in piccolissimo per il ciclismo dei primi anni 2000. Un mondo terribile e sporco, in cui tutti coloro che in parte lo rappresentano, nel male ma anche nel bene, sono scostati dalla nostra voglia di pensare lo sport e tifare per chi ci piace. Tutti i corridori dell’era Armstrong hanno una sorta di marchio d’infamia, anche quelli puliti, che ce ne farà rivalutare le carriere solo un po’ più in là.