Sergio Conceicao: “In Arabia i calciatori non si presentavano agli allenamenti: la famiglia, la preghiera…”
Dopo la breve esperienza al Milan, cinque mesi conclusi da una risoluzione anticipata del contratto in seguito al deludente ottavo posto in campionato, e comunque con una Supercoppa portata a casa, Sergio Conceicao è andato a prendersi una vagonata di soldi in Arabia Saudita all'Al Ittihad, anche in quel caso terminando il contratto con un anno di anticipo dopo soli nove mesi e un quinto posto nel torneo vinto dall'Al Nassr di Cristiano Ronaldo davanti all'Al Hilal di Simone Inzaghi.
Sergio Conceicao e la scelta dell'Arabia Saudita: per soldi
Il 51enne tecnico portoghese – che attualmente è in attesa di trovare una squadra – non ha problemi ad ammettere che il denaro è stato il motivo per cui ha accettato di andare a Gedda: "Loro fanno dei contratti meravigliosi. Sono ipocrita se dico che sono andato perché il campionato è bello. Sono andato perché era un bel contratto. Poi era anche una sfida importante per capire un altro mondo".
Conceicao spiega che chi arriva dall'Europa e prova a cambiare alcune abitudini non esattamente professionali, o comunque non adeguate agli standard cui siamo abituati, trova un muro: "Quello che mi domando è perché pagare tanto delle persone, professionisti, dirigenti, allenatori, staff, che vengono in Arabia per dare qualcosa in più, per fare evolvere il calcio, e dopo un mese, un mese e mezzo, tu ti devi adeguare a loro. Le regole che tu arrivi e cerchi di impostare… è difficile. Non è un mondo facile. Comunque devo dire grazie, perché sono stato trattato benissimo".
Le difficoltà del tecnico con i calciatori sauditi dell'Al Ittihad: "Non hanno una cultura del lavoro"
Conceicao prova a far capire in che contesto si è trovato a lavorare: "I giocatori stranieri (ovvero i big ingaggiati a peso d'oro, come i vari Benzema, Kanté, Fabinho, En-Nesyri all'Al Ittihad, ndr) non erano mai un problema – dice al podcast della ‘Gazzetta' – Il problema più grande erano gli altri. Perché quei campioni, per il livello che hanno, sono intelligenti, sanno quello che devono fare per continuare a vincere. I giocatori locali non è che lo fanno perché sono cattivi o che non hanno voglia, è proprio la cultura, non hanno una cultura del lavoro, non hanno questa questa mentalità ed è difficile gestire questa cosa".
Immaginiamo la faccia del portoghese quando si è trovato davanti a situazioni come questa: "Delle volte ci sono giocatori che non non si presentano all'allenamento. Proprio così… perché hanno una scusa… hanno un familiare che non sta bene, la religione… chi si è alzato per pregare alle 5 del mattino e se facciamo una sessione al mattino non si presentano. Tutto questo per me, per come sono fatto, è molto difficile. È stato veramente un insegnamento, ho imparato delle cose che non voglio più per la mia carriera". Una lezione ben pagata, c'è di peggio.