La Uefa, dopo aver reso il calcio un oligopolio delle top five leagues, insorge contro la Superlega. Un controsenso? Apparentemente sì. Perché il progetto delle dodici società dissidenti segue una strada creata, tracciata e asfaltata dalla stessa Uefa, con una sola differenza: i club resi finanziariamente (e politicamente) potenti dalla Uefa hanno deciso di farsi una lega tutta loro, distruggendo il castello su cui si è retto il calcio europeo negli ultimi decenni. Un castello che ha garantito alle solite note una potenza impossibile da paragonare non solo a quella di chi si è affacciata di rado alla Champions League, ma anche a quella di club che sono ospiti fissi della maggiore competizione continentale. Le basi per la Superlega, di fatto, nascono a Nyon. Lo scisma di Madrid è solo una conseguenza del peso acquisito dai club che hanno dominato la massima competizione Uefa negli ultimi decenni. Basterebbe dare un’occhiata all’albo d’oro per capirlo, ma è sul piano economico che il divario si è reso incolmabile. E in questo, la Uefa, ha giocato un ruolo decisivo.

Quando nasce l’idea della Superlega

«Le formazioni di un certo livello devono avere il diritto a competere tra di loro». Firmato: Silvio Berlusconi, in un’intervista al Corriere della Sera nel 1988. La grande epopea del Milan iniziò proprio da lì e il sogno di una Superlega, negli anni a venire, sarebbe divenuto sempre più concreto. E dire che in quella stagione i rossoneri non partecipavano alla Coppa dei Campioni e rischiarono di restarne fuori un altro anno, se la corsa a due col Napoli per lo scudetto non si fosse decisa nello scontro diretto di poche settimane prima. Questo perché, come ben sappiamo, fino alla stagione 1996/97 la massima competizione continentale era riservata ai campioni nazionali e al club campione d’Europa in carica. Il formato a 24 squadre venne mantenuto, nonostante qualche novità (come l’introduzione della fase a gironi) per altri nove anni, fino all’allargamento a 55 partecipanti, inclusi i preliminari. La Champions League 1997/98 segna l’ingresso storico della seconda iscritta per otto federazioni: Italia (Juventus e Parma), Spagna (Real Madrid e Barcellona), Inghilterra (Manchester United e Newcastle), Germania (Bayern Monaco e Bayer Leverkusen, più il Borussia Dortmund campione d’Europa), Francia (Monaco e Psg), Olanda (Psv e Feyenoord), Portogallo (Porto e Sporting) e Turchia (Galatasaray e Besiktas).

È la prima breccia. Nella stagione successiva, il Manchester United vince la Champions ed è la prima squadra a farlo senza essere campione in carica o campione nazionale. Da lì in poi, le aperture si fanno sempre maggiori, ma riservate a sempre meno nazioni. Nell’edizione 1999/2000 sono in 71 (poi diventeranno 72) a battagliare per la coppa dalla grandi orecchie sin dai preliminari, con un inevitabile incremento dei posti a disposizione. Quasi tutti, però, per i soliti noti: la Serie A, come Liga e Bundesliga, si assicura quattro accessi, per Inghilterra, Francia e Olanda i posti sono tre, mentre nel “club” delle due squadre entrano Grecia, Repubblica Ceca, Norvegia, Austria, Russia, Croazia e Danimarca. Una distribuzione stabilita da un ranking, che nel 2010 vedrà l’Italia crollare al quarto posto, riducendo a tre il numero delle sue partecipanti. Una situazione che genera un ampio dibattito non solo nel calcio italiano, ma anche in quello europeo: ha senso correre il rischio di perdere un’italiana o una tedesca per avere una squadra di un campionato minore? Esattamente lo stesso principio di base della Superlega. E allo stesso modo, dalla stagione 2017/18, in Champions League ci vanno le prime quattro per Serie A, Premier League, Liga e Bundesliga. Senza passare da play-off o preliminari.

L’oligopolio delle top 5 leagues sul market pool

Il mantra del merito sul campo, legato ai risultati ottenuti nei campionati nazionali, si scontra con una spartizione della torta dei ricavi a dir poco iniqua. Nella stagione 1992/93, i club partecipanti alla prima Champions League così denominata, hanno ricevuto 38,4 milioni di franchi svizzeri, cifre totalmente fuori dal mondo se pensate per il calcio attuale. Quando nella stagione 1997/98 si è aperta la porta a più club, i premi hanno superato per la prima volta la soglia dei 200 milioni di franchi svizzeri, venendo praticamente triplicati nella stagione 1999/2000: 614,8 milioni di franchi, pari al cambio di allora a 391,6 milioni di euro. La torta più sostanziosa, però, andava già alle solite note. In ordine per ricavi: Bayern Monaco, Real Madrid, Barcellona, Valencia, Lazio, Manchester United, Bordeaux e Olympique Marsiglia sopra i 30 milioni di franchi. Germania, Spagna, Italia, Inghilterra e Francia, tanto per cambiare. Un oligopolio destinato a durare anche negli anni a venire.

Sempre più legata alla presenza di queste cinque leghe, la Uefa non ha fatto altro che incentivare lo sviluppo di una Champions League che fosse praticamente un’esclusiva di queste realtà. Come già detto, basterebbe guardare l’albo d’oro: il Porto nel 2003/04 è l’unico club non appartenente alle top five leagues ad aver vinto la Champions in formato aperto. Una vittoria dal valore di quasi 30 milioni di franchi, pari a nemmeno 20 milioni di euro col cambio di allora. Manchester United, Arsenal, Chelsea e Monaco presero tutte di più. Merito del market pool, la quota di ricavi media che la Uefa destina alle partecipanti alla Champions. Nella stagione 2018/19, in questo calderone erano presenti 292 milioni di euro. Ai club delle top five ne sono andati 274,7 milioni: il 94%. Poco conta che l’Ajax sia arrivato in semifinale: la sua quota di market pool è di 1,15 milioni. Ma senza nemmeno prendere esempi altisonanti, un decano della Champions League come lo Shakhtar Donetsk, con 21 partecipazioni tra vecchio e nuovo formato, ha preso una quota pari a 438 mila euro.

La Champions League è già una Superlega

Non un caso qualunque, quello dello Shakhtar, che ha potuto rendere remunerativa la propria partecipazione alla Champions solamente grazie ai risultati ottenuti. Quelli che hanno determinato i bonus per le prestazioni e soprattutto la quota relativa al proprio coefficiente Uefa, che in totale porta a suddividere una somma pari a 585 milioni di euro tra tutti i club partecipanti. Non che la storia cambi di molto: il 71,6% va sempre alle società di quelle cinque nazioni ma solo perché può venir fuori l’Hoffenheim o il Monaco di turno, che hanno un coefficiente inferiore a quello degli ucraini. Di fatto, però, per un club che non sia inglese, spagnolo, italiano, francese o tedesco è impossibile essere competitivo in Champions League. Gli esempi del Lipsia dello scorso anno, della Roma del 2018 o del Monaco dell’anno prima poggiano sulle stesse basi con cui la Superlega vuole aprirsi a cinque squadre invitate, perché provengono esattamente dallo stesso mercato. Dall’apertura ai non campioni nazionali fino ai giorni nostri, solo quattro semifinaliste non appartenevano alle top five leagues: il Porto campione d’Europa del 2003, il Psv del 2005, l’Ajax del 2019 e la Dinamo Kiev del 1999.

Quattro bug di un sistema che la Uefa ha creato, nutrito e sviluppato fino a quando le sue componenti hanno trovato una soluzione più remunerativa. E quando Ceferin, presidente della Uefa, accusa altri di aver trasformato «i sostenitori in consumatori, i tifosi in clienti e le competizioni in prodotti», dovrebbe guardare tutto ciò che è stato fatto negli anni per rendere la Champions League una vera e propria antesignana della Super League. Solo che nella Super League, i ricavi li gestiscono e li distribuiscono i club. Invece, in Champions League, li gestisce la Uefa, dove i sostenitori arrivano a pagare pure 75 euro per un biglietto di un settore ospiti (memorabile la protesta dei tifosi del Bayern a Parigi con lo striscione «Noi non siamo Neymar»), ma non sono clienti. E la competizione non è affatto chiusa. Come no: giocano tutte e poi la torta se la spartiscono sempre le stesse. Anche quando non vincono.