Salvatore Fresi: “Nel calcio devi saperti vendere, io non l’ho fatto. Sbagliai ad andare alla Juve”

A Salerno lavora con i ragazzi. Niente stress, niente pressioni, solo campo, pallone e intensità. Salvatore Fresi oggi ha scelto un calcio diverso, ma dentro resta lo stesso difensore di altissima qualità che, senza esitare e non curante di nulla, tirava i rigori quando la Serie A era il miglior campionato del mondo.
Con la sua Academy vuole aiutare i ragazzi a formarsi sia dal punto di vista tecnico che caratteriale, trasmettendo le sue esperienze tra Inter, Juventus, Salernitana e Foggia fatte di gioie, soddisfazioni ma anche dei rimorsi e delle consapevolezze arrivate solo dopo. A Fanpage.it Fresi ripercorre la sua carriera dalle prime esperienze tra i pro alla Coppa UEFA con l'Inter passando per le parentesi di Napoli e Bologna fino alle fantastiche esperienze con la Nazionale U21 di Cesare Maldini.
Cosa fa oggi Salvatore Fresi?
"Ho una scuola calcio a Salerno, mi piace lavorare con i ragazzi".
Che età seguite?
"Dai 14 ai 16 anni. Però c’è tutto un percorso di avviamento e sviluppo".
In che modo lavorate con i ragazzi?
"Io non faccio tattica. Quella la lascio agli altri. Io lavoro sull’intensità, sulla tecnica, sulle partitine. I miei ragazzi sono super allenati perché lavoriamo tanto. Due ore e mezza, anche tre a seduta. Facciamo 30-40 minuti di tecnica, esercitazioni con la palla, partitine a tema… ma poi si gioca tanto. Sempre".
Avete affiliazioni con club professionistici?
"No. Prima eravamo affiliati all’Inter, poi ho tolto tutto. Troppi vincoli. Io voglio essere libero: se un ragazzo lo vuole la Roma, devo poterlo dare alla Roma senza chiedere permessi".

Che bambino era Salvatore Fresi?
"Io sono sempre stato col pallone in mano. Quando chiedevano ‘cosa vuoi fare da grande?', gli altri dicevano l’idraulico, il muratore… io dicevo il calciatore. E ridevano tutti".
Però Fresi ci credeva davvero…
"Sì. Ero determinato. Non volevo fare la vita che facevano gli altri. La mia famiglia era modesta, non c’erano possibilità di studiare fuori o fare chissà cosa. La mia testa era solo sul calcio. E ogni anno miglioravo. Quando capisci che migliori, inizi a crederci davvero".
Dopo le giovanili tra Firenze e Foggia, la svolta arriva proprio in Puglia. Quanto è stato importante la tappa pugliese per Fresi?
"Fondamentale. A 17-18 anni ero già in prima squadra. Allenarmi con Baiano, Signori, Rambaudi… lì ho capito cosa fosse il calcio vero. Con gente così migliori per forza".
Ha vissuto la ‘Zemanlandia' dall’interno. Che ambiente era?
"Si parla sempre di Zeman come uno stregone, ma c’erano calciatori fortissimi. E il calcio che facevamo era avanti. Se ancora oggi se ne parla, vuol dire che qualcosa ha lasciato".

Il primo campionato da professionista Fresi lo gioca a Salerno, ed è lì che si impone davvero…
"Finché giochi in Primavera non sei nessuno. A Salerno ho giocato da protagonista, tutte le partite. Ho vinto anche un premio come miglior giovane di Serie C. E da lì è arrivata l’Under 21".
La prima convocazione in Under 21 davvero preso: se lo aspettava?
"In Svezia. Ero uno dei pochi che giocava in C. Mi misero titolare e da lì non sono più uscito. L’anno dopo abbiamo vinto l’Europeo. Quella squadra aveva nomi pesanti: Cannavaro, Buffon, Pagotto. Un gruppo che avrebbe segnato il calcio italiano degli anni successivi".
Quasi con lo stesso gruppo avete fatte anche le Olimpiadi ad Atlanta nel '96, o sbaglio…
"Sì, ma eravamo cotti. Dopo l’Europeo eravamo mentalmente pieni. E il calcio, allora, non era vissuto come sport olimpico vero".

Il salto all’Inter è il grande ingresso nel calcio che conta. Che impatto fu?
"Era una grande squadra, ma non ancora strutturata come lo sarebbe diventata. Tanti cambi di giocatori, poca continuità. Dal terzo anno, con l’arrivo di Ronaldo, tutto cambiò".
Ecco, Ronaldo. Si parla spesso del modo in cui si allenava e del fatto che si divertiva molto di più che in partita?
"Un marziano. Ma non si allenava sempre al massimo. Se si fosse curato di più fisicamente, avrebbe vinto dieci Palloni d’Oro".
Con l’Inter arriva anche la vittoria nella Coppa UEFA nel 1998. Che ricordo ha di quella vittoria?
"Una faticaccia. Due finali consecutive, una persa e una vinta. Erano partite durissime perché in Coppa UEFA c'erano squadre molto forti quegli anni e vincere un trofeo europeo in quegli anni era qualcosa di enorme. La Lazio fu un po' spocchiosa nei nostri confronti: facemmo una grande partita e al resto ci pensò Ronaldo".
Dopo Milano, Fresi torna a Salerno per giocare la Serie A con la squadra che aveva visto crescere. Com’è stato quell’anno?
"Bellissimo la domenica. Un disastro il resto. Ci allenavamo ovunque: campi di terra, montagne, boschi… per una squadra di Serie A era assurdo. E alla fine siamo retrocessi".

Fresi ha vestito anche la maglia della Juventus dopo le esperienze di Napoli e Bologna. Che esperienza è stata?
"Altalenante. Ero in scadenza, mi hanno preso per completare la rosa. Una domenica facevo gol e quella successiva ero in tribuna. Dovevo restare a Bologna. Col senno di poi, ho sbagliato ma quando ti chiama la Juventus non ci pensi troppo. Naturalmente non ho nulla contro la società e la storia che rappresenta ma non è stata l'esperienza che mi aspettavo, tutto qua".
Ha finito la sua carriera nei dilettanti, una scelta romantica oppure c'è altro?
"No, più che altro era per tenermi occupato ma poi ogni domenica diventava una ‘guerra'. I dilettanti sono duri: battaglie ogni partita e dopo qualche anno ho mollato. Preferisco allenare un po’ i bambini senza stress".
Quando si guarda indietro, Fresi è lucido. Anche duro con sé stesso. Che carriera è stata la sua?
"Bella, ma non mi sento realizzato totalmente. Ho un carattere tosto: più pressione avevo, meglio giocavo. Ho fatto la Serie A, ho tirato rigori pesanti, ho giocato in grandi stadi e giocate partite decisive… ma potevo fare di più. Ora rivedendo i video, mi rendo conto di quanto fosse importante quello che facevo".
Cosa si rimprovera, di preciso…
"Non mi sono venduto. Nel calcio devi venderti. Devi curare l’immagine e le relazioni. Io non l’ho fatto. È un mondo fatto in questo modo ma io pensavo solo a fare il mio. Poi potevo curarmi di più fisicamente, allenarmi ancora di più, alimentazione e altri dettagli. Sono arrivato a 7, potevo arrivare a 8".

Qual è il suo più grande rimpianto?
"Sì. La Nazionale maggiore e magari far parte della spedizione mondiale. Certe occasioni le perdi anche per colpa tua. È troppo facile dare la colpa agli altri e ai ragazzi racconto i miei errori perché ormai c'è questa cosa di dover dare sempre le responsabilità agli altri, ma non può essere sempre così".
Oggi il suo ruolo è diverso. Che consigli dai ai suoi ragazzi?
"Racconto i miei errori. Dico loro di rispettare il lavoro, di curarsi, di alzare sempre l’asticella. Quando sei titolare devi lavorare ancora di più, non rilassarti".
Alla fine sorride…
"Quando giocavo non mi rendevo conto di quello che facevo. Ora sì. Ora capisco che uno su centomila arriva lì. E forse avrei potuto fare ancora qualcosa in più".