Vincent Candela: “Oggi nella vita sbaglio ancora, ma cado e mi rialzo. Totti è diventato come un fratello”

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Dallo Scudetto vinto con la Roma ai trionfi con la Francia, Vincent Candela ripercorre a Fanpage.it la sua carriera parlando del rapporto con Capello e Sensi, della sua amicizia con Totti e del valore del gruppo. E ammette: “Con la consapevolezza di oggi avrei potuto fare molto di più”.

"Oh le-le, oh la-la, Vincent Candela, Vincent Candela". Era questo il coro che i tifosi della Roma tributavano al giocatore francese negli anni in cui ha vestito la maglia giallorossa ma il legame tra l'ex terzino e la Magica non si è mai spezzato. Vincent Candela faceva parte della Roma che vinse l'ultimo Scudetto ed è un grande tifoso della squadra capitolina ma oggi guarda il calcio con occhi diversi.

Lo fa con la consapevolezza di chi ha vinto un Mondiale, un Europeo e ha vissuto esperienze importanti ma si guarda indietro con la lucidità di chi non considera ancora completa la propria storia. Per questo motivo ha preso carta e penna e si è raccontato in un libro, ‘Il metodo Vincent(e)' pubblicato da Ribalta Edizioni, in cui sviluppa un viaggio su due piani: da una parte la vita e le imprese sportive del campione, dall'altra il Metodo Alberologico creato da sua moglie Mara Pacifico, che propone una prospettiva di consapevolezza e rivalutazione del potenziale umano.

Tutto si intreccia: dalla Roma alla nazionale francese, da Capello a Zeman, da Franco Sensi a Francesco Totti passando per uno spogliatoio che ancora oggi considera una famiglia. Candela parla del ragazzo arrivato a Roma e ha giocato per la prima volta davanti a 70 mila persone e dell'uomo che oggi ha imparato anche a fermarsi. A Fanpage.it racconta un calcio in cui prima dei risultati e dei campioni viene il gruppo, con un'ammissione che dice molto più di una celebrazione: "Forse non avrei lasciato il calcio così presto".

Vincent, iniziamo questo viaggio dal libro. Dice una cosa molto forte: "Io facevo ma non ero", spiegando che durante la carriera ha espresso solo una parte del suo potenziale. Se oggi potesse tornare al Candela calciatore con la consapevolezza che ha adesso, quale sarebbe la prima cosa che gli direbbe?
"Sicuramente gli direi che avrei potuto fare di più. Con le consapevolezze che ho oggi capirei dove ho sbagliato, dove non ho forzato abbastanza, dove magari volevo avere il risultato prima ancora di fare, di essere. Anche oggi sbaglio, eh. Cado e mi rialzo. Però oggi vedo con un occhio diverso dove ho sbagliato e perché. A 25 o 30 anni pensavo di conoscermi, ma il mondo è molto più ampio. Oggi sarei sicuramente più concentrato su me stesso, sulla conoscenza di me".

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Vincent Candela ad un evento della FIFA.

Quindi sarebbe stato un altro Vincent?
"Sì, sicuramente. Le cose buone le ho fatte, ma potevo fare di più. Il problema è che allora non lo sapevo e soprattutto non sapevo da dove cominciare".

Nella parte in cui si parla de Metodo Alberologico parla molto di “osservazione” e di “ispirazione” come qualcosa di diverso dalla semplice ricerca di una nuova sfida. Dopo il calcio ha raccontato di aver fatto diverse cose, alcune delle quali non hanno funzionato. Quando ha capito che non doveva semplicemente trovare qualcosa da fare, ma qualcosa che la ispirasse davvero?
"Io sono sempre stato ispirato. Però a volte sbagliamo, lo riconosciamo, ma non lasciamo andare. E lì perdiamo energia e tempo. Io in campo non ho mai pensato che essere calciatore fosse un mestiere. Da piccolo non pensavo: ‘Voglio diventare Platini'. Prima mi divertivo con il pallone. Il calcio è diventato una conseguenza di quello che ero, della mia tecnica, della mia ispirazione. Anche oggi l'ispirazione parte da dentro. Non vado sempre a cercare il risultato fuori, ma il benessere dentro. Voglio stare bene con me stesso e, di conseguenza, stare bene con gli altri".

C’è un’immagine che attraversa tutto il suo racconto: l’albero che può crescere verso l’alto soltanto se ha radici solide. Se dovessi scegliere le sue ‘radici' calcistiche, quali persone, luoghi ed esperienze hanno costruito il Candela che poi abbiamo visto a Roma e in Nazionale?
"Sul calcio mi sono radicato soprattutto quando sono arrivato a Roma. Ho cominciato gli allenamenti duri con Zeman e le partite davanti a 70 mila persone. Lì è iniziato un nuovo radicamento: con la città, con i tifosi, con la Roma e con il calcio italiano, che in quel periodo era il più bello, il più duro, il più affascinante e anche il più ricco. Fino a quel momento per me il calcio era soprattutto il gioco che facevo nei campi di terra e quello che vedevo fare a mio padre. A Roma è diventato qualcosa di diverso".

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Candela con la maglia della Roma.

E poi è arrivato Capello…
"Sì. Dopo Zeman è arrivato Capello e, secondo me, è stato l'allenatore che mi ha fatto capire davvero di avere fiducia in me. Il mio radicamento calcistico è stato soprattutto in quel periodo, tra Zeman e Capello".

Ha nominato Fabio Capello ma lei hai avuto tanti allenatori e molto diversi tra loro. Che cosa aveva Capello di diverso e cosa che gli permetteva di entrare così profondamente nella testa dei suoi giocatori?
"All'inizio con lui fu difficile, il primo mese soprattutto. Poi ci siamo capiti. E sono rimasto a Roma anche perché lui mi ha voluto quando Zeman mi voleva mandare via. Capello era bravo a guardare ogni giocatore come una persona diversa. Eravamo tutti diversi e lui sapeva usare il bastone con uno e la carota con un altro. Con me magari lasciava correre alcune cose, ma mi dava fiducia. E io quella fiducia gliel'ho restituita. Per cinque anni gli ho dato tutto quello che potevo dare a lui, alla squadra e ai miei compagni. La sua forza è stata proprio la fiducia che mi ha dato in un momento in cui magari avevo dei dubbi".

C'è un'altra persona che nomina sempre con discrezione e rispetto: sto parlando di Franco Sensi. C'è un aneddoto che può raccontarci meglio il vostro rapporto?
"Un rapporto soprattutto di stima e rispetto. La famiglia Sensi mi ha portato in Italia e mi ha accompagnato per otto anni con la Roma. Mi hanno fatto amare questo popolo, questo stadio e questa città. Con il presidente non avevo una grande confidenza, perché parlava poco. Ma quando parlava eravamo tutti zitti. Ricordo quando mi chiese di fare l'ultimo contratto con la Roma: mi disse ‘Vincent, vieni senza procuratore'. Io mi sono fidato. Sono andato da solo e ho firmato quello che voleva lui, senza fare né A né B. Avevo stima e fiducia".

Arriviamo al 17 giugno 2001. Sarebbe banale chiederti della festa e della vittoria dello Scudetto in sé ma volevo sapere se vi siete resi conto subito di aver scritto una pagina di storia o c'è stato un altro momento in cui avete capito quello che era successo?
"Ce ne siamo resi conto al Circo Massimo, quando c'era quasi un milione di persone. Era una cosa straordinaria. Io avevo già vissuto qualcosa di simile con la Francia nel 1998, quando c'era un milione di persone anche nel mio paese. Ma a Roma è stato incredibile. E non penso che abbiamo vinto poco. Il campionato era molto equilibrato. Potevamo vincere anche l'anno dopo, ma secondo me ci mancava Batistuta al cento per cento".

Quello spogliatoio è rimasto unito anche dopo tanti anni?
"Sì. Ci scambiamo ancora messaggi, ci vediamo quando possiamo. Ho un ottimo rapporto con tantissimi giocatori di quel gruppo. Ci vogliamo veramente un bene dell'anima".

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Fabio Capello e Vincent Candela il giorno della vittoria dello Scudetto della Roma.

Chi era il collante di quello spogliatoio, di quel gruppo?
"Sicuramente Damiano Tommasi, soprattutto nella parte più seria. È una persona speciale, un mio amico. Tra le battute e le cose serie era quello che riusciva a spiegarci qualcosa di bello, di importante. Poi c'erano i campioni: Batistuta, Cafu, Totti… io ero uno di quelli che parlava di più dopo Tommasi, ma magari lo facevo in maniera più scherzosa. Ogni giovedì magari lo portavo a cena con la moto. Era un modo diverso di stare insieme. Facevamo gruppo anche fuori dal campo, non soltanto dentro".

Ha nominato Francesco Totti e non posso esimermi da una domanda su di lui: che cosa rappresenta Totti per Candela, dentro e fuori dal campo?
"Francesco è più di un amico, posso dire che è un fratello. Mi ha aiutato ad inserirmi a Roma quando sono arrivato e ancora oggi siamo in ottimi rapporti. In campo è stato qualcosa di fantastico e fuori lo stesso. Se dovessi riassumere in una parola, direi unico".

Mettiamo da parte un attimo Roma e la Roma, perché nel 1998 Candela diventa campione del mondo con la Francia. Forse solo oggi il movimento francese sta toccando con mano una ricchezza tecnica come quella vissuta nel vostro periodo: vi rendevate conto di essere una generazione irripetibile?
"No, non ce ne siamo resi conto. Fino a quel momento nessuno aveva ancora vinto un Mondiale in Francia. Io ero tra i più giovani, insieme a Pirès, Henry, Trezeguet e tanti altri. Avevo 24 anni. Eravamo ancora piccoli. Tra l'altro il Mondiale non era iniziato benissimo, c'erano state anche polemiche con l'allenatore. Poi siamo arrivati in semifinale e in finale e il popolo ci ha seguito. Abbiamo vinto la cosa più importante che c'è nel mondo del calcio: la Coppa del Mondo. Qualcosa di indescrivibile".

Domanda stupida: c'era più gente al Circo Massimo o sull'Avenue des Champs-Élysées?
"(Ride, ndr) Non lo so, ma in entrambi i casi c'era un mare di gente".

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Candela al fianco di Lebouef che alza la Coppa del Mondo dopo la vittoria in finale contro il Brasile.

Torniamo al calcio e al campo. Cosa le è rimasto maggiormente, a livello personale, di quella Francia?
"Il gruppo. Ancora oggi ci ritroviamo. Per esempio, andremo tutti insieme a vedere Francia-Belgio a Parigi. Perché è vero che ci sono i campioni, ma è il gruppo che fa la differenza. Io l'ho vissuto sia con la Roma sia con la Francia. Con la Roma ero protagonista e nell'anno dello scudetto non ho saltato un minuto, a parte la squalifica di una giornata a Napoli. Con la nazionale ero più spesso in panchina, ma anche lì eravamo una squadra unita. E proprio per questo oggi mi piace stare vicino a chi sta in panchina. Perché l'ho vissuto e so quanto sia importante che chi non gioca stia vicino a chi è in campo".

Candela era presente in una delle serate più dure per noi tifosi italiani, ovvero la finale degli Europei del 2000 a Rotterdam: proprio in merito al post-partita c'è un episodio particolare legato all'Italia e a Paolo Maldini, visto che era rimasto nello spogliatoio con i suoi compagni/avversari di club invece di andare subito a festeggiare…
"Sì. Ero uscito con loro un po' triste, perché erano tutti giù. Avevo scambiato la maglia con Paolo, che secondo me è stato il più forte di tutti i tempi e lo penso ancora oggi. E sono rimasto lì con Delvecchio, Di Biagio, Totti… prima l'amicizia e poi la vittoria. Io la penso così. Ad un certo punto c'era il primo ministro italiano nello spogliatoio e mi hanno detto ‘Vincent, ma tu sei ancora qua?'. Poi sono andato a festeggiare, naturalmente, ma in quel momento ero vicino ai miei amici, con i quali mi allenavo e dividevo la vita di tutti i giorni".

Oggi la Francia continua a produrre una quantità impressionante di talenti ma negli ultimi appuntamenti importanti non è parsa all'altezza della sua forza. Cosa manca a questo gruppo per consacrarsi definitivamente?
"Secondo me qualcosa è mancato a livello di gruppo e di mentalità. Sulla carta è una squadra fortissima, con un gruppo fantastico. Però la Spagna ha battuto la Francia nelle ultime tre partite importanti. Secondo me bisogna lavorare non tanto sulla parte fisica o tecnica, ma sulla parte mentale. Bisogna costruire le vittorie attraverso il gruppo e le relazioni. Deschamps ha uno stile, Zidane ne avrà un altro. Ma abbiamo visto che non è il campione singolo a fare la differenza. Ci serve il gruppo. Ci servono tutti: quelli in panchina e quelli che giocano".

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Candela e Totti seduti in tribuna allo stadio Olimpico.

E alla Roma, invece, cosa serve per lo Scudetto o giocarselo fino in fondo?
"È una bellissima Roma, dopo sette anni siamo tornati anche in Champions League e la società ha visto ripagati anche gli sforzo economici importanti che ha fatto. Può sembrare una cosa banale ma è una grande cosa per la città, per i tifosi, per i giocatori e per la società. A Roma c'è una passione enorme. Sono dieci anni che lo stadio è sempre pieno. È giusto e meritato tornare il più in alto possibile. Lo Scudetto ce lo giochiamo con l'Inter. Loro da quattro-cinque anni hanno una rosa molto ampia e sono sempre lì, ma noi ce la giochiamo e lottiamo fino alla fine".

Nei mesi scorsi si è parlato spesso di una Roma a cui manca un esterno sinistro. Ecco, manca un Vincent Candela sulla fascia sinistra di Gasp?
"(Ride, ndr.) Secondo me Gasperini ha già trovato una soluzione. Wesley, che era arrivato per giocare a destra, l'anno scorso ha giocato anche a sinistra e secondo me è forte in quella posizione. Deve lavorare sui tempi, capire quando andare e quando fermarsi un po', perché va sempre a mille. Però è un terzino di prospettiva, è giovane e ha fatto dei gol bellissimi. È molto più veloce di me. Io sono ancora più tecnico, ma lui è davvero molto forte. A sinistra lo trovo più funzionale che a destra. Poi non dimentichiamoci che è arrivato Molina, che un campione del mondo e che ha giocato bene contro l'Inter. Quindi ci siamo. Anche in difesa siamo fortissimi. C'è tutto per fare una stagione di alto livello".

Quindi non manca un Candela?
"No. C'è un tempo per tutto. Candela ormai fa il tifo e spera sempre di veder vincere la Roma".

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Candela, al fianco di Montella e Franco Sensi, durante la festa Scudetto della Roma al Circo Massimo.

Ultima curiosità: nel libro dice che oggi sente di essere al 55% del tuo potenziale. Cosa ha fatto meglio Candela calciatore di quanto lui stesso abbia capito? E cosa avrebbe potuto fare meglio?
"Prima ero al 30%, quindi sono cresciuto. Non si finisce mai di crescere e di conoscersi. Fino alla fine è giusto così, ed è anche la cosa bella della vita. Ogni opportunità, ogni sconfitta, ogni caduta ti permette di rialzarti e crescere ancora. Oggi sono un po' più maturo e mi godo di più le cose. Prima ero molto movimento. Oggi capisco che a volte devo fermarmi e osservarmi un po' di più. So dove posso arrivare, so qual è il mio obiettivo principale e non mi perdo più a destra e a sinistra nelle chiacchiere. Però ancora oggi cado, mi rimbocco le maniche e riparto. La perfezione non esiste e non la voglio. Per questo dico che oggi sono al 55%".

E cosa avrebbe fatto diversamente?
"Forse non avrei lasciato il calcio così presto. Avrei continuato a lottare anche quando qualcuno mi dava fastidio. Avrei cambiato meno d'istinto. Oggi ho capito che a volte stare fermo vale molto di più che fare qualsiasi cosa".

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